orrore popolare

Folk Horror. L’anima oscura dell’Italia profonda

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Folk Horror ovvero l’Orrore popolare

Nel 2021 esce per le edizioni Odoya un curioso Almanacco dell’orrore popolare, testo di autori vari curato da Fabio Camilletti e Fabrizio Foni. Per quanto il genere di appartenenza sia difficile da descrivere, viene presentato dai curatori come ben annidato e vivo nel mondo anglosassone: il cosiddetto folk horror è una sofisticata impresa letteraria che, lungi dall’’accademico disprezzo che le Belle Lettere riservano, nella maggior parte dei casi, alla letteratura popolare, al contrario la riporta in vita, la scopre o – per usare un’espressione che piacerebbe ai cultori del genere – la rivanga, cercando per l’appunto segni di vitalità nel folklore di cui, dagli albori dell’era televisiva in avanti, si dichiara la fine o nel migliore dei casi un definitivo e irrimediabile annacquamento.

Il gotico popolare italiano descritto da Roberto Esposito

Un interessante traccia di lavoro, per meglio comprendere il “gotico popolare” italiano, la fornisce Roberto Esposito (citato al principio della Parte I A lezione dagli antichi):

senza mai ripiegare in un’attitudine conservativa, e anzi sporgendosi oltre la soglia della modernità, l’intero pensiero italiano cerca nella sapienza degli antichi le chiavi di interpretazione di ciò che è più prossimo.

Esposito indica in forma rassicurante qualcosa che caratterizza in modo profondo la penisola, che non esiterei a considerare invece inquietante: il passato in Italia, ciò che designiamo come antico, è in realtà molti passati, uno per ognuna delle etnìe perseguitate e successivamente soppresse dai poteri generalisti, repubblicani o imperiali come quello romano il quale, per la sua autoriconosciuta vocazione universale e intrinsecamente espansiva, riteneva del tutto naturale conquistare, sottomettere e destinare ad una quantomai efficace cancel culture le civiltà “minori” o semplicemente meno aggressive. Di queste l’esempio forse più macroscopico è il genocidio culturale degli Etruschi, fra i più antichi dominatori dell’Italia centro-settentrionale preesistenti a Roma, le cui testimonianze scritturali sono state sistematicamente rimosse dai conquistatori, per favorire invece una fusione con l’elemento romano cui l’Etruria non seppe o non volle sottrarsi.

L’Italia reale, cioè popolare è infestata da spiriti rimossi di popolazioni conquistate e distrutte

Non diversamente potremmo dire dei Sabini, dei Sanniti, dei Galli dei Dauni e dei Peucetii, dei Sicani o dei Sardi eredi della civiltà nuragica, e così via. L’Italia reale, cioè popolare, è per quanto è lunga infestata da questi spiriti rimossi, negati e soppressi, che hanno la loro rivincita proprio nelle credenze popolari e nel folklore. Tornano “come un rimorso” nelle pagine di scrittori contemporanei quali Manganelli, Bassani e Vassalli. Non hanno né forse avranno mai requie e noi con essi, con tutti quegli oggetti che affiorano continuamente dalla terra: statue, monete, suppellettili, ricordandoci “che il suolo italiano non è altro che un’immensa necropoli” (F. Camilletti).

Così fioriscono nella fantasia popolare lamie e strigi, janas e masche, nascite prodigiose in luogo di segni celesti, come il vitello a due teste certificato nel 1984 nientemeno che dal Corriere della Sera, da sempre il giornale dell’establishment, del retto pensiero e del positivismo urbano; e ancora la scrofa che uccide un manovale a Corcolle nel 2019; orchi verosimilmente antropofagi, lupi mannari e cadaveri vaganti che una tradizione di recente importazione, Halloween, ha trasformato nei più moderni zombies.

Ma non sussiste alcun dubbio: in tema di contaminazione fra tradizioni popolari, di morti viventi, di “eserciti furiosi” (C. Ginzburg) di streghe al sabba potremmo riempire il mondo, e far vacillare anche tradizioni solidamente macabre come quella haitiana, far impallidire i teschi di zucchero rosa del “dia de los muertos” del Messico. La percezione complessiva, per quanto ci riguarda, è quello di una straordinaria rigatteria archeologica, uno scantinato pieno di reperti che scintillano nel buio, un continuo inciampo – con in mano l’ultimo modello di Iphone – su qualche atroce maschera apotropaica di venticinque secoli fa; fino all’estremismo semi-apocalittico di una onnipotente Sovrintendenza che scopre camere sepolcrali lungo lo scavo di una metropolitana, e blocca i lavori per altri venticinque secoli, trasformando in reperto la metropolitana stessa.

L’etnografia come matrimonio tra alto e basso, e la Biblioteca delle tradizioni popolari

Nel momento magico dell’etnografia fra gli anni Cinquanta e Settanta dello scorso secolo brillano di luce propria i Lomax, De Martino, Leydi, e ancora un secolo prima il Pitré con le ricerche sulle tradizioni popolari siciliane confluite nei volumi della sua monumentale Biblioteca delle tradizioni popolari; ma soprattutto, per motivo di un mio particolare affetto, l’opera originale del Maestro Roberto De Simone nel solco della tradizione formale e teatrale barocca della lingua napoletana; tutti comprovano un’osservazione dello storico Carlo Ginzburg, che appare nella prefazione del suo lavoro I Benandanti:

“J. Marx notò l’esistenza di un gruppo di credenze che, pur essendo di origine inequivocabilmente
popolare, presentavano tuttavia una certa analogia con il sabba stregonesco schematizzato da teologi e inquisitori. Più recentemente, L. Weiser-Aall ha sottolineato l’esistenza di questo punto di contatto tra la stregoneria popolare e quella colta. Si tratta di credenze, testimoniate per la prima volta nel secolo Decimo, ma risalenti sicuramente a un periodo anteriore, in misteriosi voli notturni, soprattutto di donne, verso convegni dove non vi è traccia di presenze diaboliche, di profanazione di sacramenti o di apostasia della fede – convegni presieduti da una divinità femminile, chiamata ora Diana, ora Erodiade, ora Holda o Perchta.”

Dunque il “segreto” dell’etnologia italiana e non solo, è tutto in questo mescolarsi di cultura alta, dominante, padronale – nel medioevo, inquisitoriale – e cultura bassa, contadina, magica. C’è da notare ancora questo: senza questa ibridazione i singoli motivi fiabeschi, parapsichici, raccapriccianti e sinistri della tradizione popolare, con ogni probabilità non sarebbero sopravvissuti: l’esistenza quotidiana negli ambienti rurali del remoto, come del recente passato è intessuta di brutalità, morbosità e non di rado, tragedia. Questo attrae enormemente le classi istruite e urbane, che nel medioevo erano rappresentate proprio dalla Chiesa. Si può certamente dire che nel corso dei secoli la curiosità verso le forme culturali “inferiori” e illetterate del popolo, quindi le relative interferenze, si siano di fatto addolcite, tramutandosi da istruttoria disseminata d’ inconcepibili crudeltà in indagine e studio finalizzati alla preservazione; concomitantemente, tradizioni e racconti popolari hanno decantato – in parte – il proprio nucleo disturbante. Da tanta zona d’ombra nascono, come un fiore di sinistra bellezza, le Fiabe italiane raccolte da Italo Calvino.

Etruscologia fantastica e le vie segrete di Mario Signorelli

Una menzione a parte merita la “etruscologia fantastica” che emerge dagli anni Sessanta, con una certa produzione editoriale che non viene ignorata dal pubblico. Il fenomeno è incentrato sulla figura del tuscio Mario Signorelli (1905-1990) e sulle sue “visioni archeologiche”, analizzate in un saggio di Martina Piperno.

Nel sottofondo della fanta-etruscologia agisce un motivo inconscio a mio avviso riconoscibile: il mai del tutto sopito senso di colpa per la soppressione violenta (in realtà, violenta solo in parte, poiché vi sono nuove evidenze storiche di una reale fusione fra elemento etrusco e romano, come nel recente ritrovamento del Santuario romano-etrusco di San Casciano dei Bagni in provincia di Siena) di importanti civiltà italiche. Non deve sfuggire il fatto che, al tempo in cui fu attivo Signorelli prevaleva, invece, una prospettiva fortemente revanscista e recriminatoria, presente anche nella cultura alta – come nel caso dell’“etrusco” Vincenzo Cardarelli di Tarquinia; o ancor più fortemente in Giorgio Bassani, che nell’incipit del Giardino dei Finzi Contini non esita a paragonare il genocidio degli Etruschi alla Shoah ebraica. Nella rievocazione, venata di tardo romanticismo, dello sterminio etrusco il ruolo del cattivo viene riservato agli “imperialisti” greci e romani. Il mito della “Graecia mendax” e tutta la sfilata degli storici greci e romani, da Erodoto a Tito Livio, altro scopo non avrebbe avuto che quello di cancellare la memoria autocefala dei popoli sottomessi, rappresentandoli come deboli, indolenti, viziosi e destinati a sicura sconfitta.

Signorelli, diplomato al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma, dopo aver vissuto serenamente alcuni decenni come storico locale del viterbese e archeologo dilettante, a partire dal 1966 pubblica Sui sentieri dei Lucumoni Etruschi, Colloqui con i perispiriti etruschi, Le vie segrete degli Etruschi e infine Nel mondo allucinante degli Etruschi, questi ultimi due per i tipi dell’editore Sugar (attualmente SugarCo), che aveva portato al successo l’allora notissimo Peter Kolosimo, al secolo Pier Domenico Colosimo, precursore di tutte le moderne fantasticherie atlantidee e dell’ attuale teoria degli Antichi Astronauti, i cui esponenti dichiarano di ispirarsi alle opere di Erich Von Däniken e soprattutto a Gli extraterrestri torneranno del 1968.

Signorelli, dopo la sua per così dire “illuminazione”, si guadagna rapidamente un seguito fra gli appassionati di spiritismo e di ufologia. E’ appena il caso di sottolineare che proprio questi due settori sono la più attendibile metamorfosi moderna del “gotico popolare”: le credenze di questa natura sono magiche senza alcuna pretesa di misticismo. Nel pantheon popolare rientrano senza dubbio anche Beati e Santi della Chiesa cattolica ma non per il pensiero che hanno espresso, e soltanto vagamente per il loro messaggio morale; vi sono installati soprattutto per la loro capacità di operare miracoli, in modo quindi fenomenologico, poiché il folk horror esige e cerca prove del soprannaturale per confondere gli scettici e gli scientisti, allo stesso modo in cui le pretendono, appunto, scettici e scientisti.

Nelle Vie segrete Signorelli afferma, grazie ai suoi contatti medianici, di essere in grado di ricostruire l’esatta localizzazione del Fanum Volumniae, santuario federale etrusco mitico proprio perché non ancora identificato. Lui lo chiama il Fanu di Velthurcia, dalla riunione dei nomi delle divinità Velth e Urcia. L’ archeo-medium avrebbe aperto lo scavo, nella località Grotta del Riello vicino a Viterbo, a proprie spese. Altrove Signorelli afferma di sapere sempre tramite lo stesso mezzo dove si trovino i favolosi tesori accumulati dagli Etruschi, “con lo scopo di trasferirli nell’ora prestabilita verso il regno eterno dell’aldilà”. L’entità di tali tesori sarebbe inimmaginabile, al punto che i Lucumoni, i grandi sacerdoti, avrebbero inscenato una “seconda civiltà convenzionale” quella, per intenderci, i cui reperti riempiono le sale degli attuali musei etruschi, “con lo scopo di trarre in inganno i troppo creduli ricercatori e studiosi”. Quale sarebbe stato, il senso di un tale depistaggio? Probabilmente distrarre la posterità riguardo i segreti sacerdotali, principale dei quali è il potere di percorrere il cammino fra la vita e la morte a propria discrezione, e in entrambe le direzioni.

Le forti istanze metanaturali dell’etruscologia fantastica sono ovviamente respinte in toto dalla comunità archeologica accademica; eppure esercitano, ancor oggi a mio avviso, un considerevole ascendente sulla cultura popolare contemporanea. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Per l'immagine in alto: copertina dell'Almanacco dell'orrore popolare. Folk Horror e immaginario italiano, AA.VV., a cura di Fabio Camilletti e Fabrizio Foni, Edizioni Odova

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