Se incontro un salmone gli sputo in faccia. Sulla cancel culture e il politicamente corretto

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Bei tempi quelli in cui c’era un fantasma che si aggirava per l’Europa. Di quello, pare che non vi siano più tracce. Al suo posto, invece, nell’Occidente oramai ampiamente yankizzato, si aggira qualcos’altro. Che da fantasma si è forse già trasformato in qualcosa di più consistente. Fa molta meno paura, all’apparenza. Ma dietro le sue forme mansuete, a guardare bene, si nasconde un mostro. È la “political corretness”, nel suo esercizio di stile più riuscito che sempre in inglese assume la curiosa espressione di “cancel culture”. Ma esattamente di cosa si tratta?

Il moralismo piccolo piccolo che è toccato in sorte alla nostra piccola piccola epoca

Di una nuova “moda”, francamente stento a definirla come tendenza culturale, per la quale qualunque forma di espressione rischia di apparire offensiva nei confronti di qualcuno e come tale può e deve essere repressa. Tradotto in soldoni: fate molta attenzione a ciò che dite. Con buona pace dell’arte, che per sua natura, non ha (o non avrebbe, oramai) ciascuna intenzione di essere conciliante. Basta non dare fastidio. A cominciare dalla lingua italiana, riveduta e corretta a tal punto da precludere persino i generi, oltre alle parole, a vantaggio di nuovi segni grafici, universali e pacifici. Fatico e annaspo, nel vortice delle infinite potenziali vittime di questa nuova forma di repressione, mascherata da civiltà e da progresso. Non oso neanche pensare a ciò che potrebbe accadere se queste nuove frange di reazionari travestiti  riuscissero davvero a incanalare questa nuova prospettiva. Finiremmo, probabilmente ai roghi di piazza di Savonaroliana memoria, in cui vedremmo ardere praticamente tutta la nostra cultura (basterebbe fare un caso su tutti: quello della Divina Commedia, forse l’opera più “politicamente scorretta” che sia mai stata scritta). Nel dubbio, non volendo instillare istinti piromani e confidando sulla sotterranea ignoranza di questi neo controriformatori, mi limito ad analizzare opere e contesti “minori” ma ugualmente utili alla nostra leggiadra analisi. Anche perché, il particolare, forse, può essere persino più convincente del rischio che andiamo correndo.

Topolino e Il libro della Giunga tra le opere censurata dal buonismo – quando per farle sparire sarebbe bastato riconoscerne la bruttezza

Chi di noi non ha mai visto un cartone Disney? Tutti, ahinoi, ci siamo più o meno cresciuti.  Ahinoi, diciamolo, perché quel Walt non era propriamente un tipo simpatico e perché forse aveva ragione il vecchio “Hank” Bukowski a dire che il mondo si era totalmente rincoglionito dietro a quella roba che serviva solo a fare soldi, che non insegnava nulla e che rendeva tutto bello, gradevole e a lieto fine. E a dire che Mickey Mouse gli faceva schifo. Eppure pensate, persino quelle storie sono passate sotto la lente dei corretti correttori. Risultando sgradevoli. Ma evidentemente, siccome sono ancora un buon prodotto economico non possono essere represse tout court. Per esse ci si limita a un forte ammonimento. Vi è mai capitato? A me si, recentemente. Il libro della giungla (maldestra riproposizione di Kipling) era preceduto da un testo in cui si anticipava il contenuto intollerante, misogino e violento della proiezione che stava per iniziare. Come a dire scusateci, non possiamo farne a meno ma capiremmo se non lo faceste guardare ai vostri figli. Un paradosso. Ciò che sembrava dannoso per essere troppo buonista, melenso e qualunquista, per aver banalizzato capolavori letterari (avete presente Pinocchio?) con l’intento di mandare a nanna tranquilli i pargoletti, finisce per essere dannoso per l’esatto opposto. Chissà cosa ne avrebbe pensato proprio Bukowski. Vabbè, il problema non si pone, perché quello là, tra alcool e misoginia, finirà al rogo a breve.

Anche Francesco Baccini subisce il processo moralista, ma debolmente essendo fuori tempo massimo

Altro esempio, ancora più pazzotico, arriva dalla cronaca. Qualche giorno fa, il povero Francesco Baccini è salito agli onori della cronaca perché durante un’esibizione è stato contestato (vi ricordate quando negli anni 70 i giovani contestavano i cantautori perché troppo poco anti sistema?) da una ragazza per la sua ‘Le donne di Modena”. Si, le donne di Modena. Una delle sue canzoni più ironiche e brillanti. No, niente affatto. Una canzone misogina, a detta della giovane. Povero Baccini, uno che ad ascoltarlo, semmai, fino a ieri al massimo poteva sembrare troppo disimpegnato, visti anche i suoi predecessori e concittadini. Quei cantautori genovesi che da sempre si sono posti un obiettivo semplice: quello di essere contro. Come il suo grande amico Fabrizio, in direzione ostinata e contraria. Uno che a un certo punto ha sentito la necessità di esorcizzare la sua creatura più riuscita o almeno la prima di successo. La Marinella, per tanti anni odiata, come una canzone banale, dalle rime facili, come una canzone borghese. Odiata a tal punto da cambiarne il testo, ubriaco sul palco. E così, invece dei soliti versi noti, Fabrizio cantava che “fu qualche carezza ed un bacino/ poi si passò decisi sul pompino/ e sotto la minaccia del rasoio/ fosti costretta al biascico e all’ingoio”. E giù applausi. Perché, come diceva Pasolini
scandalizzare è un diritto ed essere scandalizzati è un piacere.

Persino la censura non è più la stessa. Scadente come tutto ciò che vuole censurare

Certo, mi si dirà che anche allora esisteva la censura. E più o meno ci sono passati tutti. Con una differenza, atroce. Che allora la censura, spesso aggirata e raggirata, non era motivo per sminuire la propria carica artistica. Anzi. Oggi invece, questa, che non vuole essere neanche, una censura, in realtà irretisce, impedisce, omologa, condiziona l’arte. Fino a renderla un prodotto da vendere al supermercato. O in farmacia, tra i tranquillanti. Perché suvvia, chi sono oggi i cantanti più in voga in Italia? La romagnola che capitata per caso in un tavolo in cui è partito un bella ciao, inorridita, per paura di offendere qualcuno, ha detto che era meglio cantare Little Tony. Oppure quei bambocci della musica discografica usa e getta, per cui la Maria è solo la moglie di Costanzo. O come quelli che vincono premi in tutta Europa, senza che di loro si conosca una canzone. Quelli col nome fico ma che però hanno fatto tanta gavetta. Quelli che mostrano i culi e fanno le linguacce ma che per testi e contenuti sono rock come topo Gigio e il mago Zurli. Perché il rock offende e loro non lo fanno. Perché il rock turba e si ribella e loro, e quelli che come loro, dicono quello che ci si vuole sentir dire. Senza neanche l’ombra di una polemica, perché non si fa. Ed è tutto così, tutto così stupidamente buono. Mentre scrivo, in tivù il neo premier, scusate, la neo premieressa, stila la lista dei suoi ministri. Al suo fianco Berlusconi si morde la lingua, perché deve fare il bravo pure lui e capire che non conta più molto. Però, va a finire che persino quelli erano bei tempi. Le signorine, le barzellette alla Alvaro Vitali, Rosy Bindi che era più bella che intelligente. Cambio canale, una video ricetta. Risotto col salmone, che, ci tiene a precisarlo il cuoco, è stato allevato con rispetto. Delle regole igieniche, penso. Invece no, credo proprio a buongiorno e scusi e grazie e prego. Forse gli danno pure del lei. Basta, non ne posso più. Ho bisogno di una cultura che cancella, non di qualcosa che cancella la cultura. Ho bisogno di essere inorridito, più che tranquillizzato, condannato più che assolto. Di essere operato senza anestesia. E ho voglia di uscire, anche per non sentirmi al sicuro. E se incontro un salmone gli sputo in faccia.

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