attributi femminili e materni della divinità
Grande Dea Madre (Collezione Mainetti, New York) | fonte: wikipedia

Attributi femminili e materni della divinità. Sul Dio delle “religioni del Libro”

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Gianfranco Rucco ci dona questa settimana un generoso testo sugli attributi femminili e materni della divinità, consegnandoci una domanda: Siamo sicuri che il Dio delle “religioni del Libro” non possa, al pari di quelli di altre religioni “tradizionali”, essere descritto anche  in termini femminili e materni? Con precise citazioni delle Scritture e riferimenti mai didascalici, ci permette di compiere un viaggio alla scoperta di alcuni tra gli aspetti più taciuti del Dio giudaico-cristiano.


“Dio”: maschile, singolare?[1]

In era cristiana  il mondo occidentale, pur considerando Dio un essere puramente spirituale, se ne è fatta una rappresentazione “al maschile singolare”; il termine stesso “Dio” è di genere maschile e l’arte lo ha sempre raffigurato come un uomo, anzi un vecchio con capelli e barba bianchi, il Vecchio dei Giorni: sostanzialmente, un patriarca. L’immagine che di Dio ci dà l’Antico Testamento è quella di un essere supremo, creatore e giudice dell’universo, il cui nome non può nemmeno essere pronunciato; la stessa tradizione del cristianesimo ecclesiastico lo chiama “Dio dei nostri Padri”.

attributi femminili e materni della divinità
scultura prenuragica di Madre Mediterranea | Sardegna, III Millennio a.C. | fonte: Wikipedia

Siamo proprio certi, però, che il Dio delle “religioni del Libro” non possa, al pari di quelli di altre religioni “tradizionali”, essere descritto anche  in termini femminili e materni? “Dio il più grande in misericordia” è l’attributo con cui ha inizio il libro del Corano e ogni suo capitolo; con lo stesso attributo inizia e finisce ogni discorso e ogni scritto musulmano. Nel Corano e in tutta la Tradizione musulmana, l’attributo di Dio di gran lunga più citato e uno dei Bei Nomi più usati è quello di Misericordioso (Rahmân, in arabo), il più grande in misericordia. Abitualmente troviamo l’espressione analoga, in lingua italiana: “Nel nome di Dio clemente e misericordioso”, la quale, però, non riflette l’intensità del concetto espresso nella lingua araba. Questo termine, (Rahmân), infatti, ha una connotazione che richiama l’amore incondizionato e connaturale della madre verso il proprio figlio, un legame affettivo con la creatura che ha portato in grembo e che ha segnato in modo definitivo la sua esistenza.

Dio ha detto:

Io sono il Misericordioso (Rahmân), e ho creato il seno materno (rahim), per il quale ho fatto derivare un nome dal mio nome: il Misericordioso.

Un bel commento “figurato” a questo attributo divino è dato da una tradizione musulmana che ci aiuta a capirne il senso esatto. Furono presentati alcuni schiavi all’Inviato di Dio (Maometto); tra questi c’era una donna la quale continuamente cercava dei bambini in tenera età, e quando ne trovava uno lo prendeva, lo metteva al suo seno e lo allattava. L’Inviato di Dio ci disse:

Pensate voi che questa donna sarebbe capace di gettare il suo bambino nel fuoco?” Noi gli rispondemmo: “O Dio, no! Non potrebbe mai fare una cosa simile!”  L’Inviato di Dio dichiarò. “L’amore (materno) di Dio (Rahmân) verso i suoi servitori è ancor più grande di quanto ne abbia questa donna verso il bambino che ha allattato[2].

Il finale di questa tradizione è stato ripreso in modo pressoché diretto dal profeta Isaia, dal libro del Siracide e trova il suo fondamento ultimo nello stesso libro della Genesi.

Giubilate, o cieli, esulta, o terra, tripudiate di gioia, o monti! Perché il Signore consola il suo popolo e ha compassione dei suoi afflitti. Sion diceva: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”. “Forse che la donna si dimentica del suo lattante, cessa dall’aver compassione del figlio delle sue viscere? Anche se esse si dimenticassero, io non ti dimenticherò.  (Is. 49,13-18).

Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa, quanti l’amate! Gioite grandemente con essa, voi tutti che siete contristati per essa! Affinché siate allattati e saziati alla mammella delle sue consolazioni, affinché succhiate e vi deliziate al seno della sua gloria. Poiché così parla il Signore: “Ecco, io convoglierò verso di essa la pace a guisa di fiume, come un torrente straripante la gloria delle nazioni. Voi succhierete e sarete portati in braccio, sarete accarezzati sulle ginocchia. Come un figlio che la madre consola, così anch’io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati. Vedrete e il vostro cuore gioirà, le vostre ossa prenderanno vigore come erba. La mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi e la sua ira ai suoi nemici. (Is. 66,8-14).

Sii un padre per gli orfani e come un marito per le loro madri: così sarai tu vero figlio dell’Altissimo, che ti amerà più di tua madre (Sir. 4,10).

Chi teme il Signore farà tutto questo, e chi possiede la legge ha la sapienza. Questa gli andrà incontro come madre, l’attenderà come vergine sposa, lo nutrirà col pane della comprensione, lo disseterà con l’acqua dell’intelligenza. (Sir. 15,1-6).

Dio creò gli uomini secondo la sua immagine; a immagine di Dio li creò; maschio e femmina li creò. (Gen. 1, 27).

Attributi femminili e materni della divinità

Questo passo è di estrema importanza perché afferma che l’immagine di Dio è “maschio e femmina”; la sua importanza si comprende considerando il valore simbolico dell’icona, termine greco usato dalla Bibbia per significare l’immagine: quale è l’icona, tale è il Prototipo.

In entrambe le religioni, il Dio Padre intransigente e severo assume anche parte di quelle peculiarità che sono materne per definizione; infatti, Jahveh, come dopo di lui Allah, diventa Rahim “Misericordioso”[3]. Prima dell’esilio babilonese, Jahveh era esclusivamente un dio guerriero e sanguinario, proprio dei clan della tribù di Giuda, che lo portavano in battaglia affinché li guidasse e li conducesse alla vittoria: il termine “Dio degli eserciti” non va interpretato infatti in senso astratto, ma molto concreto. Prima dell’esilio babilonese, gli Ebrei adoravano, assieme a Jahveh, anche le Dee madri per eccellenza, Astarte ed Asherah; quindi Jahveh ricopriva un ruolo esclusivamente maschile e paterno, perché il ruolo femminile e materno veniva affidato alle Dee; con il ritorno dall’esilio la figura materna venne rimossa e gli Ebrei si chiusero in un monoteismo intransigente.

Non è un caso che, proprio nei libri dei Profeti, Jahveh venga definito anche con peculiarità materne: i Profeti, infatti, erano coloro che si opponevano ai culti predominanti di Astarte e Asherah, e premevano affinché gli Ebrei rimuovessero le istanze materne.  Se volevano imporre una rinuncia alla Madre, i Profeti dovevano necessariamente offrire una compensazione, almeno parziale, proponendo un’istanza paterna che contenesse almeno alcune delle peculiarità materne, soprattutto quelle che più sarebbero mancate, tra cui rahamim (la misericordia), la cui radice viene da rehem (utero). Siamo alla vigilia dell’esilio e ad esilio inoltrato. I Giudei avevano appena perso i simboli della Madre: la terra e il Tempio, e, come descritto in Geremia, rimanevano ancora ferocemente attaccati ai culti della “Regina del cielo”:

Quanto all’ordine che ci hai comunicato in nome del Signore, noi non ti vogliamo dare ascolto; anzi decisamente eseguiremo tutto ciò che abbiamo promesso, cioè bruceremo incenso alla Regina del cielo e le offriremo libagioni come abbiamo già fatto noi, i nostri padri, i nostri re e i nostri capi nelle città di Giuda e per le strade di Gerusalemme. Allora avevamo pane in abbondanza, eravamo felici e non vedemmo alcuna sventura; ma da quando abbiamo cessato di bruciare incenso alla Regina del cielo e di offrirle libazioni, abbiamo sofferto carestia di tutto e siamo stati sterminati dalla spada e dalla fame (Ger., 44, 16-18).

La “Regina del Cielo”, l’Ishtar babilonese (l’Inanna sumera), equivalente all’Astarte cananea, era dunque una Mater Matuta e Nutrix misericordiosa, che proteggeva il suo popolo dalla fame e dalla spada; quando fu rimossa dalla religione ebraica, Jahveh ne assunse le peculiarità, e diventò lui il Rahum, tuttavia, fu molto faticoso per gli Ebrei rimuovere la figura materna, e questa riemerse come Torah.

Ištar armata, rilievo in terracotta, inizio secondo millennio a.C., proveniente da Eshnunna | fonte Wikipedia

Per l’Islam fu più facile rimuovere la figura materna, poiché gli Arabi non possedevano un passato di politeismo così articolato come Ebrei e Cananei, per non parlare dei Greci; tuttavia, anche per l’Islam, la figura materna, anche se rimossa con più successo che per gli Ebrei, riemerge in alcune figure femminili di “sante”, come Fatima e Maria stessa. Come riporta Erodoto, mille anni prima che l’Islam si affermasse tra gli Arabi questi adoravano un Dio e una Dea principali, Padre e Madre. Fino all’affermazione dell’Islam, gli Arabi avevano adorato “Dioniso” e “Urania”, come gli Ebrei, fino al primo esilio (587 a.C), avevano adorato Jahveh e Asherah: in entrambi i casi, eliminata la Madre, rimase solo il Padre.

La Scrittura, veterotestamentaria anzitutto, ma anche evangelica, contiene molti “luoghi teologici” in cui appaiono incontrovertibili, attributi “femminili” di Dio: dalla Sapienza-Sophía all’espressione ebraica originale in cui la misericordia di Dio è riferita alle viscere uterine, innumerevoli sono i passi biblici in cui il rapporto di Dio con Israele si configura nel segno della tenerezza e, si direbbe oggi, della “cura materna”; lo stesso termine Rûah (Spirito) è di genere femminile. Nelle prime comunità cristiane sembra proprio che questo particolare non sia passato inosservato: in un vangelo cosiddetto apocrifo, il vangelo degli Ebrei, scritto con molta probabilità tra il primo e il secondo secolo, a Gesù stesso sono messe in bocca queste parole:

Poco fa mia madre, la Spirito Santo, mi prese per uno dei miei capelli e mi trasportò sul grande monte Tabor.

Ovviamente, per la teologia del cristianesimo ecclesiastico quelle parole non sono compatibili con la retta dottrina della processione dello Spirito Santo, ma resta tuttavia il fatto che, in una diversa tradizione cristiana dei primi secoli, allo Spirito viene attribuita una connotazione femminile, in questo caso addirittura un ruolo di madre. In fondo, anche nel Vangelo secondo Matteo Gesù ci offre di Dio un’immagine materna, quando, a proposito della città di Gerusalemme dice:

Gerusalemme, Gerusalemme! Tu che metti a morte i Profeti e uccidi a colpi di pietra quelli che Dio ti manda! Quante volte ho voluto riunire i tuoi abitanti attorno a me, come una chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le sue ali. (Mt. 23, 37).

Questo non dovrebbe sorprendere più che tanto considerando che Gesù apre la sua preghiera con le parole della sua lingua aramaica “abun” (Padre o, più esttamente, Papà); ebbene, “abun” in aramaico ha, nel linguaggio comune, un significato molto affettuoso; un padre può chiamare il proprio figlio “padre” quando gli sta parlando direttamente; una donna può chiamare la propria sorella “padre”; una madre può chiamare il proprio figlio “padre”; non è un termine correlato al sesso di appartenenza, è semplicemente un termine affettuoso rivolto a qualcuno che si ama[4].

La concezione dello Spirito come elemento femminile di Dio è stata recepita in ambito cristiano ellenistico, riflettendosi nei vangeli cosiddetti gnostici, i cui autori giungono a identificare lo spirito con la Sophìa, la sapienza, (chiamata anche Achamoth), tanto da arrivare ad affermare, nel vangelo di Filippo, a proposito del concepimento verginale di Maria ad opera dello Spirito Santo, che essi intendono smentire: “Quando mai una donna ha concepito da una donna?”

In realtà, il carattere maschile dello Spirito Santo è esplicitamente rilevabile in termini linguistici solamente nel cristianesimo romano-cattolico per derivazione dal latino Spiritus, perché in greco il termine per definirlo, tò Pneùma,  è di genere neutro. Ma, a ben guardare, la stessa tradizione ecclesiastica romano-cattolica ha tramandato una simbologia dello Spirito Santo poco coerente con il Suo affermato carattere maschile: si pensi alla Colomba che ne rappresenta il simbolo per eccellenza ed è termine di genere femminile: i Simboli, come sempre, dicono più delle parole.

La necessità di un aspetto Femminino del Divino anche nell’ambito della tradizione del cristianesimo ecclesiastico rimanda al ruolo di Maria quale figura femminile complementare alla figura maschile di Dio; Maria ha incarnato la rappresentazione degli aspetti tipici dell’anima femminile di Dio, quali la tenerezza, la dolcezza, la compassione, la misericordia, l’amore, ma anche la regalità celeste propria delle Dee antiche.  L’originaria caratteristica del Femminino Divino ha lasciato una traccia semantica rilevabile in alcuni attributi tipici della figura di Maria, “consolatrice”, “avvocata”, “ausiliatrice”, che coincidono con qualità tipiche dello Spirito Santo, qualità racchiuse nell’aggettivo greco che definisce lo Spirito Santo come “Paraclito”, cioè difensore.

Femminino Divino: due diverse sensibilità a confronto in ambito ecclesiastico

Il problema dell’aspetto materno di Dio e della configurabilità di un Femminino Divino anche in ambito cristiano è una questione spinosa e sofferta; nello stesso ambito ecclesiastico si sono confrontate due sensibilità profondamente diverse, anche se occorre dire che quella aperta alla visione di Dio-Padre-Madre è sempre stata largamente minoritaria e, quando non è stata esplicitamente condannata come eresia, è stata relegata in un pressocché totale silenzio, analogo a quello che ha coperto il ruolo delle donne vicine a Gesù. Nella nostra epoca, forse come segno dei tempi, la questione ha visto affermare le due opposte risposte dallo stesso Magistero pontificio: Giovanni Paolo I durante l’Angelus del 10 settembre 1978, con parole che ebbero una enorme eco, disse che “ Dio è papà, più ancora è madre…”; Benedetto XVI nel suo libro “Gesù di Nazareth” asserisce che il titolo di madre non spetta a Dio che è solo ed assolutamente Padre. Comunque sia, è un fatto che, storicamente, il cristianesimo ecclesiastico ha assunto un carattere androcentrico e, sostanzialmente, misogino: le prerogative apostoliche sono state (e sono tuttora) ritenute  appannaggio esclusivo dei cristiani di sesso maschile per successione dai Dodici; questa impronta, sostanzialmente ereditata dal giudaismo, è però l’unica che il cristianesimo avrebbe potuto avere?

Una risposta a questa tutt’altro che semplice domanda arriva dal lavoro di una seria biblista italiana, Carla Ricci, che ha elaborato una interessantissima pista esegetica delle Scritture evangeliche riscrivendo il rapporto di Gesù con le donne [5] nel contesto del suo atteggiamento più generale nei confronti delle istituzioni culturali della società ebraica (e non solo) del suo tempo. Per Carla Ricci la segregazione delle donne in Palestina al tempo di Gesù risultava più aspra che in epoche precedenti; esse erano escluse dalla vita sociale e pubblica, vivevano prevalentemente recluse nelle case e quando vi erano invitati a pranzo era loro proibito partecipare. Secondo il Talmud “un uomo non deve mai camminare dietro ad una donna per la strada, fosse pure sua moglie. Se una donna lo incontra su un ponte lo lascia passare da una parte; e chiunque attraversa un fiume dietro ad una donna non ha parte nel Mondo Avvenire… Cammini dietro a un leone piuttosto che dietro ad una donna (Ber., 61a). Tra le sei cose che i rabbini ritenevano sconvenienti per il discepolo di un saggio era il parlare con una donna sulla pubblica piazza.

Per comprendere sino a che punto la misoginia giudaica del tempo si fosse spinta, si consideri che uno dei motivi per i quali la donna poteva uscire da casa era per partecipare ai funerali, nei quali le competevano i primi posti perché essa è responsabile della morte, come dice il Libro del Siracide: “dalla donna ha avuto inizio il peccato, per causa sua tutti moriamo” (Sir. 25, 24). Per quanto concerne l’istruzione, i bambini già dall’età di cinque o sei anni potevano frequentare le scuole per soli maschi; per le bambine, invece, l’insegnamento della Legge non solo non era obbligatorio, ma era ritenuto pericoloso; in alcuni testi, per verità più tardi, ma non molto lontani dalla mentalità del periodo di Gesù, si legge:

Chiunque insegna a sua figlia la Torah è come se le insegnasse delle oscenità

e anche

Le parole della Torah vengano distrutte dal fuoco piuttosto che essere insegnate alle donne” ed ancora “Una donna non ha da imparare che a servirsi del fuso.

Anche alla luce di questi pochi elementi, appare in tutta la sua evidenza l’effetto di sconvolgimento e scandalo che doveva determinare a quell’epoca la presenza delle donne vicino a Gesù e la natura dei rapporti che lui intratteneva con il sesso femminile nella sua predicazione; i suoi stessi discepoli si stupiscono di trovarlo a parlare con la donna samaritana. Luca è testimone privilegiato del rapporto tra Gesù e le donne e molti brani del suo Vangelo sono molto significativi in proposito. Nel brano della peccatrice senza nome (Lc. 7, 36-50) affiora la realtà della donna con le sue complessità, caratteristiche, modi di espressione, veicoli di rapporto e comunicazione, sensibilità ed emotività, capacità di donazione ed accoglienza, esigenze di contatto e tenerezza; ma ciò che viene in particolare evidenza è che Gesù accetta e comprende il dialogo vero e profondo con la donna, con ciò che essa è di diverso da lui ed accetta anche le manifestazioni effusive dell’affetto della donna, suscitando le scandalizzate perplessità dell’osservante fariseo che, proprio per questa accettazione, dubita della qualità di profeta di Gesù.

In realtà Gesù non riconosce alcuna validità ai ruoli imposti alle persone dalle istituzioni giudaiche:

46 Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli. 47 Qualcuno gli disse: ‘Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti’; 48 Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: ‘Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?’ 49 Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: ‘Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; 50 perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questio è per me fratello, sorella e madre’. (Mt. 12, 46-50).

Anche rispetto al regime del matrimonio Gesù chiaramente mostra di considerare le istituzioni mosaiche come necessitate dalla condizione decaduta dell’uomo:

3 Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: ‘È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo? 4 Ed egli rispose: ‘Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: 5 Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? 6 Così che non sono più due ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi’. 7 Gli obiettarono: ‘Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di mandarla via?’ 8 Rispose loro Gesù: ‘Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli ma da principio non fu così’. (Mt. 19, 3-8).

Qui Gesù fa esplicitamente riferimento alla condizione iniziale dell’uomo, quella prima della caduta; il riferimento è di eccezionale importanza per comprendere la prospettiva reale nella quale Gesù considerava la differenza sessuale tra gli esseri umani: una prospettiva di complementarietà tra uguali e questa sua prospettiva era talmente incomprensibile per la mentalità del suo tempo che i suoi stessi discepoli  ne rimasero impressionati al punto di dirgli:

Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi (Mt. 19, 10).

Sfortunatamente la Chiesa, nel suo processo costitutivo come istituzione organizzata, si è attestata, per quanto concerne il femminile, su una posizione molto conservatrice dell’antico retaggio: il disfavore nei confronti della donna, considerata “porta del Demonio” è evidente nella tradizione ecclesiastica e lo stesso matrimonio, benché elevato al rango di sacramento, oltre ad essere valutato inferiore alla scelta verginale è stato considerato solo dal punto di vista della sua utilità sociale, sotto il profilo dei diritti e dei doveri; la sua dimensione interiore, il mistero dell’amore, dimensione sempre unica e personale, non sembra aver avuto alcuna influenza sugli usi ed i costumi umani.

Questo modello conformista di matrimonio si ripete continuamente e subordina la donna all’uomo, la coppia alle necessità della specie e l’amore alla riproduzione. Il modello conformista trova il suo fondamento nella sua “antichità” e nella capacità di ogni credo antico di avere una forza ipnotica che crea atavismi ancestrali i quali, attraverso il super-io, influenzano la coscienza individuale. Ma l’“antico” di per sé non è mai un criterio incontrovertibilmente valido potendo, come nel caso del matrimonio, sclerotizzarsi in schemi non conformi a ciò che era “da principio”, cioè nella dimensione originaria, quella che trascende il tempo[6]. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

[1]  In questo capitolo vengono citati alcuni passi tratti dalle versioni in lingua greca dell’Antico e del Nuovo Testamento; la pronunica dei passi in questione è quella itacistica propria del greco moderno invalsa presso le Chiese cristiane grecofone: per agevolarne la lettura, i passi in questione sono presentati in lettere latine nel testo risultante dall’uso di tale pronuncia.

[2] G. Maffi. Dio è grande in misericordia, in: Rivista dei Missionari d’Africa, Gen.-Feb- 2009.

[3] Iakov Levi. La figura di Dio nell’ebraismo: Padre o Madre? Psycohistory2001.com., 22/12/2004.

[4] R. Errico. Otto accordi con Dio, Macro Edizioni, Diegaro di Cesena, 2003, pp. 31, 35 e 36.

[5] Oltre al testo citato nel link, si veda anche: C. Ricci. L’Apostola: Maria Maddalena inascoltata verità. Palomar, Bari, 2006.

[6] Pavel Nikolaevich Evdokimov. Sacramento dell’amore. Servitium editrice, Sotto il Monte (BG), 1999.

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