Black Friday come segno

Il Black Friday come segno. La carne imita la merce. Consumare tutto, anche le persone

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Il Black Friday come segno del Potere che fa delle persone una merce

Passi Halloween, che è una tradizione antichissima trasformata, ahinoi, in un carnevale fuori tempo. Ma il Black Friday no. Il Black Friday non è una festa in maschera. Il Black Friday è l’ultima apoteosi di un Potere che ha rivoluzionato non solo il nostro rapporto con le cose, ma con le persone. Perché questi due tipi di rapporto vanno di pari passo: sorprende che gli esseri umani, nel vanaglorioso Occidente, siano ridotti l’uno per l’altro a oggetti di consumo? Sorprende che il narcisismo epidemico consista esattamente in questo, nell’elevare una persona all’unicità e all’inimitabilità per poi abbandonarla a favore di un nuovo “amore”, dopo averne “consumato” l’energia e aver svuotato di ogni tenerezza il suo ripetuto offrirsi?  Sotto la patina romantica e patetica dei film, della musica pop, dell’arte “di consumo” che satura il nostro main stream, serpeggia il desiderio di una libertà che è il reciproco farsi “cosa”: spersonalizzazione e recita di un canovaccio che non chiama in causa l’Amore, ma solo l’attaccamento e la dipendenza, non tanto dalla persona quanto da ciò che essa incarna: soddisfazione legata al “possesso” di un altro, possesso che in quanto tale, in quanto avere, resta aperto al “qualunque” e al “chiunque”.

Le persone non sono fatte per durare. Diventare oggetto è l’ultimo desiderio in un mondo che ha fatto del consumo una ragione di vita

Questa è la mercanzia che l’Occidente propone sul mercato globale sotto l’egida di libertà: libertà di rendersi oggetto e di vendersi in un continuo sforzo di adattamento ai gusti degli “altri”, in una continua ricerca di “prestazione”.  Libertà da prodotto in mostra al centro commerciale. Nel nostro paesaggio sentimentale, smarrito nell’offerta indifferenziata di corpi e pose, non c’è spazio per la durata:  le cose – e le persone – non sono fatte per restare. Sono soggette all’obsolescenza pianificata, vivono – viviamo – costantemente sotto la minaccia e l’imperativo del “nuovo”. Ogni giorno dobbiamo diventare “nuovi” per continuare a rimanere sul mercato, tanto delle relazioni quanto del lavoro. E in questo turbinio di “novità” la vita si fa un continuo mordi e fuggi.  “Per sempre” è una locuzione che vale solo hic et nunc, l’eterno dura il tempo di un “ti amo”, si slancia verso l’intensità dimenticando di dilatarsi, anche a costo di perdere pathos, giacché dura “l’ordinario” che trasforma gli attriti della vita in complicità, non il “meraviglioso” – lo wow! – che va in frantumi al primo urto. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

D.G.C.

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