Acta Martyrum Scillitanorum, Foucault e il nostro corpo. Parliamo di maternità surrogata. Ecco come il Potere potrebbe toglierci giustizia

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Parliamo di maternità surrogata e del nostro corpo. Delle forme di prigionia in cui il Potere ci pone sotto controllo e rischia di toglierci libertà e giustizia. Dal III secolo a Focault, a un Ddl di Fratelli d’Italia e l’invenzione del “reato universale”

Gli Acta Martyrum Scillitanorum, risalente ai primi decenni del III secolo, è il testo più antico relativo a gesta di martiri cristiani: racconta dell’istruttoria e del giudizio avviato dal proconsole di Numidia, Vigellio Saturnino, ai danni di un gruppo di cristiani numidi i cui nomi sono messi ben in evidenza: Sperato, Nàrzalo, Cittino, Veturio… e le donne: Ianuaria, Generosa, Vestia, Donata e Seconda. Essendo l’evento precisamente collocato il 17 luglio del 180, sappiamo quindi che ricade sotto l’impero di Commodo. Gli Acta furono oggetto di culto particolare della Chiesa d’Africa, e brani di essi venivano letti nei cenobi e durante le celebrazioni liturgiche.

Saturnino domanda ripetutamente agli arrestati se sono disposti a sacrificare al Genio dell’imperatore. Genium imperatoris è un’espressione di culto che il magistrato collega senz’altro alla religiosità – afferma infatti, replicando a Sperato che era probabilmente la guida spirituale della piccola comunità e colui che vi esercitava il sacerdozio, “anche noi (funzionari romani) siamo religiosi” – e che secondo il suo punto di vista rimanda alle cerimonie religiose pubbliche alle quali tutti i cittadini romani dovevano partecipare, indipendentemente dalla fede che professavano. Quale immagine potrebbe essere più rappresentativa di questa, dunque, della religione pubblica romana nell’età imperiale e della sua assoluta estraneità alla fede, intesa come processo interiore, spirituale e psicologico, conversio e principio di un nuovo cammino dal mondo visibile a quello invisibile?

Saturnino insiste, e insiste ancora di fronte al ripetuto rifiuto da parte dei cristiani di sacrificare: il sacrum facere è infatti per la mentalità antica un complesso di azioni, un omaggio e allo stesso tempo l’ evocazione storico-mitica di un patto primordiale fra gli dei, gli eroi fondatori (Enea, Romolo) e la Città. A quegli occhi nulla poteva essere prova più decisiva del favore divino che l’enorme risonanza di Roma, il suo dominio e la sua straripante ricchezza. Come avrebbero potuto comprendersi, quegli esperti funzionari di carriera, con gli adepti di un bizzarro culto medio-orientale originatosi dagli Ebrei, ma fatto di persone assai più rinunciatarie e meno bellicose di quelli, che ponevano anche loro un sacrificio al centro del rito, nel quale bevevano il sangue e mangiavano la carne del loro profeta (Messia), cosa che fece inorridire Celso nel suo pamphlet anticristiano Alethes Logos, la Dottrina Vera?

L’ossessione occidentale per il corpo è facilmente rintracciabile nella storia; è un pendolo di periodo sempre uguale fra due estremi sempre cangianti, che lambisce la contemporaneità: dal culto del corpo dell’idolo sportivo (non troppo dissimile da quello della Grecia classica) all’adorazione della magrezza malinconica ed affamata delle modelle nell’alta moda; dalla riduzione del corpo ad oggetto nella pornografia, all’incarnazione dell’oggetto fantastico mediante il corpo come nel cosplay; il corpo in occidente, specie quello umano, appare così simbolicamente sovraccarico da faticare soverchiamente a demistificarsi, a riportarsi alla semplice dimensione di produzione naturale e organica, finendo per indicare la direzione esattamente opposta: quella della smaterializzazione e della metamorfosi in corpo virtuale e immaginario, come i nostri avatar in Second Life.

Lo spazio fra i corpi, quello deliberatamente abolito nei grandi raduni, nelle manifestazioni e negli stadi, è la dimensione politica, l’agorà, che da sempre nella nostra cultura s’identifica tanto coi i corpi dei partecipanti quanto con lo spazio pubblico che li contiene, il quale anche vuoto esprime (e noi lo comprendiamo senza difficoltà) il senso della folla. Si dice spesso oceanica una riunione di migliaia di corpi, in quanto la folla, composta di singoli atomi solidi, nel suo insieme sembra piuttosto rispondere alle leggi della dinamica dei fluidi; e fluidi sono anche gli umori del corpo, dal sangue che mantiene la vita al seme che la perpetua, dal sudore che equilibra omeostaticamente la temperatura interna con quella esterna alla lacrima, che porta a contatto con l’aria un’emozione.

La primalità del corpo è anche uno stigma sociale, che per larghissima parte della storia si è palesato nel trattamento dei corpi umani ridotti in cattività, dei prigionieri, degli schiavi, dei rei.

In Sorvegliare e punire del 1975, libro che ha molto giustamente dato un contributo notevole alla consacrazione internazionale del filosofo-psicologo Michel Foucault, l’autore mette in epigrafe la testimonianza della spettacolare esecuzione “barocca” del 2 marzo 1757 ai danni del parricida Damiens, resa da un sottufficiale presente sotto il patibolo, di nome Bouton. Il condannato viene “tanagliato” (suppliziato con lo strappo di parti del corpo mediante tenaglie), le ulcere ricoperte di olio bollente e zolfo, poi viene fracassato in varie giunture; data l’estrema difficoltà di attuare praticamente il dettato della sentenza, cioè che venga attaccato un cavallo ad ognuna delle estremità della vittima perché sia smembrata; il troncone arso sul rogo e le ceneri disperse al vento, il boia Samson e i suoi aiutanti si industriano in tutti i modi a conseguire l’effetto desiderato dai giudici, persino attaccando due ulteriori cavalli per strappare le gambe alla radice delle cosce. Non riuscendoci ancora, i carnefici decidono di recidere con i coltelli gli arti inferiori, mentre le braccia già con multiple fratture sono ancora attaccate al busto. L’effetto finale desiderato, di mostrare alla folla il troncone privo di arti – sperabilmente già morto – per poi gettarlo sul rogo, richiese notevoli sforzi e praticamente tutta la giornata: nella testimonianza del militare, gli ultimi pezzi di carne finirono di bruciare verso le dieci e mezzo di sera.

Soltanto durante la prima metà dell’Ottocento, svariati decenni dopo la pubblicazione del saggio di Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene (1764), le principali nazioni europee abolirono i supplizi: la Francia nel 1832, l’Inghilterra nel 1834. Venne mantenuta la pena della frusta in Russia, Inghilterra e Prussia ma forse disapplicandola: non abbiamo certezze in tal senso, poiché non sappiamo con quale frequenza sia stata usata la frusta all’interno dei luoghi di detenzione.

La presa del potere sul corpo, dice Foucault, si allenta soltanto nel corso del XIX secolo. Occorre molto tempo, quindi, affinché la nuova civiltà giuridica propugnata da Beccaria, come massima espressione dell’illuminismo milanese, si affermi perlomeno nei paesi più “avanzati”. Ma ciò merita forse una riflessione supplementare. Rinunciare a straziare i corpi dei colpevoli per punirli, non implica necessariamente che diminuisca la presa del potere sui corpi: i penitenziari concepiti secondo lo schema dei Panoptikon, le carceri di massima sicurezza, i lavori forzati ecc. trasportano, dice Foucault, il diritto penale nella sfera della “penalità incorporea”; ma ciò non significa affatto che il potere rinunci alla sua presa sui corpi di uomini e donne, per disgrazia o per malizia caduti nella rete del suo rigore.

Dobbiamo riflettere su un punto: oggi, un medico deve vegliare sui condannati a morte e sino all’ultimo momento – sovrapponendosi così, in quanto preposto al benessere, in quanto agente della non-sofferenza, ai funzionari, incaricati, loro, di sopprimere la vita. Quando il momento dell’esecuzione si avvicina, si fanno ai pazienti iniezioni di tranquillanti. Utopia del pudore giudiziario: togliere l’esistenza evitando di far sentire il male, privare di tutti i diritti senza far soffrire, imporre pene libere dal dolore.

(Cap.1, Il corpo del condannato )

Il diritto penale entra nella modernità, dunque, quando rinuncia alla presa sui corpi, il cui modello giudiziario è lo squartamento (sezionamento del corpo del condannato in quattro parti); ma questo non significa affatto che quello stesso diritto, come braccio armato del sovrano e del suo dominio – quale che sia la forma dello Stato, repubblicana o monarchica, tirannica o democratica o intermedia fra le due nella democratura di Christopher Hitchens – rinunci alla presa sugli uomini, e men che meno che rinunci ad esercitare il dominio.

In questo modo anche il più convinto dei libertari, il più acerrimo nemico del potere in tutte le sue forme, dovrà riconoscere che esso ha rinunciato alle più ripugnanti crudeltà (dopo averle esercitate disinvoltamente per secoli senza il minimo scrupolo e senza segni di pentimento); e tale rinuncia ha reso il potere al contempo più clemente, umano, e più occhiuto. Nella vecchia macelleria giudiziaria vi erano difatti effetti secondari indesiderabili:

Nel castigo-spettacolo, un confuso orrore sgorgava dal patibolo, avviluppava insieme boia e condannato: e se questo orrore era sempre pronto a trasformare in pietà o in gloria l’onta che veniva inflitta al suppliziato, ritorceva regolarmente in infamia la violenza legale del carnefice.

(Ibidem, pag.4)

In altri termini, che la violenza fosse legale, che la punizione di un delitto fosse concetto sostanzialmente condiviso fra il popolo e il sovrano, non rendeva la violenza più graziosa. Si rende necessario, quindi, emanciparsene: si passa dal paradigma del punire (occasionalmente anche degli innocenti) a quello del sorvegliare; e in questo nuovo ambito non vi saranno più innocenti, ma tutti saranno colpevoli potenziali. Si pensi soltanto alla vasta diffusione delle telecamere di sorveglianza, alla cyber-sorveglianza, o al recente scandalo mondiale di Cambridge Analytica, la società che passava terabyte di metadati privati al governo degli Stati Uniti fuori da ogni controllo legale.

La colpevolezza potenziale è uno dei più potenti effetti del ciclo della sorveglianza in cui siamo tuttora: si è come dissolto – alle nostre spalle – il concetto del rito penale come vendetta pubblica per l’ordine violato, in quanto troppo primitivo. Anche la colpevolezza finisce per non avere più contorni definiti, perché viene a dipendere – molto più fortemente che in passato – dalla contingenza e convenienza storico-politica: il cittadino divergente, l’avversario del governo o della fazione politica che lo esprime, scivola nella marginalità criminale perché a un certo momento le leggi sono fatte contro di lei o lui, per marginalizzare e criminalizzare un aspetto della sua biografia divenuta di colpo divergente ed indesiderabile. Un esempio di questo potrebbe essere la penalizzazione della maternità surrogata, che secondo un Ddl presentato da Fratelli d’Italia in discussione nella commissione Giustizia della Camera, dovrebbe diventare “reato universale” inasprendo le sanzioni contenute nella L. 40/2004 attualmente in vigore.

Se simili esempi dovessero ulteriormente moltiplicarsi, al cittadino resterà ben poco da sperare, sperando nella mitezza e nella clemenza del potere. I governi hanno già oggi, e sempre più avranno in futuro, la possibilità di controllare preventivamente ogni singola persona e di ottenerne, per paura o per bisogno, consenso, complicità o silenzio in merito alle pratiche illegali che può attivare, quando lo reputi necessario.

Eppure la speranza che il pluralismo dei soggetti politici, l’alternanza, la libera informazione e libere elezioni continuino a rappresentare un presidio etico contro queste derive, che le tecnologie non solo non impediscono ma piuttosto favoriscono, questa speranza deve essere sempre viva, nonostante tutti gli indizi che sembrano smentirla. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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