Il passato che dilania. Come mettere bombe nelle fantasie dei bambini

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Dalla necessità di creare mappe mentali alla necessità di sapersi perdere

Ho trovato un notevole spunto d’ interesse in un episodio narrato da Massimo Recalcati nel suo L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento: l’autore rievoca un ricordo della sua scuola elementare. Siccome la famiglia abitava giusto di fronte all’istituto, aveva preso l’abitudine ad uscire di scuola quando aveva necessità di andare al bagno. Ma quando per la prima volta la maestra glielo vietò espressamente, obbligandolo ad usare i servizi all’ interno della scuola, lui ne fu estremamente turbato pur dovendo ammettere, retroattivamente, che quell’assenza di confini precisi fra l’ istituzione e l’ambiente domestico era un impedimento alla formazione di una sua geografia interiore.

Come per Recalcati, la mia abitazione era a pochi metri dalla scuola. Un portone spropositato, un mascherone terribile e vorace che ingoiava bambini a ondate, come l’enorme bocca del falso dio Baal nella celebre scenografia di Cabiria di Giovanni Pastrone. Come oggi mi appare prevedibile se non ovvio, con la scolarità le percezioni relative al sovra-ordinario e alle dimensioni sottili si affievolirono fin quasi a scomparire: eppure non scomparvero mai del tutto. Evidentemente con la riconfigurazione delle mappe mentali la scuola stava inoculando in noi piccoli anche un assioma, secondo il quale le conoscenze oggettive sono di rango superiore alle soggettive.

Il principale discrimine era fra conoscenze utili ed inutili. L’attitudine visionaria non potrebbe, per la sua natura così irriducibilmente individuale, essere posta al centro dei processi e delle strategie cognitive. Non c’ è metodo pedagogico libertario, steineriano o montessoriano, che possa guidare o sostituire la tendenza individuale a perdersi, grazie a fantasticherie intraducibili in forma logica. Pure le esperienze precedenti al linguaggio, indescrivibili e straordinarie, tendono a dissolversi solo perché la maturazione intellettuale mette a disposizione nuovi strumenti espressivi; le ineffabili esperienze di un “altrove” appaiono primitive, al confronto: il prodigioso non esiste.

Allora trovavo molto attraenti alcune immagini tratteggiate rapidamente nel ricordo, che molti anni più tardi ho preso l’ abitudine di organizzare sintagmaticamente.

Il Ministero della Difesa nelle scuole: il bambino dilaniato dalle mine, la fiaba rovesciata, l’orco che racconta le fiabe, l’immaginario bombardato

Un manifesto onnipresente nelle scuole primarie italiane di quel tempo era a cura del Ministero della Difesa, disegnato a vignette dai vivaci colori, che riproduceva questa storia: un bambino giocava con alcuni amici su un prato incolto, in periferia. In un piccolo canale di scolo, fra le erbacce, il bambino veniva attratto da un oggetto metallico che riluceva al sole. Curioso, lo prendeva per capire cosa fosse. Ma aveva commesso una grave imprudenza. L’ordigno era un proiettile della seconda guerra mondiale finito in quel prato, ancora inesploso. Siccome era lì da anni dimenticato, il solo fatto di essere spostato riattivava l’innesco, e dunque l’esplosione. Ricordo fotograficamente l’espressione di terrore del poverino mentre l’onda d’urto della bomba, rappresentata con punte cremisi zigzaganti, lo investiva. L’ultima vignetta era il bambino fasciato dalla testa ai piedi, in un letto d’ospedale.

Non è un caso che il mestiere delle armi in Italia, da Ministero della Guerra con il fascismo, fosse passata in epoca repubblicana alla pura reattività, ad un Ministero della Difesa. Eravamo i figli di una nazione risorta; ma il mistero del passato mal sepolto non cessava di tormentarci. I nostri genitori sapevano di quel tormento, del fuoco dell’immane tragedia alla quale erano, solo da poco, scampati; noi piccoli lo avvertivamo nella carne e nell’anima, e nella carne dell’anima.

Il post umano profetizzato dal Nietzsche di Zarathustra e l’oriente alla luce dell’occidente di Steiner

Sono stato profondamente impressionato dalla possibilità di trovare un proiettile della guerra inesploso. La narrazione del manifesto, in ogni caso, mi spingeva ad una riflessione più approfondita del puro e semplice timore. Credo che in quegli anni, negli anni in cui crescevo, si stesse delineando un primo abbozzo di una strategia post-umana globale, quella profetizzata dal Nietzsche nello Zarathustra, in un’ epoca ancora del tutto immatura per la realizzazione pratica di un uomo di tipo superiore. Vedo, e allora intuivo senza sufficiente chiarezza, che la vecchia epoca dissolveva nella nuova portando dentro di questa l’elementare, brutale e primitiva paura di finire dilaniati da una bomba inesplosa di vent’anni prima.

A poco serve considerare che, comunque, già molti decenni prima vi era stato chi, come Rudolf Steiner, aveva in qualche modo, con il linguaggio comprensibile e popolare delle sue conferenze, cercato di attenuare l’impatto psicologico della morte come scacco inevitabile e senso di distruzione del soggetto vivente. Se mi è lecito ricordarlo uno dei contenuti di queste conferenze, come quella tenuta a Monaco nel 1909 e intitolata L’oriente alla luce dell’occidente – uno strano titolo che enuncia il contrario di ciò che è stato tradizionalmente ritenuto, e cioè che l’oriente del pianeta fosse la fonte della tradizione sacerdotale (“Ex oriente lux”), complementare all’occidente, fonte della tradizione politica e militare (“Ex occidente dux”) – in cui il grande metafisico parla della relazione fra gli apparati sensoriali e la “visione” delle cose secondo la “luce” della sapienza, fino ad affermare chiaramente:

Tanto poco si possono contemplare i mondi soprasensibili con gli occhi fisici, quanto si può udire in essi con le orecchie fisiche, tanto poco si può conoscere qualcosa di loro attraverso la ragione nella misura in cui è legata allo strumento del cervello fisico. L’uomo quindi deve diventare libero da quell’attività che egli esercita mentre si serve dei suoi sensi fisici e del suo cervello fisico.

Ora, a me sembra (e sembrava, anche quando non capivo né conoscevo la tradizione esoterica d’occidente, ammesso che ora ne sappia qualcosa) che Steiner affermi qui, come anche nelle conferenze in cui parlava dei caratteri delle esperienze fra nascita e morte, e fra morte e nuova nascita, che il senso stesso della morte debba, con il progresso della civiltà, risultare attenuato per l’uomo. Che cioè la fine della prima vita, ossia quella che la nostra coscienza attuale ed aurorale (che ritiene di non essere mai stata preceduta da nient’ altro di simile) non sia il passaggio veramente fondamentale dell’essere, o del senso dell’essere che cerca di venire in luce attraverso la nostra esperienza sensibile e corporea.

Ma come si può attenuare la morte, quindi il pensiero della sua definitività, dell’assoluto congedo da me e da tutto ciò che ho conosciuto durante la vita?

Tutto è contenuto nel manifesto che ho descritto e può essere anche ripreso da questo, diverso, qui accanto riportato. Come mettere bombe nella fantasia dei bambiniQuesta campagna sui rischi dei proiettili inesplosi è stata chiaramente rivolta a bambini e fanciulli. Il senso della letalità è reso in maniera rudimentale, estremamente realistica. Si rivolgeva ad una platea di menti ingenue le quali, vittime della curiosità, potevano procurarsi mutilazioni permanenti o addirittura la morte, come purtroppo vediamo ancor oggi in una delle tante zone di guerra, là dove brulicano bambini bisognosi di aria aperta e di gioco: Ucraina, Afghanistan o Siria che siano; e facilmente incappano in questo tipo di strumenti dedicati alla strage impersonale, che nel frattempo si sono ulteriormente raffinati assumendo persino, talvolta, l’aspetto di innocui giocattoli…

Il passato dilania: si è vittime di guerra per decenni, per generazioni. Quando l’efficacia delle armi esplosive si misura dalla capacità di interrompere l’altra esplosione, quella biologica, ormonale, della crescita dei bambini

La consapevolezza di colpire “a distanza” non doveva, comunque, essere estraneo neanche ai tanto amichevoli “alleati”, coloro che, per capirci, nell’immediato dopoguerra dai convogli lanciavano sigarette, cioccolato e gomme da masticare ai civili affamati di pane e di carne. Senza forse arrivare al sadismo di travestire da bambole le mine antiuomo, gli aerei  alleati che rovesciavano tonnellate di bombe sulle aree abitate non potevano ignorare che avrebbero continuato ad infestare la terra e i mari ancora per molti anni.

Dunque, noi sconfitti non smettevamo di essere vittime nemmeno a decenni di distanza dalla fine della guerra. Se ricordo bene il bambino dell’immagine in questione, nell’ultima vignetta aveva anche perso la vista; forse la prima cosa che aveva fatto la bomba era frammentarsi e trafiggergli gli occhi.

La mina, la bomba inesplosa mi apparivano come la rudimentale rappresentazione della crudeltà insensata. Sulle cabine elettriche campeggiano cartelli con teschio e tibie incrociate nere su fondo giallo. Il pericolo presentato nelle estreme conseguenze non è semplice fatalità, ma immediata riduzione allo scheletro, alla struttura minerale del corpo. Anche la vita, l’energia interna di crescita e la continua trasformazione ormonale nel corpo del bambino sono di tipo esplosivo. La scheggia di metallo è stata l’apoteosi della visione meccanicistica del mondo, nella devastante guerra da oltre cinquanta milioni di morti, la seconda mondiale, l’unica nella storia di proporzioni tali da determinare un arresto nella curva d’inesorabile crescita della demografia terrestre. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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