The Borderline: Assassini senza (capacità di) premeditazione

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Nel recente caso dei componenti del gruppo di youtuber “The Borderline” che il 14 giugno, a seguito di una sfida social, hanno travolto una famigliola che viaggiava su una Smart e ucciso un bambino, si intravvedono – fra i giudizi d’inevitabile condanna – vari motivi di riflessione. Se l’omicidio stradale di Casalpalocco fosse stato, come sostenuto da alcuni familiari dei ragazzi, «una ragazzata», l’idea stessa di omicidio sarebbe messa sotto tensione critica e slitterebbe il senso della parola.

Intanto la propaganda; da alcuni anni nell’informazione emerge un vistoso disagio verso l’oggettività della notizia, come se il cronista avvertisse il dovere di dare, con la notizia, anche una lettura autentica, la cui legittimazione è immediata, che si fonde e confonde con la cosa avvenuta e la sua descrizione ad opera del linguaggio.

The Bordeline è un gruppo di quattro ventenni che chiameremo per nome: Matteo, Vito, Alessio e Giulia. Come youtuber fatturano centinaia di migliaia di euro ogni anno, grazie ai like, alle visualizzazioni e al traffico complessivo del loro canale. Questo implica la necessità d’inventare sempre nuove sfide: l’ultima consisteva nel guidare per cinquanta ore consecutive un enorme SUV, il Lamborghini Urus, preso a noleggio; e come sia potuto accadere trattandosi di auto interdette ai neopatentati, è fra le cose che dovrà chiarire l’inchiesta. Ad ogni modo, con notevole sprezzo del pericolo e non poca impudenza, il gruppo è un evento comunicazionale di un certo successo, esplicitamente ispirato all’americano Mr. Beast, superpotenza mondiale delle visualizzazioni.

Il comportamento indecente tenuto dai membri del gruppo prima (ovviamente) durante e soprattutto dopo il procurato incidente, sembra a tutta prima il risultato di una concatenazione di cause che portava a quell’esito – la morte del bambino nella Smart – inevitabilmente. Benché i ragazzi mostrino di avere, nei loro video, un qualche retroterra scolastico, l’assoluta assenza di percezione del rischio mi fa subito domandare se abbiano disturbi cognitivi importanti o un ritardo nello sviluppo dell’intelletto emotivo, il che li farebbe scendere alla soglia di responsabilità presente nella preadolescenza. Trattandosi di ventenni, quindi, l’istanza genitoriale della “ragazzata” non regge alla prova dei fatti e mette invece meglio a fuoco carenze formative gravissime nell’educazione di base, quella dei primi anni, che quei genitori hanno evidentemente tutto l’interesse a occultare.

Mi colpisce però, nel sistema dell’informazione, la generalizzazione che porta facilmente i commentatori a condannare non solo The Borderline ma tutto il mondo degli youtuber, produttori di contenuti di ogni tipo, in ogni settore, certamente colpevoli agli occhi del sistema di essere sorti al di fuori di esso, senza seguire la logica delle redazioni e delle imprese culturali classiche, editoria e stampa prima di tutto.

The Borderline: le reti web abbassano non la ricerca della verità ma la soglia di resistenza al falso

E mi domando se nessuno se ne fosse accorto, che a causa delle reti l’inflazione informativa abbassa la soglia, non di ricerca della verità, ma di resistenza al falso; e che 5G e banda larga rendono la competizione per l’attualità insostenibile, e dissolvono la stessa attualità in un’infinità di frammenti. Non si può negare che questo gruppo di ragazzi avesse, fin dal nome, fornito indicazioni chiarissime sull’aspirazione a trasferirsi e ad attrarre persone in una cyber-bolla, dove la medesima scansione del tempo sarebbe stata più rapida e sostanzialmente inafferrabile per la percezione degli adulti.

Ragazzi ventenni cercano dunque ragazze e ragazzi più piccoli non per convincerli a comprare qualcosa, ma per seguirli in questa bolla, in cui a loro volta immaginare sfide. Ciò che la società fa a noi tutti – tentando di programmare la mente per assimilare i valori base e condivisi dello stare sociale – The Borderline lo volevano fare a ragazzi più piccoli, gettati nella rete dalla dimenticanza di tutori e genitori, e così costretti a cercarsi maestri quando ancora non possiedono le strutture necessarie per giudicare la Maestria.

The Borderline: ragazzi che sono il frutto di un abbandono quotidiano, reiterato, percepito dai giovani come un giudizio sulla loro persona

Il disturbo borderline riguarda disfunzioni nelle tre aree degli affetti, dell’identità e degli impulsi. Le dottrine spiritualistiche, teologiche o teosofico-filosofiche affermatesi dagli anni Sessanta del Novecento non sono state quasi mai degli specchiati esempi di costruzione delle relazioni. La dimensione settaria, il modello cellulare delle infinite piccole comunità contrapposte alle grandi religioni millenarie, ha fatto poi il resto. In medicina si sottolinea il fenomeno dell’espansione della patologia borderline, tale da autorizzare l’ipotesi di una vera e propria epidemia sociale. Dunque questo particolare disturbo sarebbe correlato a questi tempi: ai ritmi di lavoro, al franare dell’ambiente familiare, tanto più debole del caos comunicativo generalizzato, da non riuscire quasi più a costituirsi come luogo di relazione.

In questo senso principalmente, i membri di The Borderline parlano di sé stessi: noi siamo i prodotti dell’abbandono. Non dell’abbandono più drammatico basato sull’allontanamento o, al limite, sulla soppressione dell’infante indesiderato, ma quell’abbandono quotidiano e invisibile fatto d’indifferenza, che il ragazzo o ragazza in formazione percepisce come un giudizio sulla sua persona, da parte di chi, a differenza di lui o lei, ha titolo e criteri per valutare la Maestria ovvero un giusto insegnamento. Non voglio commentare il  dettaglio familiare su Matteo Di Pietro, figlio di un funzionario della Presidenza della Repubblica processato per appropriazione indebita di fondi presidenziali: condannato due volte per il danno erariale, è stato prosciolto dalla Consulta. Questo e simili precedenti non permettono una migliore comprensione del come mai Paolo, il padre, non abbia trasmesso al figlio valori diversi dal noleggiare una supercar Ferrari o Lamborghini, apoteosi del vorrei ma non posso, poiché il noleggio è la figura dell’illusorio nell’ambito razionale della proprietà.

Ancora una volta questo caso ci conferma la soppressione della durata nella società che sta emergendo dalla rivoluzione informatica e digitale. L’Essere non ha tempi compatibili con il consumo rapido; e a guardar bene la stessa vita umana è un contratto di noleggio. Sarebbe forse follia, in questi scenari, insistere sul valore della durata come atto creativo sottratto alla percezione immediata. E chissà se serve ricordare che la famiglia è il nucleo del bene, che la specie chiede all’individuo affinché la varietà genetica si incrementi, generando sempre più individui diversi e offrendo nuove possibilità combinatorie all’intelligenza.

Perché prima della creazione umana occorre che siano creati le donne e gli uomini che dovranno sostenere sulle proprie spalle quello sforzo, lo Streben che si può a giusta ragione dire che ri-crea il mondo cercando sempre, non riuscendoci forse mai, a estendersi quanto la creazione naturale. Perché Matteo, Vito e gli altri hanno pensato e profondamente creduto che un oggetto prestigioso e costoso sia il vero obiettivo della vita? E perché hanno creduto che le sfide, nella vita, siano poste in modo arbitrario e capriccioso? Eppure da “Ventiquattr’ore su una mini zattera” a “Cinquanta ore in Tesla”, scorrendo le imprese del gruppo ci si accorge che i loro challenges ci dicono che la durata è negativa, che è un avversario che sfida la nostra resistenza, lucidità, la nostra stessa durata.

Quando il ‘grandioso’ prende il posto del ‘bello’. Le radici subculturali delle folle corse in auto attraverso i film, da Le 24 Ore di Le Mans a Fast and Furious

Credo che a loro modo The Borderline siano vitali, energici, contagiosi. Queste sfide “sul limite” riecheggiano certi film degli anni Settanta; mi vengono in mente su tutti Le 24 Ore di Le Mans del 1971 diretto da Lee H. Katzin e interpretato da Steve McQueen. Oppure Rollerball del 1975, diretto da Norman Jewison e interpretato da James Caan. L’eredità genetica della moda delle sfide estreme è abbastanza facile da individuare. Gli effetti di tante sotto-culture possono apparire sorprendenti, se non si tiene nel dovuto conto il loro agire inconscio nella mentalità di un’epoca e per la propagazione di essa. La liberazione dalla lentezza pre-moderna è apparsa, non da oggi, un trionfo della civiltà industriale e la prova regina della sua superiorità. Ancora una volta, da alcune generazioni, si tramanda il mito della triade faster, longer, taller con il Grandioso che prende il posto del Bello; la traccia seguita è anche una forma implicita di selezione gerarchica: strappare un risultato è meglio che convincere, essere “unici” è meglio che stare fra gli altri.

Fra le sotto-caratteristiche del disturbo borderline compare (guarda guarda) anche l’anti-socialità. Come spiegare altrimenti il boom di visualizzazioni del canale The Bordeline dopo l’assassinio stradale e la morte del bambino? Se pure si trattasse di curiosità sollevata dal caso, non dovremmo osservare che la curiosità senza partecipazione emotiva, o peggio, alla ricerca di ulteriori emozioni forti, sia una forma di voyeurismo – peccato veniale – e di necrofilia – quello mortale?

Lo schema mentale dei ragazzi di The Bordeline? È lo stesso degli adulti: gusto per le sfide finite male e per l’ultima frontiera del lusso, che è l’acquisto di separatezza dagli altri. L’ultimo caso è la vicenda del sottomarino Titan

Ho insomma più che la sensazione che The Bordeline non siano soli. Che un pubblico potenzialmente vastissimo provi una forma di godimento di fronte allo spettacolo di sfide estreme finite male. Perché, poi, a parlar sempre dei ragazzi ci si dimentica cosa fanno nello stesso schema mentale gli adulti. Mi riferisco all’incidente e alla scomparsa del sottomarino privato Titan, che proponeva una visita al relitto del Titanic. Sono molto turbato e dispiaciuto per le cinque vittime, le quali hanno pagato un esoso biglietto per andar incontro alla morte. Cifre che si possono spendere (chi può farlo) solo per l’irresistibile attrattiva di un fare proibitivo per tutti gli altri. Se le antiche religioni misteriche predicavano ai propri adepti la separazione dal mondo, in questo sogno isolazionistico sembra agire tanto il risarcimento di un’identità incerta di sé e disturbata, quanto l’acquisto di una separatezza che non si contenta più dei resort esclusivi o dei soggiorni sui panfili. Ciò che accomuna giovani e adulti in questo stampo è un’idea del lusso, nichilista nei confronti della morale, post-umana  nei confronti della società, che viene di colpo ad apparire come il rifugio dei poveri.

La condanna di comportamenti che sfociano subito in crimini non è neppure il minimo che possiamo fare. Prevenire questi comportamenti mediante l’educazione riconoscendone la necessità, è una buona missione per ogni tipo di famiglia, quelle che già ci sono e quelle che verranno. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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