La democrazia al contrario, come un quadro di Mondrian

La democrazia al contrario, come un quadro di Mondrian

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Dopo 77 anni ci si è accorti che l’opera di Mondrian dal titolo New York City I è stata sempre esposta sottosopra, dal 1945, cioè dalla sua prima esposizione al MoMa, quattro anni dopo essere stata realizzata. Se ne è accorta la studiosa Susanne Meyer-Buser (scoperta che però rivendica come sua l’artista Francesco Visalli) e ci pare tanto un segno di tutti questi decenni trascorsi, fino a oggi.

Che la democrazia subisca da tempo un fraintendimento simile, spesso viene da pensarlo; che addirittura sia fraintesa dalla fine della Seconda guerra mondiale, almeno in Italia. Concepita come un’opera neoplastica, di campiture e griglie che dovrebbero lasciar filtrare la struttura della realtà a discapito delle apparenze, è ammirata sì, come un dipinto, ma al rovescio, dove per qualche ragione la delega – massima espressione della fiducia verso un sistema a cui si presume tutti partecipino – è in realtà osteggiata, e si parla di democrazia diretta, che è una contraddizione in termini. Il nostro è, appunto, un sistema dove la partecipazione è sempre meno vissuta, un po’ perché fa comodo a chi detiene il potere quando è mosso da personalismi e carrierismo, un po’ perché la società del consumo, dei facili entusiasmi e delle rapide realizzazioni tipiche del capitalismo, che dove arriva con la sua freschezza distruttrice annichilisce ogni cosa, fa sì che al popolo vada sempre meno di impegnarsi, di rispettare il progressivo accrescere della coscienza, della consapevolezza, del rispetto per il lavoro d’insieme per il conseguimento di un risultato comune se non collettivo. Sono stati svuotati di senso tutti i luoghi di partecipazione preposti al confronto, scuola, sindacati, partiti. Per riunirsi in 50 bisognerà chiedere il permesso, secondo la mente fantasiosa di alcuni. Nella giustizia dobbiamo essere noi a dimostrare di essere innocenti e non lo Stato la nostra colpevolezza. Sul piano dei diritti umani ci facciamo riprendere dall’Europa quando siamo stati noi a inventare il Diritto. Un paese dove gli ultimi sono schifati, odiati, vilipesi, e quindi un paese rovesciato del tutto, dove uno come Boeri viene attaccato per aver pensato una panchina contro l’architettura ostile. Un paese che da laico e secolarizzato che doveva essere è diventato l’ultima spiaggia degli obiettori di coscienza e per abortire dovremo fuggire chissà dove, come già facciamo per l’eutanasia, perché oltre a non poter vivere con dignità neppure morire ci è dato. Dopo decenni di contrapposizioni fittizie – ma vere solo quando si esercitano sulla pelle del popolo – invece di smascherare le meccaniche del potere, e mostrare quanto più si sale sulla scala del potere e più, in quanto vertice, cresce l’uguaglianza solo di chi vi si approssima e crescono invece la disuguaglianza e il divario tra chi resta alla base, l’opinione pubblica non fa che tirarsi e spingersi da una parte all’altra al volano delle dichiarazioni di questi o questi altri, spostando rapidamente microfoni e telecamere da una parte all’altra del paese, accettando e alimentando una pantomima a cui credono ancora in tanti ma che è destinata a fallire. Le cose possono cambiare o dobbiamo fare come Susanne Meyer-Buser, che ha suggerito di continuare a esporre il quadro di Mondrian così come è sempre stato fatto solo perché ormai “il pubblico” si è abituato?

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