Il mio anno di riposto e oblio

“Il mio anno di riposo e oblio”, di Ottessa Moshfegh: il tripudio della società liquida

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I had started “hibernating” as best I could in mid-June of 2000. I was twenty-six years old. I watched summer die and autumn turn cold and gray through a broken slat in the blinds.

Rinomata per il suo successo con Eileen, Ottessa Moshfegh pubblica Il mio anno di riposo e oblio nel 2018 e viene accolto dalla critica con recensioni positive.

Il mio anno di riposo e oblio, romanzo di Ottessa Moshfegh. Ovvero il successo non esiste e raggiungere la felicità è sempre un lavoro individuale – purtroppo o per fortuna?

Il tratto distintivo della scrittrice è quello di dar vita a personaggi detestabili, che per il pubblico appaiono poco comprensibili a causa delle loro scelte e del loro carattere. In questo caso, la protagonista del romanzo è una donna di ventisei anni e l’autrice non ci regala nemmeno il suo nome, perché, impareremo poi, è un tassello fondamentale di un’identità che è pronta a deperire.

Il tema fondamentale di questo romanzo, infatti, è un’ibernazione del corpo forzata dalla protagonista stessa, che si farà prescrivere farmaci per addormentarsi per un anno, con lo scopo di risvegliarsi come una persona totalmente nuova.

La nostra senza-nome è una ragazza proveniente da una famiglia benestante, che però è rimasta senza genitori. Il focus sarà principalmente sulla relazione della madre, anche a causa della sua morte: un mix fatale di farmaci e alcol.

La giovane donna ha tutto: i soldi della famiglia, un aspetto da modella (capelli biondi, occhi chiara, taglia piccola), un appartamento nell’Upper East Side di Manhattan e un lavoro in una galleria d’arte, ma tutto questo non le dà nulla, se non problemi esistenziali sul suo ruolo nella società e su come sente di essere percepita dagli altri. La protagonista non riesce a trovarsi in equilibrio con il mondo, non come fa il suo “fidanzato” Trevor o la sua amica Reva. Questi due legami cardine, che sono gli unici che la ventiseienne tollera – […] I hated talking to people – sono essenziali per la sua infinita ricerca di equilibrio nel mondo reale perché, in modo contorto, sono gli unici che le fanno notare l’apatia di cui è impregnata la sua vita.

Trevor ha con lei un rapporto malsano e tossico, la usa principalmente per il suo corpo; non si può dire che ci sia un rapporto equo, emotivamente parlando, ma la protagonista non lo allontana dalla sua vita, non perché non ci riesca, ma perché, effettivamente, non ne ha voglia. Ha bisogno di un costante richiamo sul suo essere un’americana doc, dalla quale la gente si aspetta una vita di successo, in primis per le origini della famiglia e, in secondo luogo, per il suo aspetto.

I thought that if I did normal things – held down a job, for example – I could starve off the part of me that hated everything. If I had been a man, I may have turned to a life of crime. But I looked like an off-duty model. It was too easy to let things come easy and go nowhere. Trevor was right about my Achille’s heel. Being pretty only kept me trapped in a world that valued looks above all else.

Allo stesso modo, la sua amica Reva la vede in primis come una persona con cui competere e usa il loro rapporto come bilancia per assicurare – o demolire, a seconda delle giornate – la sua autostima. Reva soffre di bulimia e vede la nostra senza-nome come la persona che vorrebbe essere, esteticamente parlando, ma al contempo non apprezza la sua staticità nei confronti della vita, per la sua scelta di un lavoro di cui non le importa, quando potrebbe avere molto di più. È Reva ad essere il bilancio costante con un mondo che non accetta la personalità distrutta della protagonista, una personalità che capiamo essere stata enormemente scalfita dal lutto e che si porta dietro un trauma che non ha risolto e da cui si fa annegare.

La critica sociale di Ottessa Moshfegh in relazione alla società liquida di Bauman

Si iniziano a vedere i tratti di una critica sociale di cui Ottessa Moshfegh si fa carico, indagando a lungo sui ruoli di ognuno all’interno della società e, andando avanti con la narrazione, si potrebbe pensare alla questione della società – o modernità – liquida spiegata dal sociologo Zygmunt Bauman.

Con la crisi del concetto di comunità emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno, da cui guardarsi. Questo soggettivismo – così Umberto Eco spiegava Bauman – ha minato le basi della modernità, l’ha resa fragile, da cui una situazione in cui, mancando ogni punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità. Si perde la certezza del diritto (la magistratura è sentita come nemica) e le uniche soluzioni per l’individuo senza punti di riferimento sono da un lato l’apparire a tutti costi, l’apparire come valore e il consumismo. Però si tratta di un consumismo che non mira al possesso di oggetti di desiderio in cui appagarsi, ma che li rende subito obsoleti, e il singolo passa da un consumo all’altro in una sorta di bulimia senza scopo”. La modernità liquida, per dirla con le parole del sociologo polacco, è “la convinzione che il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza.[1]

In primo luogo, è evidente lo straniamento della protagonista, che, inconsciamente, vorrebbe vivere in un mondo che abbia meno fretta e che possa ancora esistere in una dimensione in cui non esista il solo rendiconto personale, con una visione estremizzata dell’io e della realizzazione dell’individuo. Questo bisogno di vivere altrove si manifesta in particolar modo quando si rinchiude dentro casa e, lentamente, si abbandona alla visione di film di altri tempi, che le danno un senso di certezza. Riguarda sempre le stesse pellicole, sente sempre le stesse parole e guarda sempre le stesse azioni. Da un lato, riversa il mondo al di fuori della sue mura dentro una tv, conferendogli lo stesso senso di routine massacrante, ma dall’altro, è un modo per trovare una certezza al di fuori della realtà esterna, una sorta di costrizione personale più allettante di quella al di fuori.

Ciò da cui si vuole allontanare la protagonista è la cultura narcisistica, tutti questi io forzati al massimo del loro potenziale, caratterizzati da un percorso personale che sembra sempre sfociare in un tripudio dei propri successi, schiacciando e divorando chiunque possa correre accanto a noi per raggiungere lo stesso obiettivo. È questo mondo fatto di squali a turbarla e, maggiormente, il fatto che lei dovrebbe agire come tale per farsi spazio e affermare la propria personalità.

Il mio anno di riposo e oblio: Tutto è superfluo, ognuno deve sempre fare di più e, soprattutto, mostrare di più

Il momento di picco del romanzo avviene nel momento in cui la senza-nome decide di “ibernarsi”: incontra una psichiatra poco attenta ai bisogni dei suoi pazienti. Le comunica che soffre di una terribile insonnia – e progredendo nel dirle che, anche con le medicine, anziché addormentarsi è sempre più sveglia – arriva a prendere dosi massicce di sonniferi, ma il suo pensiero non è quello di mettere fine alla propria vita, anzi, vuole usare il periodo di sonno per entrare in un letargo, che, una volta terminato, la renderà una persona nuova. (Anche il rapporto con la terapista è fondamentale, un ruolo così importante è ricoperto da una donna che non ha a cuore la salute dei suoi paziente, non entra in contatto con i loro traumi e bisogni, è un rapporto vacuo.)

I knew in my heart-this was, perhaps, the only thing my heart knew back then – that when I’d slept enough, l’d be okay. I’d be renewed, reborn. I would be a whole new person, every one of my cells regenerated enough times that the old cells were just distant, foggy memories. My past life would be but a dream, and I could start over without regrets, bolstered by the bliss and serenity that I would have accumulated in my year of rest and relaxation.

La protagonista ha bisogno di liberarsi di convenzioni sociali a cui non riesce ad appartenere e inconsciamente è il suo modo di elaborare il lutto. Sebbene questo non venga spiegato come motivazione, all’interno del racconto, lo si capisce per un punto fondamentale. Il rapporto con il sonno è, in questo caso, estremamente simbolico, perché nelle prime pagine, la protagonista spiegherà che era lo stesso mezzo usato dalla madre: il dormire insieme era il loro linguaggio segreto, un mezzo a cui entrambe si aggrappavano per sentirsi meglio insieme. Quasi in simbiosi, le due si assopivano nello stesso letto e il magico momento che si verifica poco prima di addormentarsi, quel lento cadere tra le braccia di Orfeo, era l’inizio di una fase di estasi, che trasportava il corpo e la mente a una realtà serena e astratta, senza pressioni dal mondo esterno.

“I was not a narcoleptic-I never fell asleep when I didn’t want to. I was more of a somniac. A somnophile. I’d always loved sleeping. It was one thing my mother and I had enjoyed doing together when I was a child. She was not the type to sit and watch me draw or read me books or play games or go for walks in the park or bake brownies. We got along best when we were asleep.”

Il mio anno di riposo e oblio non è un romanzo che si legge per i risvolti narrativi della storia, è una lettera di rabbia nei confronti di una società vuota e sterile, che si tramuta in un’apatia accumulata e sfibrata. Rende ben evidenti i meccanismi dei rapporti personali in una realtà che banchetta con il narcisismo tossico e come esso possa nuocere specialmente alla nostra interiorità.

[1] Su «Quotidiano Nazionale»

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