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È in uscita nelle sale, in questi giorni, il film di Daniele Vicari Fela, il mio dio vivente, prodotto da Fabrique Entertainment con Luce Cinecittà e RAI Cinema (guarda il trailer). Abbiamo intervistato il regista e i produttori Giovanni Capalbo e Renata Di Leone per conoscere meglio questa strana creatura, che contiene una appassionante narrazione dentro una cornice di film documentario.
È la storia di Michele Avantario, un ragazzo che negli anni Ottanta a Roma scopre l’afro-beat e Fela Kuti, il suo profeta. Se ne invaghisce al punto di passare i successivi quindici anni a immergersi nella sua realtà, recandosi frequentemente a Lagos e riprendendo tutto con la sua telecamera.
Il grande musicista giganteggia nello scenario di secondo livello, nella memoria filmata e parlata di Michele (la voce è di Claudio Santamaria). Fela Kuti emerge come uomo e artista totale, che sposa tutte le sue coriste (quasi trenta), viaggia in tournée con settanta fra mogli e orchestrali, si stupisce di essere fermato alla dogana italiana e arrestato per la scorta personale di svariate decine di chili di marijuana. Guerriero e sacerdote della liberazione africana, muore a cinquantasei anni e, nelle lunghissime esequie, viene esposto al pubblico in una bara di vetro come Biancaneve.
Michele registra e condivide tutto: nel più alto vertice drammatico di questo straziante rito funerario, sale sul palco e dà il suo addio a Fela Anikulapo Kuti definendolo “il mio dio vivente” .
Gli autori di questo singolare film raccontano con dovizia di dettagli la costruzione linguistica e le vicissitudini produttive dell’opera.
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