Le tre spose. Thalia Kerouli
Le tre spose, dipinto di Thalia Kerouli

Le tre spose. Thalia Kerouli

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Questo quadro, Le tre spose della pittrice greca Thalia Kerouli, è la sintesi perfetta della metamorfosi della creatura che da femmina dell’età prepubere, diventa bambina-ragazza e quindi donna. Una metamorfosi: un cambio di forma ma non di essenza. La Dea che dà origine e origina da ognuna di noi, non muore mai. Ognuna di noi, a suo modo, trasmette la memoria e il ricordo della Vita precedente: siamo tutte spose, in questo senso. Tutte siamo bambine nel balbettare il giuramento antico della vita che portiamo scritto nel sangue.

Nella tela sono fissate le memorie e i gesti che hanno accompagnato il nostro crescere. Ogni sposa è vestita di parole o tracce grafiche che indicano “appartenenza”, non a un ruolo, ma a un’immagine che non sempre liberamente scegliamo. Tutte portiamo un velo che non sempre siamo in grado di eliminare: può essere il taglio di capelli, il trucco, un outfit, un modo di parlare o di partecipare alla vita sociale.

Invito a leggere questo quadro a partire da destra, perché è da destra che arriva la luce del sole che sorge. Ed è da qui che inizia il mio racconto senza tempo, come senza tempo sono tutti i quadri che fermano per sempre lo schiudersi della femminilità.

La bambina volge il viso alla sua sinistra, verso l’Est, distratta rispetto al presente e concentrata su un Altrove che non si può che sognare, rilassata non s’interessa dell’abito che indossa. I neri capelli vanno in direzione opposta allo sguardo e lei sembra pronta ad alzarsi e correre via. Lei, io ho battezzato Nympham.

Nympham

Io sono materia di Tempo
racchiudo e concludo
in antico mistero
il pensiero.
Lieve di danza incorporea
rispondo a domande sognate.
Velata di luce incolore
con morbido cuore di pietra
scolpita, dipinta, intagliata
all’uomo sorrido.
Amata ed amante
mi fermo in parole
stracciate da spazi lontani.
Un brandello di veste
a ricordare chi eri e chi sei
è il mio pegno d’amore.

 

Dalla Ninfa, ecco spuntare la seconda sposa, quella di mezzo. È più sfacciata e presente, gioca a nascondere e svelare; ti guarda in faccia senza sorriso, incorniciata da capelli che sono copricapo, riparo, quasi, ai pensieri e sembra sicura di essere vincente sulla vita. Sembra comodamente seduta, appoggiata al Destino, ma non è così: i piedi incrociati, le gambe chiuse, serrate al petto, la gonna sollevata come se si potesse mostrare il corpo, ma non il cuore. Lei, che ha scoperto cosa vuol dire essere femmina, è Bianca.

Rosa Bianca

Io sono l’unica,
Bianca di Tempo,
altare di rosa
che si sfoglia,
si spoglia
e rinasce
dal cuore
nel cuore.
Dolce di malinconia
e di tenerezza
come pietra
che partorisce
acqua.
Dura
come la goccia
che ucciderà
sua madre.
Io sono mille
e sono tutte.
Puttana,
sogno,
miraggio,
amore.
Sono certezza
di respiro e sangue.

 

E poi c’è l’ultima sposa, seria, rassegnata, compita. Le braccia incrociate e appoggiate sul grembo. La gonna composta come nelle antiche fotografie. Sembra dolcemente rassegnata al volere della vita sociale che le ha messo addosso l’abito da sposa, di Nympha, di madre. È abbandonata alla vita, ma mantiene la sua forza di donna: sono quelle scarpette rosse il legame con la divinità che rappresenta. Lei è Madonna che, ormai, ha compreso la Vita che sembra uscire da ogni destino stabilito dal quadro e che sembra abbracciare e fermare la bambina che era.

Madonna della tenerezza

Tra rovine pagane di uomini senza amore
ti stringo tra le braccia.
Bianca di tempo, chiudo gli occhi
per meglio sentire il tuo respiro:
ho il tuo cuore sul mio.
non è tenero il futuro con chi ama:
morbide carni diventeranno ossa,
ma immagini e parole saranno memoria.
E torneremo nell’utero dell’eterna Madre
dove non c’è passato.

 

La lettura dello stesso quadro, da sinistra a destra, offre, invece, il racconto del Passato. Ripercorre la storia che ogni sposa può raccontare di se stessa a ritroso. A partire dalle scarpette rosse che indossa, simbolo di presa di coscienza che va oltre le fiabe. Ha necessità di coprire i piedi con qualcosa di sé, qualcosa che diriga la sua strada che la faccia sentire sempre viva e presente. La bambina che era, nonostante il vestito, tiene incrociati i suoi piedi, come a fermare la corsa futura iniziata nel passato. Appoggiata a un destino che non è mai quello sognato. La piccola Ninfa del passato è-era- invece pronta a lanciarsi: scalza, perché le piccole Dee sono libere, possono spogliarsi e rivestirsi del ruolo che preferiscono; lo sguardo diretto verso un Altrove in cui confinano sogno e realtà.

Ogni bambina ha diritto di sognare di essere sposa, di giocare a fare la sposa. Ogni bambina, come ogni donna ha diritto di scegliere come, quando e di chi diventare sposa, quando sarà il momento. Nessuno ha il diritto di interrompere il sogno, prima che sia giunto il momento della sua realizzazione. Tutte abbiamo il dovere di non dimenticare la bambina che siamo state; il ricordo aiuterà a comprendere ciò che siamo e che saremo. Il presente e il futuro, nostro e dei nostri figli. A prescindere dagli abiti, che non sono solo di stoffa, che la vita ci imporrà di indossare.

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