frattura dell'identità nell'America Latina contemporanea

Frattura dell’identità nell’America Latina contemporanea. Letteratura e significati

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Franco Garofalo, come spesso fa generosamente, ci dona un pezzo ricco di spunti, connessioni mentali, rimandi filosofici e concettuali che restituiscono la sfaccettata natura dell’esperienza umana, che tale è, sempre, nelle nostre percezioni. Interruzioni telluriche della cognizione che richiedono ragionamenti ampi, sottopassaggi da scavare e ponti da costruire per connettere il sopra con il sotto e tentare di strappare del senso alla frammentarietà del contemporaneo. Oggi, in particolare, è la frattura dell’identità nell’America Latina contemporanea quella in cui ci porta, fra letteratura, filosofia, e politica.


Nel racconto Chiamate telefoniche, di Roberto Bolaño, scrittore cileno scomparso a Barcellona nel 2003, due poliziotti di nome Arancibia e Contreras rievocano nel loro dialogo le stranezze di un detenuto politico, capitatogli fra le mani durante gli anni della dittatura di Pinochet. Questi, alter ego dell’autore, si chiama Arturo Belano. Arturo è stato loro compagno di liceo. Una volta scoperto il suo arresto, i due agenti si prodigano per dargli un trattamento più umano di quello normalmente riservato ai “politici”: gli parlano con affabilità, gli confidano perfino di essere di sinistra e di non condividere gli orrori della repressione, le torture fisiche e psicologiche, le detenzioni senza termine di tempo.

A un certo momento tutta la narrazione si concentra su un pezzo di specchio, l’unico disponibile nel luogo di pena, che i detenuti dovevano inevitabilmente incontrare andando dai bagni alla palestra. Normalmente Belano ignorava lo specchio; ma quando per una volta ci si guarda, vede in esso un altro, non si riconosce. 

Contreras vuole convincerlo che questo non riconoscersi è solo effetto di una crisi psicotica passeggera. Lo porta in piena notte davanti al frammento di specchio, ma Belano di nuovo non si riconosce. Contreras comincia a sentire con terrore l’approssimarsi di una profonda e irreversibile lesione del senso della realtà, e decide di provare lui stesso a guardarsi nel frammento di specchio.

Mi sono piazzato davanti allo specchietto e ho chiuso gli occhi. E poi li ho riaperti. Immagino che a te sembrerà normale guardarti allo specchio con gli occhi chiusi.

A me ormai niente mi sembra normale.

Ma poi li ho riaperti, di colpo, li ho spalancati, e mi sono guardato e ho visto uno con gli occhi sbarrati, come se se la stesse facendo sotto dalla paura, e dietro a questo qua ho visto un tipo sui vent’ anni ma che ne dimostrava almeno dieci di più, con la barba lunga, le occhiaie, allampanato, che ci guardava da sopra la mia spalla, a dire il vero non posso giurarlo, ho visto un mucchio di facce, come se lo specchio fosse rotto, anche se sapevo bene che non era rotto, e allora Belano ha detto, ma l’ ha detto a voce molto bassa, appena più forte di un sussurro, ha detto: senti, Contreras, c’ è una stanza dietro a questo muro?

La profonda metafora del racconto si incentra sul motivo del volto

Essendo, questo volto, per convinzione comune ciò che abbiamo di più proprio, in breve il volto che è in me, e non solo sulla superficie della mia faccia, comprendiamo immediatamente che è cosa ben diversa dall’affermare: io sono il mio volto; la mia coscienza, difatti, dovrebbe essere convinta di non potere, né dovere, uscire dall’area di queste fattezze, anche se mutano nel tempo con dati segni apparsi per diventare indelebili, e per l’espressione del volto con i suoi segni provvisori e fuggevoli; eppure tutti i cambiamenti – per quanto ben incisi nelle carni – continuano a rimandare al volto-che-è-in-me, il volto mio in cui credo profondamente, del quale mi sarebbe impossibile ricordare il momento in cui lo vidi per la prima volta.

Con un piccolo supplemento di attenzione, ci accorgiamo che a dispetto di tutto qualcosa in me si nega a coincidere col mio volto.

È anzi del tutto intuitivo che io non sono il mio volto. Per quanto a lungo sia stata la principale pianta del mio giardino – l’uomo, il suo corpo e la sua anima come giardino è una nota immagine lirica del sufismo – il mio volto è la combinazione di frammenti ereditari e di atavismi, designa la mia appartenenza a un gruppo umano al di sopra della mia volontà; il volto puro è invece identità esclusiva ma non stabile, è transformale e non può essere catturato da una sola immagine.

Si vedono quindi con chiarezza due possibili conseguenze: la prima, che il volto sia Imago nel senso di Nicola Cusano. Nel suo saggio del 2005 apparso su Dialegesthai Marco Maurizi afferma con nettezza: «L’imago indica una realtà originaria rispetto all’explicatio (cusaniana)»; ma «il termine (imago) non è affatto univoco». Vale qui anche per descrivere il mutare di forma del volto che avverto come mio ed esprimente me? E la società, quando produce i miei documenti “d’identità” intuisce questa fondamentalità del volto in quanto universalmente riconoscibile?

Seconda conseguenza è: il volto in questo modo inteso può essere considerato la facciata del Tempio umano, espressione della stessa relazione che intercorre fra la facciata di una cattedrale e il suo interno?

L’ipotesi è suggestiva. Viene alla mente, per analogia, quanto scrive Julius Evola nel nono capitolo de Il mistero del Graal del 1937 a proposito della sede iperborea della Round Table, il “castello rotante” che rimanda al simbolismo dell’“isola rotante” o Avallon, Terra Polare nordica e inaccessibile, che «ruota intorno al suo asse e trasporterebbe il mondo nel suo moto di rotazione» (ibidem, pag. 59); tutto ciò raffigura nella forma del mito il concetto di un “centro” del mondo, di un’autorità regale, indiscutibile come fu quella regale, legittima per la sua relazione con il cosmo. Ordine cosmico che produce l’ordinamento, da cui discende l’ordine sociale e le relazioni, inalterabili nel tempo, fra gli “Ordini” o gruppi umani disposti organicamente, sotto il segno di un’autorità suprema che si suppone super-umana, cioè lasciataci da esseri celesti. Nella mitologia celtica irlandese questi sono i Tuatha dé Danann, sovrani primitivi dotati di “salute” e conoscenza sovrannaturale, successivamente illanguiditisi e infine estinti, a conferma del fatto che per quanto avanzata fosse la loro civiltà, le vaste conoscenze non li avessero resi immortali. Ma sul testo evoliano, qui appena accennato, torneremo più approfonditamente in un prossimo articolo.

L’identità e il volto come manifestazione simbolica del centro dell’universo

L’identità e il volto, come manifestazione simbolica del centro dell’individuo/universo, mi sembrano esprimere bene il punto di passaggio fra l’auto-ritrarsi e il ritratto sociale e oggettivo della persona. Nei documenti di identità c’è, messo in una luce oggettiva spesso alquanto impietosa, il mio volto. La fotografia non è che un ulteriore metodo di fissaggio, e colloca il mio volto in un quadrato dell’ identità. E’, in linea di massima, tutto ciò che le autorità vogliono sapere di me. I processi interiori ne rimangono esclusi in linea di principio. Il foto-ritratto è la perfezione esterna dell’ identità.

Accade quindi che il Belano/Bolaño, lo studente detenuto del racconto, sia come conseguenza della carcerazione privato in primo luogo dell’ identità. La dittatura criminale che si riveste di autorità costituita non può che rendere grottesche le procedure di accertamento dell’ identità, semplicemente dilatandole a dismisura, dilagando nell’ arbitrio e sommergendo o, per essere più crudi, affogando le differenze fra gli individui. L’ accertamento dell’ identità è la base del rapporto fra ogni singolo cittadino e l’ autorità di polizia; nell’ istituzione divenuta tirannide, l’ identità del detenuto illegale viene accertata, per essere subito cancellata.

Arancibia e Contreras, repressori dal volto umano che si dichiarano di sinistra e provano orrore di fronte alle prassi della tortura, violano gli ordini quando ri-conoscono l’ex compagno Belano, e di più, gli restituiscono volto e identità trattandolo con affabilità e rievocando un comune vissuto.

Ma il prigioniero, deprivato e inerme, non prova alcuna gratitudine anzi, non riconosce neanche la differenza fra l’atteggiamento dei suoi ex compagni e quello degli altri sconosciuti impiegati della repressione. Ha in serbo – anche quando se ne serve con indifferenza e perfino timidezza – l’arma finale: quella dell’impersonalità e dell’oblio.

Se a lui è stato strappato il volto, cioè l’identità, col pretesto dello specchio egli strapperà il volto ai suoi repressori. Uccide con dolcezza – il terrore di Contreras è palpabile – e la dolcezza assume qui la forma di un potere sottile, l’unico che possiamo sperare di esercitare quando siamo inermi e circondati di armati potenziali assassini.

La forza della disperazione

«Ciò che è sacro, lungi dall’essere la persona, è quello che in un essere umano è impersonale» scrive Simone Weil (La persona e il sacro). La potenza d’ombra del detenuto Belano – riconosciuto come tale solo dai suoi ex compagni di liceo – sta in quella forza cedevole che corrode anche la roccia più dura. Il linguaggio popolare la chiama forza della disperazione.

Sta a noi cogliere cosa possa essere quella iper-lucidità che si manifesta quando abbiamo esaurito tutte le risorse e stiamo a terra schiantati, pronti a ricevere l’ ultimo fendente… La comunicabilità delle esperienze di estasi legate al tormento e allo scempio irreparabile della carne è sempre stata problematica, come ben sanno gli sciamani studiati da Mircea Eliade, i cui sogni iniziatici o “iniziazioni in sogno” sono raccontati in Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi:

Secondo un altro insegnamento yakuta (si parla quindi di stregoni siberiani, ndr.), gli spiriti malvagi portano l’anima del futuro sciamano agli inferi ove lo chiudono in una casa per tre anni (per un solo anno, se si tratta di coloro che diverranno sciamani d’un ordine inferiore). E’ là che lo sciamano riceve la sua iniziazione: gli spiriti gli tagliano la testa e gliela mettono vicino (perché il candidato deve assistere con i propri occhi al suo smembramento), poi lo riducono in pezzi minuti che sono distribuiti agli spiriti delle varie malattie. E’ solo per tale condizione che il futuro sciamano acquisterà il potere di operare delle guarigioni. Successivamente, le ossa sono ricoperte di carne fresca e in certi casi si immette in lui anche un nuovo sangue.

Molto più facile rivolgersi ai predestinati al successo, ai piccoli contabili della vittoria. In un altro passo de La persona e il sacro, la Weil dice che «invece di incoraggiare la fioritura dei talenti, ( … ) bisogna aver cara e confortare la crescita del genio». Ma qui la questione si fa accidentata. La potenza liberata dal genio non segue le regole del lancio promozionale, non è un fenomeno buono per tutti i palati.

Intelligenza, genio, e follia della storia

Tanto per dirne una, spesso si traveste da impotenza. L’impotenza dell’intelligenza è la follia; e spesso è la follia la nutrice del genio. Non so perché mi vengono alla mente le XII fatiche di Ercole, e come Ercole sfodera dalla propria pelle il povero Marsia solo per aver perso una gara musicale… Nel simbolo esoterico, come nel genio, i racconti di azioni e di imprese sono talmente folli da risultare completamente privi di senso ad una mente ordinaria. Certi racconti, come quelli mitologici, ci gridano il loro appartenere ad un senso e ad un mondo diverso da questo. Spero che il fascino del mito, delle sue evidenti incongruenze re sproporzioni possa venire condiviso dai lettori: che di queste incursioni in altre realtà “aumentate” possano trarne il frutto gustoso.

Ma ciò che importa dire ora, è che il racconto di Bolaño è esattamente della stessa natura; la sua tensione e le sue stranezze sono le stesse del volto “esterno” dei testi ermetici ed esoterici: ad una lettura “normale” le linee di forza che percorrono il racconto, fondato sull’immagine di una perdita irreparabile, non appaiono con chiarezza, e il nucleo dell’invenzione sembra inospitale come un cumulo di rovine. Mentre invece, purtroppo, è nient’altro che la trasfigurazione artistica della realtà storica di una strage d’innocenti.

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