Storia della ragazza sola

Storia della ragazza sola. Un racconto

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Era ormai un mese che Antonella non vedeva più Rudy. L’ultima lite era stata più forte delle altre e forse questa volta si sarebbero lasciati sul serio.

Adesso però cominciava ad annoiarsi. Quella domenica ad esempio non aveva la minima idea di come l’avrebbe passata. Erano solo le otto del mattino ma lei era già sveglia. Così balzò fuori dal letto e in pochi minuti era già fuori dal portone di casa. Pochi isolati la separavano dal bar dove usualmente faceva colazione. Il bar era completamente vuoto. Ma le pile di brioches dolci e salate e di altre tipiche paste domenicali erano lì pronte ad accogliere clienti affamati. Lei ordinò il suo solito cappuccino e con una salvietta prese una brioche salata. Aveva sempre molta fame la mattina e il rito del bar la riconciliava con il mondo. Adesso avrebbe comprato il quotidiano e una rivista femminile.

Mentre beveva il cappuccino fumante entrò un uomo. Lei gli diede un’occhiata superficiale. Poi lui cominciò a chiacchierare con la proprietaria del bar che stava alla cassa. “Stamattina vado su in montagna a F. Voglio proprio starmene in pace vicino al fuoco per tutto il pomeriggio”, le disse.

Antonella conosceva bene F., c’era andata varie volte con Rudy al mercato a cercare le vecchie cose che piacevano a lui. Così le venne un’idea pazza, di quelle che o le prendi al volo o ti rimane il rimpianto per tutta la vita.

Pagò la sua colazione e uscì dal bar. Lì fuori c’era posteggiato un bel fuoristrada, sicuramente l’auto del tizio dentro il bar. Così Antonella aspettò che uscisse. Quando lo vide gli disse: “ Scusi, involontariamente ho ascoltato le sue parole poco fa, siccome anche io vorrei andare a F. mi darebbe un passaggio? E’ questa la sua auto, vero?” E la indicò con la mano. “Scusi un attimo”, disse l’uomo, senza dare una risposta ad Antonella. Si avviò invece verso l’edicola lì di fronte. Tornò con un quotidiano e una rivista di caccia.

“Così lei vorrebbe venire su con me a F.”, disse ad Antonella con un mezzo sorriso stampato in faccia. “Sempre che non la disturbi la mia presenza, naturalmente”, rispose la ragazza. “ Non mi disturba, anzi mi farà compagnia”. Così l’uomo le aprì lo sportello dell’auto con una riverenza (tentativo maldestro di essere gentile lo giudicò Antonella) e l’aiutò a salire sull’auto. Attraversarono la città semivuota e in pochi minuto furono in collina. Era già primavera inoltrata e gli alberi lungo la strada erano tutti in fiore e i prati di un verde acceso. L’uomo (belloccio, muscoloso sui trent’anni, mentre Antonella ne aveva ventuno) le aveva già chiesta il nome, il lavoro, dove abitava. Lei si era limitata a risposte generiche. Non ne aveva fatte di rimando all’uomo, non si sentiva particolarmente incuriosita da lui. Voleva solo sbarcare la domenica in qualche modo. Forse farsi dare solo un passaggio, forse passare la giornata con lui, farsi offrire il pranzo o iniziare una nuova storia d’amore. Sì, perché per iniziare una storia non bisogna per forza essere travolti dal colpo di fulmine. Le persone te le puoi anche far piacere. Questo sarebbe stato il caso per Antonella se la storia avesse avuto un qualche inizio. Chissà. Non faceva progetti, per ora. Non ne faceva mai all’inizio. Le piaceva che le cose andassero avanti naturalmente, che si fermassero, o che non cominciassero nemmeno.

“Che giornata abbiamo preso! Sarebbe stato un delitto rimanere in città, non le pare?”, disse la ragazza sospirando e guardando fuori dal finestrino aperto.

“Sì, certo”, rispose l’uomo. “Ma se non mi avesse incontrato sarebbe dovuta rimanerci. Oppure si sarebbe messa a fare l’autostop per l’Appennino?”E si mise a ridere, ma in un modo che ad Antonella non piacque. Un modo volgare, sì, perché quell’uomo è volgare, si disse. “Probabilmente avrei preso un autobus. O forse sarei rimasta a casa. Incontrarla è stata una vera fortuna, per una pigra come me!”, disse la ragazza. “Senti perché non ci diamo del tu”, disse l’uomo voltandosi verso Antonella. “ Oh, per me va bene”, rispose lei. Lui fermò l’auto. “Sarà meglio presentarsi ufficialmente. Ti chiami Antonella, e di cognome?”, chiese. “Chiarini”, disse lei. “Io mi chiamo Franco e di  cognome faccio Forlani, di professione medico”. “Ah, sei un medico!”, disse la ragazza in tono stupito. “ Perché che c’è di strano?”, fece lui. “Niente, è una bella professione”, replicò lei. “Faticosa, si lavora troppo”, disse l’uomo. “E in che cosa sei specializzato?”, chiese Antonella. “Che ti importa”, disse l’uomo. “In una cosa qualsiasi”, aggiunse. “Tu piuttosto, di cosa di occupi?”. “Lavoro in un negozio, faccio la commessa”. “ E cosa vendi?”. “Vestiti in una boutique del centro”. “E ti piace vendere vestiti?”, chiese l’uomo”. “Sì, molto, ma il mio sogno  sarebbe avere un negozio tutto mio, ma è impossibile, ci vogliono troppi soldi”, disse Antonella. Stettero in silenzio. Antonella non aveva voglia di parlare del proprio lavoro e a quanto pare neanche Franco, che non si era sbottonato sul proprio. Ma era poi vero che fosse medico? E se invece l’avesse detto per fare impressione su di me?, si disse Antonella. Chi se ne frega, liquidò la questione con se stessa la ragazza. Voleva godersi il panorama, tutto quel verde la riempiva di gioia. Il viaggio sarebbe stato lungo, un’ora almeno; e lei avrebbe potuto riempirsi gli occhi di tutte quelle belle cose da vedere, per sognare, come sempre, una vita futura in campagna.

Alla fine di una serie interminabile di curve arrivarono a destinazione. Come ogni domenica il paese era invaso dal mercato. Vi si vendeva un po’ di tutto, verdure, formaggio, galline, vestiti. C’erano anche nella piazza principale quattro banchetti di cose vecchie, comodini, vasi di rame, piatti e bicchieri scompagnati, lampade, soprammobili.

L’uomo si fermò con l’auto lungo la parte della strada principale libera dalle bancarelle. Guardò in silenzio la ragazza. Lei gli disse “allora io scendo qui, grazie per il passaggio e per la chiacchierata”, e gli tese la mano. “Aspetta”, fece lui. “Anch’io scendo qui”. “ Ce l’hai in centro la casa?”, chiese la ragazza. “No, però ho voglia di fare un giro in paese”, le rispose l’uomo. Così scesero entrambi dall’auto e cominciarono a passeggiare in mezzo alle bancarelle. Alla fine arrivarono nella piazza. “Vuoi bere qualcosa?”, chiese lui e aggiunse  “ che   ne dici di un aperitivo”. Entrarono nel bar che si affacciava sulla piazza e bevvero l’aperitivo che scelse e pagò l’uomo per entrambi. Ad Antonella il fare deciso dell’uomo piaceva, non ci era abituata, il suo ragazzo, gli amici di lui la trattavano da amica e coetanea, non le avrebbero mai offerto qualcosa, si divideva sempre tutto, pizze, birre, e tutto il resto che si consumava quando si stava  insieme.

Poi Antonella e l’uomo uscirono dal bar. “Sei mai stata a mangiare qui di fronte?”, le chiese lui indicando un locale con la scritta Antica trattoria cacciatori.

“No”, fece lei, perché tu sì? Ci si mangia bene?”, disse. “Benissimo, se dici sì dobbiamo andare subito a prenotare perché la domenica è sempre piano zeppo”, rispose Franco. “Ok”, disse Antonella senza pensarci su un attimo.

E si avviarono verso la parte opposta della piazza. Lei rimase fuori dalla trattoria e Franco andò dentro a prenotare.

Così pranzarono insieme e tra  loro nacque un po’ di intimità, forse di amicizia. Fu naturale e spontaneo dopo per Antonella seguire Franco in un vecchio rustico ristrutturato. “Ci stai da solo qua?”, chiese la ragazza quando, percorrendo un viottolo sterrato, arrivarono davanti ad una bella casa in pietra circondata da un giardino in cui spiccavano gerani rosa e ortensie azzurre. “La casa è dei miei, ma loro ci vengono solo in Agosto”, rispose l’uomo. “Un contadino del posto sta dietro a tutto”, aggiunse.

Era a due piani, quello di sotto era quasi del tutto occupato da un ampio soggiorno con camino e da una cucina più piccola, arredati entrambi in stile rustico.

“ Vengo subito”, disse l’uomo avviandosi per una scala di legno al piano superiore. “Fai pure”, disse la ragazza sorridendogli.  Si mise a gironzolare per la grande stanza ammirandone i mobili che a lei sembravano antichi. La sua curiosità fu attratta dalla grande libreria in cui molti libri erano rilegati in pelle. Era assorta nella lettura dei titoli e per questo teneva la testa piegata di lato in una posizione piuttosto scomoda, quando si sentì abbracciare da dietro le spalle. Rimase per qualche secondo nella stessa posizione domandandosi se le piaceva o no quel contatto. Poi si voltò. Franco avvicinò il viso a quello di lei e la baciò. Un bacio brusco, la lingua di lui cacciata immediatamente nella bocca della ragazza. Lei lo lascia fare ma non prova alcuna sensazione piacevole. Si sentiva schiacciata contro la libreria e sentiva il corpo dell’uomo tutto addossato a lei, le sue gambe premevano contro le sue facendole male. “ Non mi piace così, smettila”, disse Antonella, cercando di spingere l’uomo indietro senza riuscirci. Lui cominciò a baciarle furiosamente il collo, fino a farle male. “ Sei impazzito, piantala!”, disse la ragazza quasi gridando. “Ok, come vuoi”, disse l’uomo scostandosi da lei, che si rifugiò nel lato opposto della stanza. Franco invece rimase qualche istante rivolto verso la libreria, poi si riavviò i capelli con entrambe le mani e si voltò sorridendo.  “Caspita, sul serio ti ho fatto male?, sei talmente carina che ho perso il controllo, scusami”, disse. “ Accetto le scuse”, disse la ragazza, “però per favore adesso usciamo di qua”, aggiunse. “Dove vuoi andare?”, le chiese l’uomo. “Fuori, a prendere il sole”, disse lei. “D’accordo”, rispose l’uomo. Uscirono nel giardino. Erano le tre del pomeriggio e Franco prese dal garage della casa due sedie a sdraio che aprì nel lato inondato dal sole. “ Sei tranquilla adesso?”, chiese l’uomo appoggiando una mano su quella della ragazza. “Sì, adesso sì, rispose lei stringendogliela. Rimasero in silenzio mano nella mano. Dopo un po’ Franco disse “ lo sai che qui abbiamo un orto?”. “Ah sì”, rispose la ragazza distrattamente. “Vieni che te lo mostro”, disse lui  alzandosi. “Ma io non è ho voglia, sto bene qui”, disse lei. “Andiamo e torniamo, non ce la faccio a stare così fermo troppo tempo”, disse lui. “Va bene”, rispose la ragazza sospirando e alzandosi.

Aggirarono la casa; il lato posteriore era più bello, pieno di alberi. C’era perfino una grande quercia. Sulla destra l’orto circondato per tutto il perimetro da uno steccato su cui si intrecciava un roseto. “Dai, vieni”, disse l’uomo, aprendo il cancelletto di legno che dava accesso all’orto. Antonella lo seguì.

La ragazza si guardò intorno. In file ordinate crescevano piante di vari ortaggi, cipolle, spinaci, insalate, zucchine. Franco le si avvicinò. “ Ti ho portato qui perché voglio fare l’amore con te all’aria aperta. Spogliati, voglio vederti”, disse con quel sorriso stampato che Antonella gli aveva visto quando la mattina lo aveva incontrato. Le sembrava un secolo fa.

“No, sei matto? Non ne ho voglia e poi qua potrebbero  vederci. “Spogliati, ti ho detto, sennò lo faccio io”, replicò Franco. “No”, disse Antonella. L’uomo le si avventò contro, la sbatté a terra in mezzo alle piante. La ragazza poteva sentire vicino al viso l’odore delle cipolle, mentre l’uomo le teneva strette le braccia con una mano e con l’altra cercava freneticamente di toglierle i jeans. Alla fine riuscì a sfilarglieli da una gamba, lo stesso riuscì a fare con gli slip. E  solo allora le lasciò libere le mani. Antonella teneva gli occhi chiusi, le palpebre strette, il viso rivolto verso le piante. L’odore pungente delle cipolle la distrasse  un attimo da quello che stava succedendo. L’uomo la penetrò e solo allora le lasciò libere le mani. Le gambe di lui erano forti e costringevano quelle di lei  a stare aperte.

“ Guardami”, le disse, “dimmi che ti piace troia, dimmelo, ti piace eh, ti piace”.

Antonella deglutì, e sperò solo che finisse presto. Infatti fu così. Con un sospiro  l’uomo si staccò da lei, si tirò su la lampo dei pantaloni di velluto . “Era un po’ che non scopavo, grazie”, le disse guardandola in viso. “Fai sempre l’amore così?”, gli chiese lei. “No, è la prima volta, ma tu mi eccitavi troppo, vieni che ti offro da bere”, aggiunse. La ragazza lo seguì. Chiese dove era il bagno. Salì al piano di sopra, si lavò, si pettinò, poi ridiscese nell’ampio salone. Si sedette su una poltrona di pelle marrone e bevve il liquore che Franco le offrì. “Tu a che ora scendi in città? Vorrei andare a casa. Se parti più tardi vado in paese a vedere se c’è un autobus”, gli disse. “Io vado via domattina”, rispose l’uomo. “Allora sarà meglio che mi avvii”, disse Antonella. “Eh già”, disse l’uomo. “Allora ciao”, rispose la ragazza, posando sul tavolino di fronte alla poltrona il suo bicchiere. “Ciao”, disse l’uomo.

La ragazza si alzò, prese la sua borsa a tracolla e uscì. Quando fu oltre il cancello si guardò intorno. A destra la strada sterrata portava in paese. Antonella notò che era molto in salita. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Photo credit: ©Cherie Lee | Burst

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