Basta sparare sul sindacato

Basta sparare sul Sindacato! Ipocrite e irresponsabili le voci che lo danno per morto

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Leggevo sul web un’inchiesta del 20 gennaio fatta sulla crisi inesorabile del sindacato. Mi chiedevo perché si affannano tutti a sostenere che il sindacato è in crisi? Troppo gratuite sono le voci che si levano a decretare la povertà e il declino del movimento sindacale, e della sua qualità rappresentativa e, poi, sono le stesse che, in questi anni, sono state fautrici di un neo liberismo che ha deregolarizzato l’intero sistema socio-economico. Ma sono le stesse che in questi anni, con una sorta di recrudescenza ostracistica, hanno investito partiti, istituzioni e anche personaggi singoli. Si tratta di un qualunquismo esasperato, che si cela dietro grida iconoclastiche e allarmistiche, del quale sono espressione alcune autorevoli figure che hanno padronanza dei mezzi d’informazione e della politica del Paese. Vi è questa riviviscenza distorta della pratica dell’ostracismo, un autocompiacimento nel sentirsi tutori di una pretesa morale pubblica che da altri sarebbe stata dimenticata. Per cui ecco l’abuso falsamente ingenuo di importanti canali di pensiero della società, attraverso i quali si offre una generalizzazione di tutto e di tutti e di conseguenza si crea sfiducia in tutti e in tutto.

Noi crediamo che sia fondamentale, proprio per sviluppare il contenuto di democrazia della società, che la critica, il confronto e quindi la conoscenza vengano affrancati da questi accenti così massimalistici e manichei che ci ricordano lontane epoche di inquisizione, dove chi esercitava il dominio della conoscenza, ben poco giudicava, giudicandosi, ma piuttosto perpetrava un’intolleranza che aveva le vesti della soppressione del vero.

Queste denunce che si paludano di un laicismo ideologico, questa esasperazione dello sfascio, hanno determinato una tale sfiducia nei confronti del sistema politico e sindacale che spesso porta il cittadino a convincersi di poter esautorare le istituzioni, attraverso una propria giustizia privata e a difendersi da solo.

Nei confronti del sindacato, infatti, ogni giorno, con regolarità impressionante, qualche commentatore dei fatti economici e del lavoro, sui mass media, non fa altro che parlare, con compiacenza, appunto, della presunta fine del sindacato confederale.

Bisognerebbe analizzare con più attenzione le situazioni e non fare solo la critica impietosa senza valutarne con obiettività le cause della crisi. Il sindacato in questi anni di crisi economica ed occupazionale, oltre che produttiva, in questi anni di grandissima austerity è stato l’unico soggetto che ha dovuto, purtroppo in difesa, mantenere il rapporto con i lavoratori, cercando di limitare i danni.

È vero che anche nel sindacato va fatta un’analisi al proprio interno, molto ampia, sul suo futuro per dargli soprattutto una strategia unitaria, che dopo gli anni della concertazione non ha più avuto. Vanno, inoltre, approfonditi i criteri per formare i nuovi gruppi dirigenti, puntando molto più sulla professionalità; vanno trovati nuovi modelli organizzativi, ma soprattutto vanno privilegiati i caratteri di una solidarietà vera che da sempre è l’essenza del mondo del lavoro. Ma non sono queste solo le cause della difficoltà. Altre molto più importanti hanno creato la crisi di tutte le forme di rappresentanza.

L’inconsistenza della politica che ha influito sui governi e sulle scelte economiche. Scelte tutte regressive e penalizzanti per i lavoratori e i cittadini che non hanno certo dato una mano a risolvere le questioni sociali e con discutibili interventi, in qualche caso addirittura con decisioni simili ad un colpo di stato, hanno sostituito la politica rimasta con tecnici e governi eletti con persone dell’establishment economico. Intellettuali che si sono caratterizzati per essere in un assordante silenzio. Economisti che vantavano la globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia e la politica di austerity come le uniche panacee per rilanciare l’economia. E allora si sono determinate condizioni di crisi profonda; destabilizzazione del lavoro a tempo determinato; licenziamenti e interventi economici assurdi, come l’inserimento del fiscal compact nella Costituzione, oppure i tagli allo stato sociale che hanno allargato di più la povertà in Italia. Dove erano questi commentatori pronti a vedere la pagliuzza del sindacato e non vedere la loro trave di un tacere o assecondare ricette deleterie e dirompenti? Allora addosso al sindacato. Ma a chi giova? Chi ne usufruirà del declino sindacale? Non certo i lavoratori. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Per l'immagine in alto: Freepik

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