Le ragazze di Emma Cline

“Le ragazze” di Emma Cline: una storia di violenza e mancanze

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Le ragazze di Emma Cline è un romanzo pubblicato nel 2016 e diventato un bestseller mondiale, grazie al quale l’autrice ha vinto il Premio Shirley Jackson.

Le ragazze di Emma Cline e i fatti ispirati alla Manson Family

Il racconto narra fatti di finzione ispirati a vicende realmente accadute alla fine degli anni Sessanta, riferendosi alla comunità hippy criminale guidata da Charles Manson. Il gruppo era caratterizzato da uno stile di vita non convenzionale, abituato all’uso di droghe stupefacenti e a una convinzione ferrea che Charles Manson rappresentasse una guida spirituale, addirittura una manifestazione di Cristo, pronto a diffondere un nuovo verbo e a creare una nuova società. Il gruppo divenne famoso nell’estate del 1969, in cui fu responsabile dell’eccidio di Cielo Drive: la “Manson family” (così venivano chiamati i seguaci di Manson) uccise cinque persone, tra le quali Sharon Tate, la moglie del regista Roman Polanski e il suo bimbo appena nato.

Emma Cline ci racconta una storia con tutte le atmosfere appartenenti al genere thriller, ma c’è anche una profonda riflessione della protagonista della storia: Evie. È attraverso le sue sensazioni che vedremo cosa si prova a sentirsi così alienati dalla realtà da cercare un luogo in cui le costrizioni sociali del mondo reale non esistono, o comunque appaiono distanti, sfocate. Il “luogo” viene chiamato “ranch” da Evie stessa, che, già dalle prime pagine, ci fa intendere che ciò che farà scattare in lei il cambiamento sarà l’incontro con un gruppo di ragazze, che le appaiono diverse da tutte le altre persone che ha incontrato.

Alzai gli occhi per via delle risate, e continuai a guardare per via delle ragazze. Notai prima di tutto i capelli, lunghi e spettinati. Poi i gioielli che brillavano al sole. Erano in tre, cosí lontane che vedevo solo la periferia dei loro lineamenti, ma non importava: capii subito che erano diverse da tutte le altre persone del parco. […] Le ragazze dai capelli lunghi sembravano scivolare su tutto quello che le circondava, figure tragiche e isolate. Come una famiglia reale in esilio. […] Fluide e incuranti come squali che tagliano l’acqua.

Ma procediamo gradualmente nello scoprire chi siano queste misteriose ragazze che le sconvolgono la vita.

Una solitudine incancellabile e il non-riconoscimento di sé

Evie è una ragazzina insoddisfatta dalla vita nella propria casa: un padre che è come un fantasma e sa pochissimo di lei, una madre sregolata che vive come un’ombra del marito, una disattenzione familiare che si protrae per anni, fino a quando le sottili corde dei legami matrimoniali si spezzano e i due si separano. Nel frattempo, questo sentimento di mancanza di attenzioni permea Evie fin da piccola e non da segni di voler scomparire, anzi, aumenta in lei il sentore di una solitudine incancellabile, che la rende distante dalla vita, aggravandola con uno stato di apatia, che lei in qualche modo avverte e vuole rompere.

[…] Un vuoto stellato che mi dava, già da bambina, una sensazione di morte.

Evie percepisce un forte bisogno di avere voglia di agire e di non rimanere passiva alla vita; nello specifico, si riferisce a una passività che riscontra nella maggior parte degli esseri umani, uno stato in cui si accetta senza domande e senza dubbi ciò che arriva, senza provare a cambiarlo, a modificare la propria esistenza e i massimi esponenti di questa arrendevolezza alla vita sono proprio i suoi genitori, che lei non comprende, e che, di conseguenza, tendono la propria figlia distante, non la percepiscono per ciò che realmente è, non la “vedono”.

In seguito mi sarei resa conto che la paura mi aveva sempre accompagnata. L’agitazione che provavo quando mia madre mi lasciava sola con la tata, […] Il fatto che mi dicevano continuamente che mi stavo divertendo, e non c’era verso di spiegare che non era vero. E anche i momenti di felicità erano seguiti poi da qualche motivo di disappunto.

Lo stato di apatia si riflette nella percezione che Evia ha di se stessa, il suo corpo è una figura frastagliata che non riesce ad avere contorni definiti nemmeno quando si guarda allo specchio, si sente distante da esso, non vuole guardarlo, considerarlo come proprio. Si crea un confronto tra come lei vede se stessa e come percepisce la fisicità degli altri.

Mio padre […] Si aggrappava alla brutta realtà del suo corpo.

La solitudine di Evie diminuisce attraverso l’atto dell’osservazione, essere guardata e apprezzata le concede il dono dell’esistenza

Nel momento in cui Evie incontra le altre ragazze, e soprattutto Suzanne, si avverte una rottura nel romanzo, una minima scossa di cambiamento, un momento importante per Evie, perché, per la prima volta, si vede “vista”, percepita come reale.

Quella fu la prima volta che vidi Suzanne: i suoi capelli neri ne segnalavano, anche da lontano, la diversità, il sorriso che mi aveva rivolto era diretto e aveva un’aria di valutazione. […] E cosa aveva visto la ragazza guardando me? […] Ed era quella la differenza fra me e la ragazza mora: il suo viso rispondeva a tutte le domande che poneva. Non volevo sapere queste cose di me stessa.

Questo è il momento cruciale in cui Evie si vede negli occhi di qualcun altro e non apprezza ciò che rappresenta all’esterno, non vuole entrare nel turbinio della sua personalità, perché non lo accetta minimamente. Si crea una frattura sulla vita prima di Suzanne e dopo di lei, il fatto di sentirsi vista fa rientrare immediatamente Evie nel suo corpo, nelle sue forme, nei suoi arti e si sente incomprensibilmente attratta da questa figura mistica, che incontra per caso, che si ferma a parlare con lei. Suzanne rappresenta quelle dolci forme di accettazione che Evie aveva cercato per tutto il tempo, ma che nessuno era mai stato in grado di darle.

Non mi ero resa conto, fino a quel momento, di quanto mi sentissi sola. O forse era qualcosa di meno pressante della solitudine: l’assenza di occhi che mi guardassero, forse. A chi sarebbe importato se avessi smesso di esistere?

Il bisogno di agire e l’abbandono dell’apatia familiare

In balìa di una continua ricerca dell’attenzione, bramata e agognata per dare un volto alla sua esistenza, la nostra protagonista si distacca dalla famiglia e segue Suzanne e le altre ragazze, ripudiando il torpore casalingo. Evie viene a conoscenza del ranch e della figura di Russell e mette in atto il suo bisogno di agire.

Russell è un idealista, promotore dei beni comuni, per lui non esiste la possessione degli oggetti materiali, nel suo luogo tutti indossano i vestiti di tutti, tutti mangiano le stesse (poche) cose, tutti dormono insieme, la personalità come marchio originale di ogni persona non esiste più. L’io deve cessare di esistere, l’unico modo per diventare integri è mischiarsi con gli altri e stare lontano dalle regole della società, fondata sul possesso e sul pensiero egoistico.

Ma il ranch è un posto oscuro, decadente, con anime sradicate dalle proprie realtà famigliari, sempre sballate dalle droghe, dall’alcol, tutte in cerca di un luogo che le ospiti senza fare domande, ma che in cambio richiede una demolizione completa della propria individualità e una dedizione totale alla causa di Russell, ai suoi ideali di vita, ai suoi ricatti, alla sua violenza psicologica.

Nel ranch ciò che vuole Russell è legge ed è facile fare presa su menti già scheggiate dalla vita; Evie ne finisce dentro, ammaliata dalla libertà che avverte ogni volta che varca quei confini. Si sente reale, vista, conosciuta, apprezzata e Suzanne rimarrà sempre il suo perno fondamentale, la prima persona che l’abbia considerata come tale.

Con uno stile cadenzato e poetico, con ritorni al passato e salti nel futuro di Evie, Emma Cline ci racconta una storia di violenza e mancanze, analizzando i sentimenti relativi alla realtà delle cose, ci fa domandare a quante parti di noi saremmo disposti a perdere, pur di ritrovarci in un luogo esterno a tutte le nostre preoccupazioni, un territorio neutrale della propria coscienza, in cui tutto appare ovattato e di poca importanza.

Ma questo scrollo della vita mondana produce un’eco ben più lontano e molto pericoloso: la perdita di se sessi e la vita in branco con altri altri “nessuno” produce una rabbia vorace e inarrestabile, che conduce a un’esclusione dalle norme sociali e un odio acceso per tutto ciò che rientra in quell’apatia esistenziale di cui è pregna Evie.

La vita era un continuo arretrare dal ciglio del burrone.

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