la settimana di vittorio castelnuovo

L’Altra settimana #3. Jazz e letteratura, l’ultimo di Jeff Parker e D.F. Wallace, e poi Vonnegut, il nuovo western di C Pam Zhang, L. Kasdan, W. Hill, D. Fagen, J. Lethem, Bukowski e Martinelli, l’Einstein di Philip Glass

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La stampa informa che il titolo del nuovo disco del chitarrista jazz Jeff Parker (Mondays at the Enfield tennis accademy) rimanda al romanzo Infinite jest di David Foster Wallace, lo scrittore morto suicida nel 2008.
Il disco di Parker è molto bello, perché riconcilia con la libertà della ricerca; e colpisce il riferimento a Foster Wallace, perché rammenta la necessità che gli artisti studino il lavoro dei colleghi – che come loro cercano l’espressione.
Intanto La Civiltà Cattolica, nel numero appena uscito, rende omaggio a Kurt Vonnegut, ricordando egli è stato innanzitutto un grande scrittore, al di là del genere della fantascienza al quale è stato relegato un po’ forzatamente.
I brandi del disco di Jeff Parker sono lunghi, forse pensando alla densità della scrittura di Foster Wallace. L’articolo pubblicato da Civiltà Cattolica su Kurt Vonnegut (a firma di Diego Mattei) è approfondito, in modo da rimanere una testimonianza.
Dunque c’è ancora spazio per la profondità e i legami. Necessaria pure l’ironia.
Quando gli domandarono se si sentisse o meno un autore di fantascienza: Vonnegut rispondeva no, che non si sentiva per niente un autore di fantascienza e che era stata la stampa ad informarlo! Aggiunse probabilmente l’equivoco era nato dal fatto che sapeva riparare il frigorifero di casa e l’aveva detto in giro.
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In una precedente nota abbiamo rimarcato la centralità della cultura americana; poiché l’America, come è stato ricordato, è un popolo formato da molti popoli.
Questo dato trova conferma in Quanto oro c’è in queste colline, il primo romanzo (edito da 66thand2nd) della scrittrice cinese C Pam Zhang, che da tempo risiede negli Usa.
C Pam Zhang ha deciso di ambientare la trama del suo testo nel selvaggio West, ribadendo l’attrazione della frontiera pure presso le nuove generazioni di artisti.
Negli anni Ottanta, reduce dal successo del film Il grande feddo, il regista Lawrence Kasdan dichiarò di volersi misurare con il western e realizzò Silverado, con l’idea di rendere omaggio ad un genere che aveva fatto la fortuna di Hollywood (tendenza oltretutto che non accenna a diminuire, come dimostrato all’ultimo Festival di Venezia da Dead for a Dollar di Walter Hill).
Sempre negli anni Ottanta, poco prima il film di Kasdan, il cantante Donald Fagen scrisse la canzone New Frontier, evocando la parabola di John Fistgerald Kennedy – il Presidente che immaginò gli anni Sessanta come un laboratorio.
In un’intervista rilasciata ad «Avvenire», lo scorso 15 ottobre, C Pam Zhang accenna a parole che “…sono diventate indispensabili” ed evoca la necessità di un “…luogo emotivo, più che fisico”.
Le osservazioni della scrittrice sono comuni a quelle di chiunque decida di esprimersi attraverso l’arte. Tuttavia gli autori americani dispongono del mito della terra, intesa come speranza.
Mentre ai loro colleghi, per esempio a quelli italiani, sembrerebbe mancare un orizzonte al quale guardare per rinnovare le proprie parole – giacché la tecnica non è sufficiente per raggiungere l’Ovest, dove risiede il cuore delle cose.
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Intervistato da Caterina Soffici (su «La Stampa» di mercoledì 23 novembre) lo scrittore Jonathan Lethem parla della contro cultura, maturata in Usa a partire dagli anni Sessanta, come una realtà parallela alla vita ordinaria – dove lui dice rimane “…un senso di possibilità per una reinvenzione più autentica”.
Invece Luca Briasco (su «Il Manifesto» di sabato 27 novembre) ritorna su Charles Bukowski, segnalando il libro Notte di bevute e schiamazzi che raccoglie l’interessante corrispondenza tra lo scontroso autore e l’editor Sheri Martinelli.
In tutte le sue forme quella americana continua a rappresentare il baricentro dell’arte del mondo. Lo ha confermato il rinnovato successo di Einstein on the Beach; l’ambiziosa opera di Philip Glass, riproposta al Roma Europa Festival, sulla quale Claudia Durastanti ha speso come sempre parole acute (e pubblicate sul numero del settimanale Internazionale di venerdì 25 novembre).
Non abbiamo gli strumenti per valutare se esista ancora la contro cultura (evocata da Lethem; resa fisica da Bukowski; suonata da Glass) e se essa, nel caso, sia rintracciabile in Rete. Così fosse va ricordato, come è stato detto, che ogni Rete appartiene a un pescatore.
Certamente la ragione di fondo non è cambiata: se dici o fai cose diverse diventi un bersaglio. Piuttosto è probabile sia cambiato il modo per esprimere il dissenso, ma quello abbiamo per provare a riprenderci un po’ di verità. Poi resta aperta la questione se ti va o meno di diventare un bersaglio. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
photo credit: ©Leandro Almeida | Burst

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