elezioni regionali in lazio e lombardia

Rivoluzione culturale per le elezioni regionali

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Le prossime elezioni regionali in Lazio e Lombardia segnano l’ennesimo punto di svolta nella tormentata scena politica italiana, sospesa fra Seconda e Terza Repubblica (Terza, quella che fa riferimento alla ventilata riforma costituzionale in senso presidenzialistico), ed ha meno quel carattere amministrativo che le competerebbe, e molto più un significato esplicitamente politico e complessivo.

La tornata elettorale del 12 e 13 febbraio, che darà un nuovo governo alle due regioni più popolose d’Italia (quasi dieci milioni la Lombardia, poco meno di sei milioni il Lazio) sarà ciò che non avrebbe voluto essere, cioè un test nazionale sui rapporti di forza fra i partiti.

La prepotente vittoria di Fratelli d’Italia alle Politiche dello scorso settembre ha portato al governo un partito sostanzialmente tradizionale, basato su attivisti e militanti in carne ed ossa, dopo la parentesi dei partiti “virtuali” inaugurata da Forza Italia, nata prima della planetarizzazione del web ma che, pur in un’epoca che oggi ci appare remota come il medioevo mentre tutto accadeva solo vent’anni fa, ha introdotto le tecniche pubblicitarie nella costruzione del consenso e il marchio politico in franchising. Da allora sono apparse, e poi scomparse, meteore dall’intenso brillamento come il “Partito del giudice” (Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, che all’apice della sua rappresentatività ha toccato il 4.7% del voto nazionale, Camera dei Deputati 2008); è del decennio successivo un nuovo partito, il MoV Cinquestelle, interamente costruito sulle piattaforme virtuali. Dopo i primordi del blog di Di Pietro nel 2006, e sempre sotto la regia della Casaleggio Associati di Milano, il movimento creato dall’attore Beppe Grillo raggiunge nelle Politiche del 2018 l’incredibile percentuale del 32% dei voti, e trascina nel novero delle perfomances inaudite la Lega Salvini Premier, schierato nel centro-destra, con il 17,4% alla Camera. Da notare che l’attuale partito di maggioranza, Fratelli d’Italia, in quel tempo lontano del 2018 ha ottenuto il 4,25% medio fra i due rami del Parlamento.

La digressione sulla storia politica nazionale era necessaria, proprio per ciò che abbiamo omesso: la sinistra. Il cui principale partito, nelle sue svariate incarnazioni: Partito Democratico della Sinistra, Democratici di Sinistra, Unione, Ulivo e infine PD – Partito Democratico, indipendentemente dai consensi, dalle entrate e dalle uscite che si sono susseguite negli anni, ha nel corso di tutta la sua esistenza evidenziato una vocazione “governista”, possibile eredità della scuola quadri e dei governi ombra da sempre presenti e anzi, strutture interne favorite nel corpo del principale progenitore, il Partito Comunista Italiano. Eppure, in questi ultimi anni i tormenti interni e le lacerazioni dei gruppi dirigenti su base – ed eccoci venire ad uno dei punti caldi del nostro esame – perlopiù regionale, hanno finito per rendere il PD sempre più inadeguato al ruolo di partito egemone, capace per forza coesiva, intellettuale, e per il sostegno di un forte bacino elettorale, di orchestrare tutte le anime della sinistra per guidarle verso una chiara vittoria. Una vittoria non contestabile che manca, alle sinistre italiane, dal 2006.

Ecco, insomma, cosa c’è sullo sfondo delle prossime elezioni regionali in Lazio e Lombardia

In primo luogo, l’esigenza fortemente avvertita di innalzare una prima linea di fortificazione contro lo strapotere delle destre. È appena il caso di avvertire che è la prima volta, forse nell’intera storia repubblicana, che nelle Politiche è caduta la finzione del centrismo; quella secondo cui le due compagini contrapposte per vocazione, storia e cultura di governo, dovessero ad ogni costo presentare una componente di centro; in altre parole offrire un approdo ad un elettorato ondivago, riluttante agli schieramenti, diffidente dell’azione politica, forse – ma qui ci aiuterà lo storico, con ben maggiore necessità di approfondimento – insofferente dello Stato nazionale, della fiscalità, della proiezione internazionale dell’Italia, a disagio in particolare con quel costrutto astruso e futuribile che è l’Unione Europea.

La finzione del centrismo, con le scorse Politiche, è venuta a cadere: cosa che io lo leggo come un bene. Personalità irrilevanti, con scarsissimo senso dello Stato e delle istituzioni, per decenni hanno lucrato sulla propria posizione di “ago della bilancia”, pendendo ora verso uno schieramento, ora verso l’altro, vendendosi volentieri al miglior offerente. Questo mercato delle vacche che si è voluto chiamare “Seconda Repubblica”, tale da far impallidire persino la non virtuosissima tradizione di governo della vecchia Democrazia Cristiana, forse è giunto veramente al termine, dopo essere costato agli italiani Dio solo sa quanti miliardi di trasferte, prebende, consulenze superflue, fallimenti e risanamenti, progetti mai realizzati, peggio se realizzati e lasciati a fare i vermi come le ben note “cattedrali nel deserto”, vitalizi, parentopoli e Lady Asl, salotti buoni, elargizioni una tantum, prelievi una tantum, moneta unica europea negoziata male e a rimetterci, un capo del governo circondato da dipendenti organici alla mafia, condannati con sentenza definitiva, e lascio a voi di riempire gli spazi vuoti della memoria.

Cercherò ora di definire meglio quali sono gli aspetti più delicati di queste imminenti elezioni regionali, riferendomi in particolare al Lazio.

In modo del tutto indipendente dal personale coinvolgimento in questa tornata – ometto qualunque riferimento alla lista, di modo che non sia facile trovarmi – voglio ricordare agli elettori – a tutti coloro che vivono nel Lazio, quindi – alcune cose importantissime.

L’inchiesta denominata “Tritone” ha portato in evidenza gravi infiltrazioni mafiose nei popolosi comuni di Anzio e Nettuno, che hanno portato allo scioglimento dei relativi consigli comunali: nel giugno scorso quello di Nettuno, a novembre Anzio, su proposta del ministro dell’Interno Piantedosi (qui una dichiarazione in merito del presidente dell’ Osservatorio Legalità e Sicurezza della Regione Lazio Gianpiero Cioffredi).

I casi, certo clamorosi, delle “infiltrazioni” hanno un significato che forse è giusto i lettori conoscano meglio: queste infiltrazioni, di entità tale da giustificare lo scioglimento e il commissariamento di questi comuni riguardano da tempo numerosi comuni siciliani, calabresi, alcuni comuni pugliesi e campani. Non sorprendono il pubblico, perché ci si aspetta che dove il sistema criminale è ben annidato questo pervenga ad un controllo diretto e integrale delle decisioni della politica locale. Da meno tempo, ma anche in forma intensificata, tale gravissimo condizionamento della politica ha riguardato i governi regionali siciliano, calabrese, e infine i comuni laziali. “Condizionamento” qui sta per l’elezione di candidati che sono nel diretto interesse delle associazioni mafiose – nei casi laziali, ‘ndranghetista – grazie al controllo di pacchetti di voti gestiti dai “padrini” a seguito delle connivenze e sudditanze che sono in grado di indurre, ad esempio attraverso il prestito usuraio o distribuendo appalti e subappalti.

Lo schema tipico, attraverso il quale si riproduce questa commistione fra black economy e poteri amministrativi, è la costruzione di liste civiche a sostegno del candidato sindaco (o consigliere) XY di raggio esclusivamente locale e non immediatamente riconducibile ad un marchio partitico riconoscibile e di dimensione nazionale. Si deve prestare attenzione al fatto che, nei casi indicati, non si tratta di fenomeno corruttivo inteso in senso convenzionale, laddove un esponente politico, un sindaco o un assessore viene corrotto con una somma di denaro o, com’è pure frequente, con diverse utilità che possano più agevolmente sfuggire alle indagini. Qui si tratta, piuttosto, di associazioni criminali che “scendono in campo”, per così dire, direttamente, portando all’elezione individui già coinvolti nelle attività illegali che tali associazioni intendono porre in essere.

Le regioni, e nello specifico la regione Lazio, non possono essere considerate al riparo da un analogo progetto d’ infiltrazione. Le giunte rimosse di Anzio e Nettuno devono risuonare come un campanello d’allarme: quella parte del litorale laziale è a soli 60 chilometri da Roma. L’obiettivo, in special modo delle “’ndrine” e delle “locali” della ‘Ndrangheta, oggi riconosciuta dagli investigatori più esperti delle DDA (Direzioni Distrettuali Antimafia) come la più dinamica delle mafie per via dei suoi stretti rapporti con i narcos colombiani e per gli enormi profitti del traffico di cocaina, è visibilmente quello di infiltrare la politica con propri rappresentanti, condizionando le elezioni.

La decisione di voto, quindi, di ognuno di noi deve essere una libera scelta di coscienza; ma al momento di esprimersi ci si deve interrogare sulla reputazione oggettiva della persona, conoscerne almeno per sommi capi il curricolo politico, le intenzioni e il programma. Magari decenni fa non ce ne saremmo affatto preoccupati, ma oggi sì. L’essere incensurati non è di per sé garanzia sufficiente. Molti “colletti bianchi” della malavita organizzata, da bravi prestanomi, sono incensurati e svolgono attività di lavoro del tutto ordinarie. Maggiore attenzione va fatta alla lista, o all’insieme delle liste collegate: se queste hanno un perimetro esclusivamente locale o hanno lo stesso nome del candidato, se esistono in un solo territorio, da elettori dobbiamo essere consapevoli che tali sigle, a causa della loro – diciamo – evanescenza sono le più vulnerabili al condizionamento criminale.

Insomma – mi sento di dire – votiamo con un’occhio al progetto e alla competenza, e l’altro alla presenza o assenza di proposizioni e posizioni anti-mafiose. Sebbene queste non siano automatica garanzia di futura affidabilità, perlomeno l’evocazione dello spettro mafioso e della sua pericolosità sociale può rivelare qualcosa in più, del candidato e della candidata. Non possiamo permetterci che il nostro consiglio regionale cada nelle mani sbagliate. Non ora. Il virus mafioso vive alimentandosi delle nostre paure, non di rado dei vuoti o dell’assenza dello Stato. Chi si propone di fare bene non serve solo gli amici degli amici, ma si pone al servizio di tutti. Dalle sue dichiarazioni deve emergere un costruttore di comunità. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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