il partito secondo il pensiero sociale cristiano
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Il partito politico: una riflessione dal punto di vista del pensiero sociale cristiano

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Il partito politico secondo il pensiero sociale cristiano. Con questa chiave di lettura Gianfranco Rucco dona un contributo che può risultare utile per individuare una possibile via per la soluzione della crisi del rapporto tra partito politico e società in conseguenza delle profonde mutazioni intervenute con la caduta del muro di Berlino.

Il partito secondo il pensiero sociale cristiano

A tale proposito, tuttavia, si deve anzitutto rammentare che il cristianesimo ha elaborato una propria peculiare visione della politica andando oltre la concezione antica, per la quale essa era l’ambito esclusivo della realizzazione del bene, (solo nella buona città era possibile avere buoni cittadini e, quindi, stante l’identificazione dell’uomo con il polites, uomini buoni), poiché la politica cristiana, seppure ancora incentrata sulla nozione del bene, è concepita in funzione esclusiva di un bene più alto.

Per il cristianesimo la politica deve essere trascesa poiché è parte della scena preparatoria del mondo; questa concezione appare evidente nel pensiero di Agostino, fondatore della concezione politica dell’Occidente cristiano: la politica è buona in quanto inserita entro l’unità del bene, ma l’unità del bene è gerarchica; il bene è uno, ma ci sono degli scalini verso questa unità[1].

È noto (e non è, ovviamente, questa la sede per approfondire il problema), che la modernità, rompendo la concezione unitaria del bene, ha sganciato la politica dall’etica e dall’ambito di realizzazione del bene, riducendola ad una tecnica per la limitazione del male: questa impostazione si fonda su un’antropologia pessimistica, che si ritrova nelle concezioni polemologiche sulla natura originaria delle relazioni umane concepite come bellum omnium contra omnes e scandita in particolare in quella di Hobbes.

Esaminare, quindi, il problema del partito politico sulla base di una opzione fondamentale per l’antropologia e l’etica cristiane, significa prendere le mosse dal presupposto che centro della realtà politica e, quindi, anche di quella partitica, è la persona umana (nozione assolutamente peculiare del cristianesimo e risalente a Boezio il quale, per descriverla, si è dovuto avvalere di un termine derivante dal linguaggio teatrale perché quello filosofico del suo tempo non ne possedeva uno utilizzabile) con la sua dignità, i suoi costitutivi ed i suoi diritti.

Oltre ad essere il centro di tale realtà, la persona umana ne è anche l’origine ed il fine: la politica (e, conseguentemente, il partito politico), pertanto, esiste in quanto ha origine nell’uomo ed è finalizzata alla promozione della dignità dell’uomo ed allo sviluppo dei suoi diritti, dell’uomo non in quanto singolo individuo, ma in quanto membro di una comunità politica.

In questa prospettiva antropologica ed etica, il partito politico può essere definito come un’associazione di liberi cittadini che, mossi dallo stesso ideale politico, nel rispetto dei diritti dell’uomo e del metodo democratico, concorrono, insieme alle altre componenti sociali e attraverso gli istituti previsti dalla Costituzione, a determinare l’orientamento politico della comunità, a promuoverne il modello di organizzazione e a gestirne il potere[2].

Benché non pienamente esauriente, la definizione mette in evidenza gli elementi essenziali che debbono qualificare il partito politico e cioè i soggetti, la natura, la funzione, il metodo e le finalità cui esso si deve ispirare.

Cos’è un partito politico

Il primo elemento della definizione è che il partito è un’associazione, una societas di persone libere; la naturale libertà e socialità della persona costituiscono i presupposti e la ragione d’essere del partito, che è una delle modalità attraverso le quali si esprimono tali caratteri della persona.

Di conseguenza, in quanto direttamente strumentale al diritto innato delle persone a partecipare all’organizzazione e alla gestione della comunità politica, il diritto di associarsi in partiti è anch’esso un diritto originario della persona, diritto che si esplica nella decisione autonoma di associarsi con altre persone che condividono il medesimo ideale politico; da tale carattere discende che il partito non può essere un organo dello Stato, od una espressione dei pubblici poteri o di una comunità religiosa e ciò esclude anche che esso possa essere espressione di una sola persona o di un gruppo oligarchico di persone.

Il partito politico ha natura e funzione diversi da quelli di ogni altra associazione operante nella comunità, perché istituzionalmente persegue direttamente l’obiettivo della gestione del potere mediante un’organizzazione stabile e permanente, con un programma specifico e l’adozione del metodo democratico[3].

Per la sua natura di mezzo peculiare della sfera politica finalizzato alla gestione del potere nella comunità, il partito deve essere animato da un insieme di idee e di ideali ai quali improntare il suo comportamento ed ispirare la sua azione.

Questo insieme di idee ed ideali discende da una dottrina (filosofica o teologica) assunta a riferimento, nella condivisa convinzione che tale visione sia la più idonea a fornire principi ed elementi capaci di ispirare il partito nella realizzazione del progetto sociale che esso ritiene il più utile al progresso e alla dignità della comunità.

Le idee e gli ideali del partito presuppongono, quindi, una cultura antropologica, una visione dell’uomo, del mondo e della società: in dipendenza della concezione che si ha dell’uomo, del mondo e della storia, si definirà il modello di società che si intende costruire; una concezione immanentistica, unidimensionale, orizzontalistica, comporterà ideali materialistici, secolaristici, atei e, quindi, una conseguente azione politica; viceversa, una visione di tipo personalista, spiritualista, comporterà ideali ed una azione politica aperti ai valori trascendenti e rispettosi del primato della persona[4].

Il partito può ancora essere un’ “agenzia di senso”?

Assumendo a base l’opzione antropologica ed etica del personalismo comunitario cristiano, si possono evidenziare in estrema sintesi alcuni elementi di possibile lettura di una tra le molteplici dinamiche attuali del partito politico: la crisi della strumentazione essenziale per l’esercizio del suo ruolo di “agenzia di senso” nella comunità politica, cioè la crisi della sua capacità di comunicazione “mobilitante”.

Alle varie concezioni del rapporto tra i vari livelli della società se ne sta recentemente affiancando un’altra per la quale funzione della politica è elaborare le soluzioni tecniche più idonee a trasformare in leggi e regole coerenti i valori delle persone e dei gruppi sociali, senza intervenire nel merito dei valori che questi vengono propugnano.

Se in questa concezione si ha una piena percezione del limite della politica, non si ha anche quella del suo carattere essenziale di vertice delle relazioni tra le varie componenti sociali; in essa la politica non è attività etica, ma solo tecnica della gestione e della contrattazione dei conflitti e arte legislativa: il momento delle scelte, che costituisce momento propriamente etico, si colloca, infatti, solo ai livelli precedenti delle relazioni tra i gruppi[5].

Questa posizione, sinteticamente riassumibile nello slogan “più società, meno Stato”, viene da alcuni anche considerata come consona al modello di organizzazione sociale fondato sul principio di sussidiarietà, tipico del pensiero sociale cristiano.

In realtà, il modello di organizzazione sociale fondato sul principio di sussidiarietà postula, sì, un pubblico potere non gestore e, di conseguenza, apparati pubblici “leggeri”, ma postula anche una politica “forte”: infatti più la società è vivace, più è necessaria una regolazione autorevole; immaginare una proporzionalità diretta tra l’indebolimento della capacità regolativa della politica e la salvaguardia dell’anteriorità e preminenza valoriale della persona e delle sue comunità naturali è un’idea sottilmente affascinante ma profondamente errata rispetto alla corretta accezione del principio di sussidiarietà.

Nella organizzazione sociale retta dal principio di sussidiarietà, infatti, la politica ha certamente funzione servente rispetto ai livelli di organizzazione dell’autonomia sociale, ma ha anche quella di valutare se ed in quale misura le proposte di tali livelli interpretino giustamente il bene comune (che, detto solo incidentalmente, è categoria ben diversa da quella dell’interesse generale) in un certo contesto storico.

La politica, che nella visione del personalismo comunitario ha intrinsecamente l’obbligo di attenersi all’arco dei valori dei livelli di organizzazione dell’autonomia sociale, non può essere ridotta al ruolo di negoziatore tra le forze sociali e di semplice gestore dei rapporti di forza: nell’ambito delle richieste della società, la politica deve selezionare i valori che accomunano, per realizzare non una lottizzazione di poteri dei gruppi ma una vera pace sociale ed è perciò che essa è attività essenzialmente etica[6].

La capacità comunicativa del partito politico

A questi fini è essenziale la capacità di dialogo della politica, la capacità di farsi effettivamente comprendere; la crescente perdita di capacità del partito politico di esercitare efficacemente, in quanto tale, questa funzione è di tutta evidenza, sempre più, infatti, la comunicazione politica è comunicazione solo di alcuni leaders politici e sempre di meno sono rilevanti i congressi dei partiti e le loro risultanze: una analisi completa delle cause di questo processo richiederebbe approfondimenti non possibili in questa sede, mi limiterò, pertanto, ad accennare solamente ad una ragione che mi sembra rilevante e che rappresenta, a mio avviso, una delle manifestazioni della crisi del sistema di pensiero dell’individualismo filosofico.

Paradossalmente, infatti, l’individualismo, potendo concepire esclusivamente una relazione individuo/collettività ed avendo determinato una dissoluzione del senso comunitario, ha provocato la perdita della personalità.

Questo effetto, già colto dallo stesso Marx il quale aveva compreso che l’esasperazione dell’elemento quantitativo, quando supera un certo limite, provoca un cambiamento qualitativo, è particolarmente caratteristico delle democrazie rappresentative occidentali[7].

L’individualismo filosofico determina, nella politica, una condizione per la quale la stessa possibilità di una reale comunicazione tra le persone è minata alla radice: in realtà, nonostante la sua enorme capacità e tecnologia comunicativa, l’individualismo filosofico non può concepire che il dialogo impersonale, dialettico, finalizzato all’affermazione dell’io ed il cui unico obiettivo non è la proposizione delle proprie idee nell’ambito della costruzione di un’opinione condivisa, ma la pura e semplice affermazione di esse su quelle degli altri, quando non degenera nella celebrazione del culto della personalità di un leader; la persona, però, in ragione della sua struttura ontologica, riconosce nel suo profondo solamente il dialogo dialogico, quello che instaura una relazione personale tra un io ed un tu reciprocamente disposti all’ascolto ed all’accoglienza.

Senza di questo, la parola, strumento essenziale della politica nella tradizione occidentale da Omero in avanti, è vuota e la sua efficacia è totalmente pregiudicata; la parola, infatti, non è solamente un mezzo di espressione di concetti da trasportare sui mezzi di comunicazione di massa o su Internet[8], è il dono che l’uomo possiede, il retaggio del suo essere imago Dei. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

[1] S. Natoli, Politica e virtù; in «La politica e la virtù». S. Natoli e L. F.

[2] G. Concetti, I partiti e l’ordine morale, Edizioni Logos, Roma, 1981, p. 9.

[3] G. Concetti, Op. cit., p. 11-12.

[4] G. Concetti, Op. cit., p. 15-16.

[5] L. F. Pizzolato, Limite della politica e santità, in «La politica e la virtù», cit., p. 79.

[6] L. F. Pizzolato, Op. cit., p. 80.

[7] R. Panikkar, I fondamenti della democrazia, Edizioni Lavoro, Roma, 2000, p. 33.

[8] R. Panikkar, Op. cit., p. 49.

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