rapporto tra sindacati e politica

La legge di bilancio e lo sciopero del 16 gennaio. Vediamo come è cambiato il rapporto tra sindacati e politica e i valori che deve rinnovare

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16 gennaio, sciopero generale CGIL e UIL

Come ogni anno, arrivati a dicembre, dopo la presentazione da parte del governo della Legge di Bilancio, si apre una fase di conflittualità. Quest’anno il 16 gennaio è stato proclamato uno sciopero generale UIL e CGIL di quattro ore per dire no a tale manovra economica. La prima cosa che balza all’occhio è la mancanza della Cisl, forse perché ha un’altra visione sui contenuti della Legge di Bilancio? Al di là di questa considerazione non voglio parlare dei motivi dello sciopero, non mi compete, ma del sindacato per quello che ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà.  Convinto come sono che per individuare le strategie del futuro, vanno conosciuti e affrontati, oggi, i valori, le conquiste e, anche, le sconfitte del passato, quali insegnamenti per progredire.

rapporto tra sindacati e politica
Logo della UIL, 1953 | fonte: UIL

Come è cambiato il rapporto tra sindacati e politica

Si tratta, infatti, di riconoscere come il cambiamento del rapporto sindacato-politica sia tanto importante da non poter più essere valutato con l’ottica del passato, abbandonando quindi anche polemiche che spero siano superate e riconosciute come del tutto inutili. Il rapporto tra i sindacati confederali e la politica, un rapporto che esiste da sempre e non solo in Italia, ha subito negli ultimi anni una profonda trasformazione.

Cgil, Cisl e Uil, negli anni del proporzionale, si muovevano in un rapporto o di autonomia o di cinghia di trasmissione. Ma credo sia più opportuno andare a vedere quello che è successo un minuto dopo la disintegrazione del sistema dei partiti del cosiddetto arco costituzionale e del sistema proporzionale. Il bipolarismo del maggioritario ha spaccato in due la società e anche il sindacato, a detta di molti, doveva fare la stessa fine: una parte di qua e l’altra di là. Esattamente quello che non successe dopo la seconda guerra mondiale. E infatti puntualmente, non è successo neanche questa volta, sebbene il rischio di inseguire il bipolarismo sia esistito. La rappresentanza confederale, per fortuna, non si è divisa in due parti contrapposte. Se il sindacato, infatti, si fosse schierato con uno dei due poli, avrebbe finito con il rischiare di perdere autorevolezza, poiché non sarebbe stato più riconosciuto dagli stessi lavoratori come libero ed indipendente. Oggi addirittura siamo in una fase tripolare ed il sindacato confederale per mantenere una sua distanza deve invece elaborare una sua autonoma proposta e sulla base di questa condizionare il dibattito politico, costringendo le attuali forze politiche ad inseguirlo su proposte innovative e condivise, idee alternative che, in democrazia, il sindacato può affermare tra i lavoratori ed i cittadini. Le strategie sulle quali il sindacato confederale deve riflettere sono, prevalentemente, relative alle risposte da dare all’ideologia neoliberista e conservatrice imperante. Dicendo solo no, paradossalmente, si viene accusati di conservatorismo, ed allora sebbene in qualche occasione credo sia legittimo e necessario dire no, in molte altre, invece, è opportuno fare proposte, aggredire il neoliberismo da sinistra, ossia in un’ottica autenticamente riformista, che punta al progresso sulla base di valori e principi storicamente acquisiti nel patrimonio genetico del mondo del lavoro italiano: diritti e solidarietà sociale che si declinano attraverso uno stato sociale rinnovato, più efficiente e rispondente alle esigenze mutate, ma che non abbandona ed esclude nessuno, salvaguardando pari opportunità e libertà per tutti i cittadini. Occorrono programmi diversi più ampi e complessi da discutere insieme; occorre far vivere una concezione della “coesistenza” fra esperienze di pari dignità che ancora stenta ad essere accettata. Su queste basi si può dare davvero l’addio al passato e trovare nuovi assetti costruttivi da porre a confronto; questo è ancora possibile se pensiamo che oggi soprattutto è necessario decidere sulla qualità della nostra democrazia e sul rapporto fra essa e la speranza di lavoro e di impegno delle nuove generazioni. In questo e per questo il sindacato, uno dei pochi strumenti che ancora esistono della democrazia partecipata, della solidarietà, dell’uguaglianza, della giustizia sociale, può e deve fare molto.

Ma anche a livello politico bisogna ritrovare una volontà di collaborazione e ritornare a fare politica con la P maiuscola, ritrovando gli antichi valori

Il passo indietro dell’umanità è duplice: economico e politico, solo se discutiamo su diritti e valori sociali, poiché altrimenti, se discutiamo solo sui numeri, secondo le leggi del mercato, il passo può apparire in avanti. Se cresce qualche indice, se Wall Street non perde, non significa però che l’umanità vada avanti, infatti, ci sarà sempre una forbice più grande tra chi è ricco e chi è povero, in Italia e nel mondo, tra cittadini e tra continenti, tra chi può usufruire delle nuove tecnologie e del progresso e chi ne è escluso, sempre più.

Sul piano politico la società si sta orientando sempre più verso la virtualità delle discussioni, i partiti politici hanno chiuso da molto tempo le sezioni ed in realtà il sindacato è una delle poche sedi dove ancora si discute veramente, collettivamente. Questo è, storicamente, un punto a favore del sindacato, rispetto al partito politico: senza voler entrare in competizione è però evidente che il sindacato ha conservato strumenti, metodologie e pratiche democratiche che, invece, il partito politico ha smarrito. Ne deriva un sostanziale rafforzamento del sindacato, nei rapporti tra i due soggetti. Per questo il ruolo del sindacato è ancora importante e, pertanto, deve contribuire di nuovo a sancire principi e regole dai quali non si deroga se sono riconosciuti come valori fondanti di una comunità ed il sindacato, per la sua natura e per il suo ruolo, deve indicarne alcuni ben precisi, anche alla politica che è concentrata su tutt’altre materie. Il lavoro è, infatti, il processo principale per l’emancipazione dell’uomo, gli consente in età adulta di contribuire al progresso della collettività e quindi deve essere riconosciuto, in base a criteri che il sindacato, in quanto rappresentante degli interessi collettivi dei lavoratori, può e deve valorizzare. Un sindacato consapevole delle proprie forze è in grado di farlo e lo deve fare. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Immagine in alto: immagine di Freepik

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