androfobia

Oltre la pedofobia. Verso un mondo di cinquantenni (scemi)

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Se dovessi usare un termine per descrivere gli italiani, più di ogni altro userei: neofobici. Ovvero, terrorizzati dalle novità. È quell’adagio delle nostre nonne, quello della strada vecchia e della strada nuova. Che a sentire loro, nel dubbio, avremmo ancora dovuto circolare coi carri sui sentieri di montagna. Come se poi le strade vecchie non fossero comunque nuove rispetto ad altre ancora più vecchie. Quindi, a risolverla, la cosa migliore sarebbe non andare, nessuna strada offre certezze. Restare fermi è l’unica soluzione. Nella sua forma perfetta, si chiama androfobia.

La paura del nuovo e delle novità. L’androfobia tipicamente italiana e oltre 

Infatti l’Italia è un paese immobile. La neofobia, patologia tipica del gene italiota, vanta, ovviamente, una vittima eccellente, colui il quale alla novità si appiglia, di più ancora ci si abbarbica, provenendo da essa: il giovane. Categoria sociale, oltre che anagrafica, che nel nostro paese assume connotati sempre più sbiaditi. Dietro al “pensare ai giovani”, leitmotiv che riempie la bocca, sono cresciute e moltiplicate almeno tre generazioni. Di vecchi. Nel frattempo la penisola è stata invasa dalla canizie che per un bel po’ ha pensato bene, sempre in nome del futuro, di oliare le ruote del presente con le vacche grasse dello statalismo, con il posto fisso ben assicurato (o per meglio dire, i posti fissi, vi ricordate la faccenda del doppio lavoro, tanto in voga qualche anno fa?) e con la pensione ben saldata nella struttura pachidermica del sistema. E i giovani? Oggetto degli ipocriti pensieri degli adulti, da sempre preoccupati del loro futuro, i giovani hanno sempre fatto quello che hanno potuto. Più o meno. Le minigonne e il beat, il rock e i capelloni. Orecchini, tatuaggi, e tanto altro. Coi vecchi di turno a storcere il naso, a osteggiare. Per anni, per generazioni, e forse a sporgerci un pochino più in là verso la storia, per secoli, la dialettica è stata sempre questa. Il nuovo contro il vecchio. La neofobia italiana, col tempo, però ha trovato comodo alloggio in una sua dependance patologica: l’androfobia. La paura dei giovani.

I giovani in crisi perché non hanno modelli, perché il modello sono loro

Lo scontro generazionale tuttavia è stato per molto tempo a senso unico, soprattutto per quelle fasi storiche in cui la spinta propulsiva del futuro era troppo più forte.  Ma sempre, sempre, i contendenti potevano contare sulla propria diversità, costituita da identità ben delineate. Insomma se c’era una cosa certa era che i giovani erano giovani e i vecchi erano vecchi. Nel frattempo però, è accaduto qualcosa che ha scombinato i piani. L’avvento della digitalizzazione, ultimo stadio di quel processo di massificazione che già Pasolini, cinquanta anni fa segnalava nel pericolo dei mass media, nella ferocia della banalissima televisione. Internet, la rete, hanno spinto le cose a un punto di non ritorno che forse neanche lui poteva prevedere. Creando una società che non solo ha perso, in senso marxista, qualsiasi connotato di struttura divisibile in classi, non solo eliminando le realtà particolari nello scacchiere del tessuto sociale ma riuscendo persino nel distruggere quelle caratterizzazioni proprie delle età, delle generazioni. Una società liquida in cui la giovinezza, praticamente non esiste più. O meglio è stata inglobata in una sorta di buco nero temporale. Oltre la tipica androfobia italiana, dunque. Visto che giovani, oramai, siamo praticamente un po’ tutti. E ciascuno, come individuo, sente la necessità di dimostrarlo. Guardateli, i nostri padri, le nostre madri, i nostri nonni. Vestono come i loro figli, allegramente frequentano i loro luoghi di aggregazione, i social media, li invadono con la stessa strategia di comunicazione, guardano i loro stessi programmi televisivi, ascoltano la loro stessa musica. E molto peggio ancora, hanno la loro stessa emotività. Con le maschere di Halloween e le racchette del padel. Sono, praticamente, degli studenti fuori corso della vita. E i giovani? I giovani, oramai, non riescono neanche più a fare quello che possono. Annichiliti da una realtà verso la quale non hanno difese, perché non hanno un’identità collettiva, si arrabattano in cerca di modelli che non trovano, essendo paradossalmente loro, i modelli. Imbavagliati, mascherati, privati dei più elementari diritti civili e negati del più importante, quello naturale alla gioia. Il sollazzo e il riso che per Leopardi erano la dolce famiglia della novella età.

Due fatti recenti che dimostrano la paura per i giovani: la legge contro i rave e il professore che sferra pugni

I due casi che hanno “sconvolto” gli ultimi giorni, quello della cosiddetta legge contro i rave (che a dire il vero dice molto altro e molto peggio ma non è il momento) e quella del professore che ha reagito picchiandolo alle provocazioni di un alunno, lo dimostrano plasticamente. Le reazioni di quella che una volta si chiamava pubblica opinione sono state a senso unico. I rave sono pericolosi e il professore ha fatto bene. Ma analizzando meglio, dietro la consueta androfobia, coloro che hanno realizzato, composto e impacchettato certe vicende, si sono comportati con peculiarità tipicamente giovanili, per alcuni aspetti quasi infantili. Entrambe le vicende dunque ci dirigono a piè spinto verso una terra desolata. Una terra abitata da cinquantenni mezzi scemi, con le magliette colorate, che fanno storielle social al mare o al ristorante. Cinquantenni di tutte le età, in una gara senza esclusione di colpi per il trofeo della coglionaggine. Trofeo che però, vede svantaggiati proprio i giovani, perché neofiti della stupidità. Oscar Wilde diceva che non aveva senso discutere con un imbecille perché ti avrebbe trascinato al suo livello e battuto con l’esperienza.  Forse anche lui non avrebbe mai sospettato però, un occidente come questo. Dove i ricchi sono ancora più ricchi, i poveri sono ancora più poveri (anche se fingono di essere ricchi), dove l’ignoranza informata è l’unità di misura abituale e soprattutto dove tutti hanno il dovere di essere ridicoli. Tutti, a qualunque età. Col diritto di sentirsi giovani, senza neanche il sospetto di sentirsi imbecilli. Come volevano in fondo le nostre nonne, girando come trottole, sulle strade vecchie, senza andare da nessuna parte.

2 Comments

  1. Personalmente credo che questa analisi debba essere un po’ approfondita, la società dei 50 enni pedofobi, neofobi, androfobi, o più semplicemente panofobi visto che all’autore piace molto questa espressione, fortunatamente non definisce un tutto ma piuttosto una parte. Al contrario invece, fa sempre più presa questo pensiero dominante di demandare colpe e responsabilità a gli altri… Mi nonna (immagine molto cara a noi 50 enni panofobi) diceva sempre: “Chi non ascolta la mamma, ascolta il diavolo”, per cui dava indicazioni non imposizioni. Sarà stato particolarmente sfortunato l’autore nell’incontrare solo 50 enni imbecilli, come li definisce lui, ma di certo c’è molta più imbecillità nel presente che in quel passato, quando tutti eravamo più liberi, felici e ascoltavamo i genitori…

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