Franco Garofalo ci dona, a partire da oggi, la trascrizione di una conversazione con Bobo Craxi intorno ai fatti di Sigonella e dei suoi importanti risvolti per la storia del nostro Paese.
Vittorio “Bobo” Craxi è figlio di Bettino Craxi, capo del governo italiano dall’agosto del 1983 all’agosto del 1986, di nuovo fino al 17 aprile 1987 e protagonista decisivo della cosiddetta crisi di Sigonella. Per suo conto, Bobo è stato deputato nella XIV legislatura (30 maggio 2001- 27 aprile 2006); Sottosegretario di Stato al Ministero degli Affari Esteri, con il governo di Romano Prodi, dal 17 maggio 2006 all’8 maggio 2008; vicesegretario, portavoce e infine presidente del Nuovo PSI (Partito Socialista). È anche giornalista, opinionista e consulente di studi strategici.
I fatti del sequestro dell’Achille Lauro del 7 ottobre 1985 e della conseguente crisi di Sigonella, episodio di particolare significato poiché è a mia memoria l’unica volta, nella storia del secondo dopoguerra, che un paese dell’Europa occidentale e membro della NATO si sia contrapposto alla superpotenza americana per riaffermare la propria sovranità nazionale, se non già noti al lettore sono attentamente ricostruiti in un libro della Fondazione Craxi edito da Mondadori.
Diamo quindi la parola a Bobo, sia per la sua testimonianza di stretto familiare che come commentatore politico, su quegli eventi che indelebilmente segnarono la storia del nostro paese.
Il governo Craxi era nati da circa due anni. Aveva mosso i primi passi in una direzione non molto chiara. C’era già stata la sottoscrizione del nuovo Concordato (“accordo di Villa Madama” con la chiesa cattolica del 1984, ndr.) Si avviava ad una fase di scontro politico dopo che nella primavera dell’84 ci fu la manovra di politica economica basata sul congelamento dei punti di contingenza, una battaglia molto aspra all’interno della sinistra ma che Craxi vinse, dato che a seguito della manovra l’inflazione, che era prima intorno al 16%, scese intorno al 4-5% in modo repentino facendo recuperare potere d’acquisto a salari e pensioni.
Il Sottosegretario alla Presidenza del consiglio (ce n’era più d’uno, ma ritengo si tratti di Giuliano Amato, ndr.), il Ministro degli Esteri (Andreotti), il Ministro della Difesa (Spadolini), il Capo dei Servizi d’Informazione e Sicurezza, allora l’Ammiraglio Martini, il Capo di Stato Maggiore della Forze Armate (Gen. Luigi Poli) e anche il Ministro della Marina Mercantile (Gianuario Carta).
I rapporti si consolidarono all’inizio degli anni ’80, quando Arafat scelse di internazionalizzare la sua lotta politica. Dopo l’esodo da Beirut, che avvenne nel 1982, Arafat s’impegnò a stringere rapporti con alcune forze politiche in occidente: in particolare quelle che avevano sostenuto la causa dell’autodeterminazione del popolo palestinese. Fu subito chiaro l’intento di questa amicizia, che mirava a spingere i palestinesi a uscire dalla sfera d’influenza sovietica, determinando una relazione più concreta con i progressisti; tanto è vero che, in Italia, l’OLP aveva rapporti sia con il PSI che con il partito comunista.
Il problema era di natura tutta politica. Quanto più un governo occidentale si fosse mostrato interessato alle ragioni che conducevano quel popolo alla lotta armata, tanto meno ragioni avrebbe avuto quella lotta armata a colpire chi, come l’Italia, non dimostrava storicamente ostilità nei confronti del mondo arabo. Non vi fu alcun pactum sceleris.
Non erano ancora mature le condizioni per un accompagnamento verso un processo di pace, alla fine degli anni ’70. Il “Lodo Moro” non è stato una vera e propria strategia. Negli anni ’80, invece, apparve finalmente chiaro che ciò che rischiava di schiacciare i palestinesi era l’attrito fra filo-occidentali e filorussi. La causa palestinese era sussidiaria nel quadro di questi squilibri della regione: il ruolo dell’ Iran, quello della Siria, attori mediorientali determinanti. Senza tralasciare il fatto che la questione israelo-palestinese si inscrive in un territorio comunemente definito “Terra Santa”: un luogo di scontro non solo politico, ma sensibilissimo anche per le religioni monoteiste. Anche il mondo cattolico si mostrò sempre sensibile alle ragioni dei palestinesi; così come all’interno del nostro paese non sfuggiva il fatto che un certo atteggiamento verso i palestinesi creasse condizioni di maggiore agibilità nei rapporti con i paesi arabi che si affacciano sul Mediterraneo.
Abu Abbas era il capo del fronte per la liberazione della Palestina; probabilmente fu uno dei quadri politico-militari che concepì il sequestro della nave, in una linea che andava in una doppia direzione: la prima era di contrastare la linea di appeasement che Arafat e Al Fatah avevano assunto dopo il congresso di Algeri; la seconda di marcare una presenza forte della lotta di liberazione. Non dimentichiamo che il sequestro della nave avvenne dopo il tentativo di assassinare Arafat avvenuto il mese prima a Tunisi, quando gli israeliani attaccarono con gli aerei il quartier generale dell’OLP. Ciò non cancella il fatto che il ruolo di Abu Abbas fu decisivo anche nel tentativo diplomatico, riuscito, di far arrendere i propri militanti, in fondo anche ingannandoli perché – alla fine – quei sequestratori rimasero intrappolati, in quanto furono assicurati alla giustizia italiana una volta scesi dalla nave.
In parte si può sostenere questa tesi. In realtà ciò che pensavano probabilmente gli americani era di favorire una soluzione del caso alla quale cooperasse il governo italiano. Invece lo mise in difficoltà, perché il loro obiettivo era quello di catturare il mediatore, oltre che i sequestratori. Come se quell’intricata situazione potesse essere risolta con un blitz militare… La strada da loro scelta fu la peggiore, poiché rese inevitabile il rifiuto – su tutta la linea – del governo italiano. Per ragioni di diritto internazionale, oltre che per difesa della sovranità. E’ mia convinzione che fu una decisione d’impulso di chi era di stanza nel Mediterraneo, e non del presidente degli Stati Uniti da Washington, quella di inseguire i sequestratori. D’altronde non si volevano mostrare inerti di fronte a quello che era avvenuto; si era sollevata sicuramente negli USA un’ondata emotiva per l’uccisione di un cittadino americano che era in vacanza (Leon Klinghoffer, ebreo disabile di New York, unica vittima del sequestro dell’Achille Lauro) e questo spinse a organizzare un’operazione di polizia militare in modo avventuristico, che non ebbe alcun esito.©RIPRODUZIONE RISERVATA
Leggi la seconda parte dell’intervista
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