Al Dio nascosto

Al dio nascosto. Racconti della Fenice # 1

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Pubblichiamo Al Dio nascosto, un racconto tratto da I racconti della Fenice. Institor è lo pseudonimo di un nostro Collaboratore.


Se ne andava lungo la strada che passava da Anfipoli e Apollonia, sapendo tutto il necessario, ripieno del Paracleto, poiché quando si è visto è come se si fosse studiato tutto. C’erano fratelli in ogni città, credenti veri e anche loro illuminati dalla divina sapienza ma costretti a passeggiare, soggiornare ed i locali a vivere, fra templi, esastili ed eptastili, prostili e anfiprostili, thàloi circolari, tutti dedicati a dee, dei, semidei, eroi, campioni della medicina e dello sport. Una Cafarnao inenarrabile e, come se non bastasse, in molte delle agorài si svolgevano le caterve: i giovani formavano due bande e se le davano di santa ragione; qualche volta sceglievano le tenebre notturne per non avere testimoni, ma più spesso lo sconcio gli piaceva farlo davanti a un pubblico numeroso fatto di disgraziati che amavano scommettere, come nei combattimenti fra cani, galli, nelle tauromachie, nel pugilato a mani nude fasciate con bende di lino.

Paolo Apostolo osservava tutto ed era scontento della Grecia. E che diamine, la terra meno terrestre che si possa immaginare, cinta com’è da mari turbolenti e barbari avidi delle ricchezze e dell’ opulenza romana! Montagne impervie di rocce taglienti e rare pianure, buone tutt’ al più per le greggi – non è chiaro cosa vi cercassero i Persiani nel passato. Facinorosi i Persiani, impero alternativo, grande potenza orientale in costruzione; molte affinità con i romani, che per quanto possa sembrare il contrario non volevano veramente conquistare il mondo, ma allargarsi a spese dei disgraziati e aprire mercati: basta razziare, va bene anche scambiare o acquistare a prezzi buoni.

Dovunque si fermasse Paolo Apostolo andava in sinagoga a discutere con i dottori giudei. I dottori giudei adoravano la dialettica, la diatriba, la controversia, e a Tessalonica sono particolarmente ben installati. Dolorosamente lo dovette sperimentare: non si fa spazio a un dio straniero così, senza combattere – combattere, è chiaro, con le armi della parola. Da questo punto di vista PA non aveva grossi problemi: era ispirato dall’alto, conosceva tutte le risposte. Per lui era come andare ad un concorso con una batteria di ottanta quiz a risposta multipla e avere già segnate sul palmo della mano, le risposte: 1-C, 2-D, 7-A e così via.

Così era arrivato ad Atene, passando davanti lungo la strada ad un’ infinita di are, erme, edicole votive, cenotafi dedicati non solo, anzi raramente, ai dodici dei olimpici maggiori, ma a un’ infinità di illustri sconosciuti che si erano distinti nella corsa, nel salto, nel prestito, nella cura con le erbe, nei decotti con i funghi prataioli, nelle esalazioni profetiche e nei sortilegi difensivi nel nome della città: questi ultimi, in particolare, avendo una certa inclinazione a procurare ai seguaci adoranti tremende allucinazioni con intrugli di giusquiamo e belladonna, irrorati di sangue di pernici e candide tortore e lasciati a bollire per ore.

I giudei più preparati poi, versatissimi nella Scrittura, amanti delle discussioni, non lo lasciavano andare fino a notte alta e consideravano questo un impiego nobilissimo del tempo. Le loro osservazioni erano così particolareggiate, pignole analitiche, e nel contempo, sublimemente astratte, che molto spesso, quasi sempre, Paolo se ne andava in albergo con un forte mal di testa e doveva metter mano alla sua scorta di analgesico e, non di rado, a letto a stomaco vuoto. Condividendone l’origine e la lingua, e la pazienza che solo la divina sapienza sa come instillare come effetto secondario della rettitudine e, in prospettiva, della santità, pure non poteva evitare di trovarli un po’ pesanti, specie quando s’incendiavano per qualche osservazione critica sui loro profeti; quando Paolo o qualcun altro dei fratelli faceva notare che quei Patriarchi, d’inconcussa virtù, spesso erano ricchi, avevano più mogli e sacrificavano animali vivi a ecatombi nel Tempio, mentre gli scolatoi andavano a tutta forza riempiendo giare del sangue di quelle povere bestie. In quei casi i rabbini diventavano minacciosi, s’accendevano come zolfanelli, tiravano su le maniche, e una volta trascinarono Sila e Timoteo davanti ai capi della città gridando che le loro prediche erano contro la LEX e che l’Imperatore doveva fare qualcosa. I due compagni di Paolo pagarono la cauzione, un verbale e tutto finì lì; ma non c’erano garanzie che non avrebbero ricominciato a mettersi in mezzo e a fare la spia.

Con questi pensieri nella testa don Apostolo era arrivato all’ Areòpago, giudicando che se voleva convertire gli ateniesi alla vera religione di ICH li doveva conquistare nel cuore pulsante della loro orgogliosa e antica saggezza. Il posto dei rabbini, nell’ Areòpago, era preso dai filosofi stoici ed epicurei. Questi, sentendolo parlare di ICH e di cose incredibili come la resurrezione della carne alla Fine dei Giorni, di Giudizio e di Salvezza, pensavano con non poca supponenza che fosse matto o scarso d’intelletto. Il minimo che potessero pensare è che fosse l’ennesimo ciarlatano venuto da Oriente per predicare assurdità e raccogliere il cinque per mille dal maggior numero possibile di dichiarazioni. Ciò nonostante lo invitarono a parlare, e si disposero ad ascoltarlo.

Allora Paolo ebbe un’ ottima idea. Disse: ateniesi, vedo che amate molto gli dei, perché dovunque gl’innalzate altari, are, gloriette, naòi, orti e boschetti sacri! E passando, ho osservato un’ ara dedicata al dio sconosciuto. Che delicatezza, e che buon gusto! Vi fa certamente onore, e mi ricorda un po’ l’usanza del caffè sospeso a Napoli. Erigere un altare a qualcosa che ancora non c’è perché non lo avete conosciuto, è cosa di grande sensibilità. E dunque sono qui per annunciarvi proprio quel dio che avete ignorato fino ad ora. Creatore del cielo e della terra e dell’uomo e della sua natura, e di tutta la natura che contiene tutto questo – io lo so – e che proviene da Lui. Perché dio non sta nella pietra, nell’ oro o nell’argento; non sta negli amuleti e nei bambolotti che ficcate nei sepolcri e mettete in casa su una mensola. E men che meno diventano iddii i vostri antenati, che il Signore abbia pietà delle loro anime.

– Come fai a sapere tutto questo? – domandò un filosofo scettico.

– Non per i miei studi, ma per un prodigio da cui fui abbattuto. Ero un funzionario romano, un persecutore di cristiani. Mi muovevo con un’ auto lussuosa, avevo pure l’autista. Si scatenò una tempesta, turbini di pioggia – il che, in quell’Oriente siccitoso è già miracolo – quando spuntò un TIR contromano e facemmo un frontale. Io fui sbalzato fuori, il mio ultimo pensiero fu: “ecco, sono morto”. In quel momento mi apparve ICH e disse pieno di dolcezza: “perché mi perseguiti?” Un momento dopo mi alzavo illeso, completamente, e avevo ricevuto la Gnosi.

– E l’autista? – insisteva lo scettico.

– Per lui non ci fu nulla da fare, purtroppo.

– E perché non è risorta la carne dell’autista?

– Su questo ti sentiremo un’altra volta – dissero gli altri.

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