Diritti

Emergenza carceri. 66 suicidi da gennaio

Sovraffollate nella maggioranza dei casi, le carceri italiane continuano a non curarsi dei diritti civili essenziali.

Emergenza carceri. In molti chiedono maggiori diritti ma i detenuti sono abbandonati a sé stessi.

Con la sentenza Torreggiani (ricorsi nn. 43517/09, 46882/09, 55400/09; 57875/09, 61535/09, 35315/10, 37818/10) adottata l’8 gennaio 2013 con decisione presa all’unanimità, la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per la violazione dell’art. 3 della Convenzione dei diritti (CEDU). Il caso, molti lo ricorderanno, trae origine dai trattamenti degradanti e inumani subiti da chi ha fatto ricorso, più precisamente sette detenuti che per mesi hanno vissuto nelle carceri di Piacenza e Busto Arsizio in celle triple con meno di quattro metri quadrati ciascuno.

Sentenza che però non è diventata d’esempio per l’emergenza carceri. Secondo i dati dello studio SPACE del Consiglio d’Europa, solo nel 2021 sono state 480 le persone che si sono tolte la vita nelle carceri dei paesi dell’Unione Europea. In Italia, da gennaio, sono state sessantasei. Certo, si dirà, ognuna aveva dietro una storia di degrado, forse un disturbo o complicazioni di tipo mentale, ma i suicidi, diciamo noi, sono avvenuti in quei pochi metri quadri in cui anche nove persone vivono dove dovrebbero essercene quattro, con tutto ciò che comporta, dalla compromissione dell’igiene alla mancanza di privacy. Se nell’incontro con l’altro, ogni uomo è potenzialmente lo specchio della nostra coscienza è anche il dorso della coscienza della società. Ci si può trovare come il minotauro di Dürrenmatt, morenti, costretti in un gioco di specchi senza soluzione di continuità, dove molti sono coloro che ci somigliano ma anche coloro che ci voltano le spalle. Eppure, come fa notare Giovanni Varriale su «il Riformista» citando il codice di procedura penale, la custodia cautelare dovrebbe essere una misura da prendere come «extrema ratio».

Il carcere potrebbe essere uno dei luoghi in cui applicare la pedagogia più evoluta nel rieducare chi deve scontare una pena. Ma per far ciò, per apprendere la circolarità delle esperienze, per ricostruire una nuova centratura del proprio sé interiore, per apprendere gli uni dagli altri e una nuova cognizione del sociale e del bene comune, per poter riprendere in mano la propria vita ai detenuti occorrono condizioni materiali e strumentali che impongono, da parte delle istituzioni in primis, un rispetto per la persona persino maggiore, se possibile, di quello a cui si è abituati in stato di libertà. O non ci sarà alcun recupero, che vuole essere, si presume, una compensazione di civiltà.

Goffredo Todini

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