Fallone Editore

Fallone Editore, la casa editrice antiretorica. L’intervista

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Enrica Fallone (Taranto, classe ’84), dopo gli studi in Editoria e anni di collaborazioni con giornali, riviste, case editrici e agenzie letterarie, nel 2017 ha fondato la Fallone Editore. Un marchio che troviamo interessante per la sua “prassi antiretorica”. Carlo di Francescantonio l’ha intervistata per il nostro Settimanale. 

Che cosa ti ha portata a maturare l’idea di diventare editore?

È stato un processo naturale, anche se ci sono arrivata molto lentamente. Diciamo pure che ho fatto solo questo e che solo questo so fare. Ho iniziato giovanissima, a 17 anni, a scrivere per «Il corriere del giorno», giornale storico tarantino, me lo propose la redazione dopo aver vinto un concorso letterario con un testo che fu pubblicato, e poi è andata avanti così, la mia vita professionale ha preso una direzione che almeno all’inizio non ho cercato più di tanto. Ho studiato Editoria e collaborato per anni con giornali, riviste e soprattutto case editrici e agenzie letterarie, maturando esperienza non solo come editor e lettrice, ma anche in ruoli organizzativi e gestionali. A un certo punto doveva accadere, e infatti è accaduto, che volessi una realtà con la mia fisionomia, qualcosa che mi assomigliasse. Era il 2015. Sono serviti due anni di riflessione, ho iniziato a lavorare al progetto editoriale, alla visione di base, alla struttura che ha assunto contorni quasi maniacali, e ad aprile del 2017 è nata ufficialmente la casa editrice, non senza paure e titubanze, perché è un po’ come un matrimonio, forse peggio: fatto il primo passo, non si torna indietro. In realtà, oltre al progetto editoriale e a molte idee che pian piano sto sviluppando, c’era ben poco: il logo e il sito, creati da amici, e il primo libro. Il resto è venuto da sé, con grande pazienza e soprattutto grazie alla presenza costante dei direttori di collana, dei lettori e dell’ufficio grafico, figure portanti e imprescindibili, con la consapevolezza che la strada c’è e va percorsa.

In Italia ci sono migliaia di realtà editoriali. Come si riesce a sopravvivere?

Con tanto sangue freddo. Il problema non sono le migliaia di realtà editoriali, perché a guardare bene molte sono prive di identità o sono realtà ibride, il secondo o il terzo lavoro di qualcuno, quasi un hobby, per cui lasciano il tempo che trovano; con le case editrici di qualità, grandi o piccole che siano, è solo un piacere confrontarsi, sono molti i colleghi che sento con frequenza e con i quali ormai si sono creati rapporti amicali, di vicinanza e solidarietà.

I libri buoni si vendono, bisogna sfatare il mito dell’Italia che non legge; la competizione poi è questione che riguarda gli infelici e gli incerti, sgradevole ogni volta che si incontra.

Il problema vero è che in questo momento storico stampare su carta è diventato molto oneroso e in generale sono aumentati tutti i costi, oltre al fatto che la carta con grammature alte non sempre si trova, quindi diventa difficile garantire una continuità anche estetica e fattuale alle collane. Resistere ora per un piccolo editore è veramente un’impresa, non so più se eroica o folle; so però che, se smettessimo tutti di stampare su carta, il mondo dell’editoria come l’abbiamo conosciuto sino ad ora morirebbe, portandosi dietro tipografie, librerie, distributori, eventi e fiere. Si tratta di avere pazienza, ponderare le uscite, ridursi all’essenziale e attendere che il momento passi. Nella peggiore delle ipotesi, se non dovesse passare, se non dovesse trattarsi di un momento ma di un cambio epocale di rotta, ci sarà una selezione naturale e il libro cartaceo diventerà un oggetto di lusso, pregiato e desiderato.

Che cosa è la poesia per te?

Credo di averlo già detto altrove, ma non c’è modo di evitare la ripetizione. La poesia è il punto più alto della letteratura, è ciò che resta, che oltrepassa il tempo. Ed è il luogo della verità, del talento vero, sfrenato, incondizionato. Si può scrivere ottima prosa anche solo con cultura e intelligenza, perché la narrativa richiede grande costruzione, strategia oltre che stile; in poesia non bastano cultura e intelligenza, certo si può scrivere bene, ma senza sfondare muri, senza oltrepassare la nozione della medietà, restando nel comune.

E la tua idea di cultura?

È la capacità di leggere criticamente la realtà col supporto di altri punti di vista, altre visioni, quindi delle letture e degli studi. Quando dico ‘criticamente’ faccio riferimento alla matrice greca, da ‘κρίνω’ che significa ‘scegliere, giudicare’: scegliere da che parte stare, oltre la convenienza, l’abitudine, il caso, la vox populi, soprattutto scegliere di stare dentro di sé, a questo serve la cultura. Lo studio dovrebbe fornire strumenti utili ad analizzare ciò che accade, a costruirsi un proprio punto di vista coerente con se stessi, altrimenti è puro accumulo nozionistico, sostanzialmente inutile: ripetere il pensiero di altri senza averne uno proprio, uniformarsi alla massa che – per definizione – non ha volto e non ha voce, non dico ‘snaturarsi’ perché per snaturarsi occorre aver compreso la propria natura, ma, insomma, non avere consistenza e assumere come l’acqua la forma del contenitore che la trattiene. Ecco, la cultura forma, dà forma, ed è una forma propria e irripetibile.

Un libro che hai pubblicato del quale sei particolarmente orgogliosa?

Sono orgogliosa di tutti i libri pubblicati finora. E non è una frase di circostanza. Pubblico poco, scelgo attentamente autori e libri, li curo, mi ci affeziono, e ogni libro ha una sua storia, nasce cresce e prende vita, si anima, con modalità diverse; avrei qualcosa da dire per ognuno, un aneddoto, un ricordo o un particolare che conservo. È chiaro che ci sono libri a cui sono legata più che ad altri, Luogo del sigillo di Guida su tutti, che ha inaugurato la casa editrice. Un battesimo nel fuoco.

Invece, un libro che vorresti pubblicare?

Tra i progetti di prossima realizzazione c’è l’inaugurazione della collana di studi ermetici (Libri d’Ermete), che non è esattamente elementare, in quanto richiede ottime traduzioni non solo linguistiche ma anche interpretative. Non dico quale, ma uno dei libri che vorrei pubblicare va proprio in questa collana.

Come fare buona editoria?

Con onestà intellettuale, che significa anche superare il gusto, le interferenze personali e gli aspetti caratteriali, il che non sempre è facile, soprattutto per caratteri come il mio non esattamente morbidi; è un eccesso rispetto a se stessi. Scegliere libri validi, che ha senso stampare, e avere il coraggio di dire di no, sembra facile ma non lo è per nulla. Poi l’intuito aiuta, del mio mi fido molto, e la fortuna ha la sua importanza, nel senso che ci sono libri meravigliosi che mi sono capitati per puro caso e per i quali ancora ringrazio – da tempo penso di abolire la possibilità di inviare manoscritti, almeno temporaneamente, ne arrivano veramente troppi e diventa difficile anche leggerli, mi trattiene appunto il pensiero che in molti casi sono stati autori di libri strepitosi a trovare me, io non li avrei trovati mai. Certo, capita anche qualche abbaglio, per il momento contenuto e corretto in corso d’opera.

Cosa di questo lavoro ti rende felice e cosa invece no?

È indubbiamente un lavoro pieno di soddisfazioni. Lavorare su una pubblicazione, anche fisicamente, progettare una nuova edizione, una nuova collana, fermarsi nei momenti più assurdi per appuntare un dettaglio utile o una citazione e poi toccare un libro appena uscito e ammirare la gioia degli autori quando lo ricevono per la prima volta mi dà grande felicità. Inoltre capita sempre più spesso che mi si avvicinino giovani autori, talvolta giovanissimi, in cerca di consigli e di orientamento e questo è un aspetto che non avevo mai considerato, che non pensavo potesse appartenermi e che mi rende particolarmente felice, soprattutto quando vedo del talento che ha solo bisogno di tempo per esplodere. Con le dovute eccezioni, il cavallo vincente si vede alla partenza: poter assistere da una posizione privilegiata al primo scatto, sapendo che la strada sarà radiosa, è per me un’esperienza straordinaria, che mi dà almeno una delle misure del mio stare nel mondo.

Tutto il resto mi verrebbe da dire che è noia, nel senso che l’ambiente editoriale è un ambiente difficile al pari di qualsiasi ambiente lavorativo e produttivo, con una serie di aggravanti: da un lato la confusione tra dilettanti e professionisti, che il web ha portato a livelli indecenti; dall’altro l’irrefrenabile narcisismo che travolge il mondo artistico, letterario nella fattispecie, a qualunque livello, infimo o alto, e che produce una commistione nefasta tra il prodotto artistico e le personalità coinvolte spesso non propriamente risolte. Educare se stessi, ammansire i propri demoni, tenerli a bada, assoggettarli a un principio di equilibrio teso alla Bellezza, è o dovrebbe essere tra le finalità primarie di un lavoro artistico che è lavoro su se stessi e non autocelebrazione smodatamente esaltata. D’altronde, tra i peccati, la vanità è il più insidioso: camuffa la sua pericolosità e conduce a confondere se stessi col mondo, come ci spiega molto bene il mito di Narciso. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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