Mi chiamo Lucia. Ho 49 anni. Ho il diploma magistrale e il titolo di massofisiochinesiterapista. Ho perso la vista a 15 anni e mezzo in seguito a un intervento chirurgico. Fino al 2001 avevo la percezione della luce, ora sono al buio completo. Quando ero ragazzina ho visitato molti musei con i miei genitori, con scarso entusiasmo e non ricordo quasi niente. L’unica immagine pittorica che ricordo è la Gioconda, ma solo perché si trova dappertutto! Devo dire che l’ho sempre trovata brutta. Non ho mai avuto un particolare interesse per la storia dell’arte.
Una forte curiosità. Non mi aspettavo niente, anche se immaginavo che avrei trovato qualcosa in rilievo.
Il museo mi ha incuriosito perché ne ho sentito parlare in modo diverso da altri che ho visitato da quando sono cieca. Mi consentivano di toccare qualche oggetto, ma non avevo nessuna guida e di conseguenza le cose mi interessavano pochissimo e non erano poi tanto diverse dalle cose con cui venivo in contatto giornalmente. Forse se ci vedessi, oggi, non mi sarebbe interessato poi tanto guardare un quadro. Mi sarei limitata a guardarlo in generale. Invece, dovendo utilizzare le mani, sono stata costretta a mettere tutta la mia attenzione per cercare di capire prima cosa avevo sotto le dita, poi a concentrarmi per ricostruire l’immagine e quindi ricomporre il quadro nella mente, cercando di memorizzarlo. Ancora conservo intatto il ricordo di molte cose e quindi man mano che capivo cosa toccavo lo rivedevo. Però è importante avere qualcuno che ti spieghi, sia come toccare sia cosa stai toccando, altrimenti si fa tanta fatica e non si hanno risultati, ma solo confusione e si rinuncia.
Non pensavo niente di particolare perché ero troppo concentrata a muovere le mani e a cercare di materializzare quello che vedevo. All’inizio mi sembrava un ammasso informe, poi con l’aiuto sono riuscita a definire i contorni delle figure. Soprattutto quello di Venere che era più chiara e staccata. Sono riuscita a immaginarla bene. Ho fatto più fatica con il gruppo di Clori. Comunque, molte informazioni verbali mi facevano venire delle curiosità a cui ho avuto subito risposta. Come quando ho visto il nicchio su cui sta Venere e non riuscivo a immaginarlo: mi hanno fatto vedere una conchiglia vera perché potessi rendermi conto. Oppure quando ho notato che Venere ha la pancetta, anche lì mi è arrivata puntuale la spiegazione, è la dea della fertilità.
Benissimo. Anzi molto meglio che con il rilievo, perché le figure sono più nette e distinguibili. Nel caso della Venere non erano molto staccate, ma altri quadri che visto, come quello di Piero della Francesca[1] o come quello del Cristo,[2] erano facilissimi da leggere e rivedere con la mente. Sempre dopo che qualcuno mi aveva detto di cosa si trattava.
Per quanto riguarda questo tipo di immagini sicuramente devo imparare a vedere. Non è semplice riuscire a capire con le mani, non solo i quadri o i rilievi. Diverso è un quadro semplice come la Gioconda con il profilo più stagliato e che ricordavo. Ricordo che, quando facevamo storia dell’arte a scuola, la professoressa spiegava ai miei compagni come e cosa guardare del quadro. Credo che sia la stessa cosa per il tatto.
Sì, molto. Sapere di che colore sono le cose che mi stanno intorno mi piace molto. È una domanda che faccio sempre. La descrizione verbale della guida mi ha dato un aiuto a immaginarli.
Tutt’e due. Perché c’era una distinzione tra la descrizione del quadro e il racconto. Si sentiva la differenza ed è giusto che sia così. Noi non vedenti siamo abituati a sentirci descrivere e raccontare le cose, il poterle anche verificare con le mani è stato senz’altro molto importante, anche a livello della mia immaginazione. Ho potuto metterci qualcosa di mio, senza contare solo sulle parole e mi sono tornate alla mente tante cose che avevo visto con gli occhi.
In generale tutto il quadro, che non ricordo di aver mai visto prima. Mi è piaciuto perché era ben dettagliato e le spiegazioni coincidevano con quello che vedevo.
È difficile. Curiosità, certo. Anche qualche altra cosa, ma non saprei proprio come dirla. Ecco, sono stata bene. A livello emozionale è stato più importante, per me, rivedere con le mani la Gioconda, che conoscevo visivamente e ricordavo. Mi è sembrato di rivederla con gli occhi. Posso dire in tutta la sua “bruttezza”?
Non so più cosa è bello o brutto, nel senso che si dà ora a queste parole. Di un libro dico che è bello, se mi piace, se mi dice qualcosa. Lo stesso di un oggetto che posso ricordare. Ma, in generale, bello è tutto quello che mi fa stare bene, che mi crea una sensazione di benessere. Anche se non ne so esattamente il motivo. Per me la Gioconda era brutta come donna!
Per me è stata utile e piacevole. Penso che sia utile anche per altri. Per chiunque. Perché dà la possibilità di vedere e realizzare a livello mentale qualcosa che non si è mai visto. Di memorizzarla quasi come se si fosse vista. Certo aiuta molto aver visto e ricordare le sensazioni della vista, ma comunque è importante.
Sì. Anche se non sono particolarmente interessata alla storia dell’arte o alla filosofia. Per il momento però mi spingerebbe solo la curiosità di vedere altre cose, magari già viste prima. Ho sentito di persone che hanno avuto dei vantaggi nella loro vita quotidiana, nel rapportarsi allo spazio, per se stessi, frequentando i percorsi didattici del museo. Io non ho nessuna esperienza per poterlo dire, ma credo che sia vero e possibile. Mi piacerebbe che i quadri fossero in una posizione più comoda per le braccia per stancare di meno nella lettura. Quando nella sala di modellazione ho visto il quadro che sta facendo Giorgio non ho fatto quasi fatica a riconoscere le figure che lo componevano e mi sono sentita più indipendente. Pensandoci bene non mi sono sentita solo una turista.
Le conclusioni, se ci sono, sono quelle che derivano da quel ad impellendum satis che mi ero proposta nell’introduzione.
Uno stimolo per chi non vede o ha altre disabilità a entusiasmarsi sempre per qualcosa di nuovo.
Uno stimolo, per chi non conosce realtà diverse dalla propria, ad aprirsi all’alterità.
Uno stimolo per chi lavora nel campo della disabilità a continuare nelle ricerche di abbattimento degli ostacoli all’integrazione.
Uno stimolo per gli specialisti di ogni settore perché si aprano a linguaggi nuovi e a nuove sinergie.
Uno stimolo per tutte le persone a sviluppo normotipico a non rinunciare all’utilizzo dei propri sensi in favore di un oculocentrismo che sempre più costringe a perdere di vista l’interiorità.
Vedere con le mani è solo una delle modalità che possono servire ad arricchire se stessi e sicuramente a comprendere gli altri. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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