Sulle considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia

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Quest’anno le considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia, Visco, in vari passaggi, rammentano l’elevata incertezza che oggi avvolge l’economia globale. Ma forniscono anche un quadro positivo per il Paese, assai migliore delle previsioni di pochi mesi fa. Su di esse voglio svolgere qualche considerazione, in particolare quelle partì che lasciano perplessi e che non condivido.

Egli ha dichiarato che

La globalizzazione e l’innovazione tecnologica che l’ha sostenuta e accompagnata sono state una straordinaria occasione di sviluppo.

Da anni ho affrontato quello che stava avvenendo nel pianeta economia e sui riflessi dei processi di globalizzazione e della finanziarizzazione sulla vita, lavoro e condizioni delle persone. Sembrava spesso, all’occhio poco attento di qualche lettore, lo sfogo di chi non si vuole piegare ai processi di modernizzazione e ai benefici influssi – come hanno sostenuto, per anni, i santoni della globalizzazione – della piena libertà di mercato.

Dopo la bolla finanziaria che ha stravolto il mondo, nuovi motivi di preoccupazione nascono proprio dalla crisi della guerra in Ucraina e il Governatore precisa:

Le previsioni di crescita dell’economia mondiale nei prossimi mesi restano incerte. Pesa il persistere del conflitto in Ucraina, vi sono dubbi circa l’intensità della ripresa dell’economia cinese, che ha fatto seguito alla rimozione, alla fine dell’anno passato, delle misure particolarmente restrittive mantenute per il contrasto alla pandemia […]. Anche alzando oltre il breve periodo l’incertezza resta elevata.

Basta con il dogma del pensiero unico rappresentato dal neoliberismo e del capitalismo finanziario

Per questo ritengo che sia imprescindibile individuare e poi sperimentare un nuovo modello di società fondata su un diverso modello economico e sociale in grado di ridare un po’ di credibilità alla politica e far sì che la persona ritorni ad essere al centro di ogni azione economica, sociale e politica.

Il pensiero unico, codificato dal neoliberismo, diventando un dogma, ha imposto le proprie scelte al fine di orientare, essenzialmente, gli investimenti verso interessi finanziari-speculativi, invece che in quelli produttivi nell’economia reale per perseguire soltanto la loro logica della massimizzazione dei profitti complessivi. Tutto ciò, in realtà non ha fatto nient’altro che produrre una conseguente divaricazione tra andamento dell’economia reale e i connessi processi politico economico-sociali.

Tale situazione, ha concentrato la ricchezza in un numero sempre minore di soggetti, aumentando le aree di povertà, l’emarginazione, e, nello stesso tempo, si sono spinte attività contrarie all’utilità sociale collettiva. Tutto questo si è riflesso sull’economia produttiva che ha subito una conseguente perdita di competitività.

Questo modello imposto dalla finanza speculativa ha esportato ovunque un capitalismo finanziario che è contrario ad ogni forma di solidarismo, in nome dell’individualismo competitivo, e essendo la logica economica favorevole al solo profitto e tutto quello che viene elargito alle persone più deboli è considerato spreco.

È in questo contesto che si sono configurati, sempre più pressanti gli attacchi al modello socialdemocratico europeo fondato sullo Stato sociale. Lo si è giustificato con la necessità di competitività per rafforzare quel modello di capitalismo selvaggio e delle politiche monetariste diventate ormai ideologia egemone, e così facendo si sono stravolti anche gli stessi principi di civiltà come quelli di tolleranza e di solidarietà tra gruppi diversi e tra generazioni diverse che hanno fatto forte il modello economico europeo.

L’impianto delle “nuove” proposte politico-economiche si è incentrato, allora, su politiche di tagli alla spesa pubblica senza mai valutare le ricadute sui costi sociali di tale modello, che produce un continuo di nuove esclusioni, emarginazioni e povertà. In particolare si afferma la necessità la privatizzazione di settori di tutela della dignità della persona come quelli della sanità e della previdenza.

Non si è tenuto conto, invece, che le politiche di Welfare sono in difficoltà perché vi è stata una riduzione della quantità di lavoro e del suo costo, che, proprio per questo non è più in grado di finanziare lo Stato sociale nel suo complesso.

Si è realizzata così una società con maggiori differenziazioni sociali, in cui è sempre più ridotto il sistema di protezione sociale a favore delle fasce dei cittadini più deboli, fasce che si allargano sempre più andando a comprendere anche quegli strati di società che fino a non molti anni fa erano ritenuti protetti.

La stessa costruzione dell’Unione Europa basata sulla logica essenzialmente economica e della libertà di mercato ha aggravato la situazione, facendo aumentare, con le sue direttive sempre tendenti a mantenere gli Stati aderenti entro parametri economici dettati dalla Bce, tali diseguaglianze economico-sociali.

Anche sull’Europa mi sembrano molto ottimistiche le considerazioni di Visco:

Negli anni della crisi dei debiti sovrani, l’incompletezza dell’Unione monetaria e una governance economica inadeguata avevano alimentato una sfiducia nel futuro dell’Euro […]. Solo con le più recenti, gravi, emergenze si sono superate in modo deciso dubbi ed esitazioni, La risposta delle politiche europee alla crisi pandemica è stata forte e tempestiva […].

A me sembra che la sfiducia si sia accentuata e che la costruzione di un’Europa dei popoli e di un’Europa sociale del lavoro è vista sempre più lontana dai cittadini, tanto è vero che, ogni volta, che si vota per far fare un passo in avanti al processo Europeo, i risultati sono sempre negativi e di rifiuto.

Per contrastare quanto su esposto è necessario che si cominci a studiare nuovi modelli economici e sociali, per avviare uno sviluppo economico diverso, non più solo mercantile, considerando le modalità di un lavoro a valenza sociale complessiva.

Per questo la prima azione deve essere quella di riproporre una iniziativa politica a livello europeo per ripristinare condizioni di equilibrio nella gestione delle risorse a favore dell’intera collettività e non solo dei paesi egemoni. Quindi contrastare le volontà egemoni di Paesi, come la Germania e la Francia più attenti alla loro stabilità economica che a quella complessiva dell’intera Europa.

Le politiche monetariste e le logiche consociative neo-liberiste che hanno puntato all’abbattimento dello Stato sociale si possono battere. Un nuovo modello di crescita economica, un forte progetto di rinnovamento che riaccenda le speranze sopite con una seria e corretta politica sociale non più basata sull’assistenzialismo e le spese improduttive, ma un percorso verso un progetto di una reale democrazia economica del sociale e del lavoro può realizzarsi.

Sull’Italia il Governatore, pur riconoscendo che

Ci sono ancora debolezze che ancora affliggono la nostra economia e che negli ultimi decenni si sono riflesse in un progressivo arretramento del reddito pro capite rispetto agli altri Paesi.

ampio è lo spazio dedicato dal governatore al rinnovamento del Paese. A cominciare dalla riforma del Fisco. La razionalizzazione delle norme e la semplificazione degli adempimenti possono “dare certezza e stabilità al sistema, contenendo i costi amministrativi.

Anche per questa ragione, sostiene Visco,

oltre agli investimenti e agli altri interventi di spesa, è cruciale dare attuazione all’ambizioso programma di riforme, da troppo tempo attese, in esso contenuto.

6 proposte per un nuovo patto per lo sviluppo

Per questo è necessario, nell’ambito nazionale, proporre alcune proposte che debbono essere discusse, se si dovesse avviare un confronto per un “nuovo patto per lo sviluppo”, per trovare soluzioni concrete alla gravità della crisi.

La prima senza dubbio è quella di ricreare una condizione di sviluppo produttivo che ridia fiato all’economia reale a discapito di quella virtuale che tanti danni ha prodotto.

La seconda è sempre per la stessa motivazione, dare più reddito e quindi più potere di acquisto ai lavoratori ed ai pensionati anche attraverso una riforma fiscale.

La terza è sostenere con adeguati ammortizzatori sociali le persone che rischiano sempre di più l’occupazione.

La quarta è tentare di risolvere con la stabilità, ovviamente gradatamente, i tanti contratti di flessibilità che sono stati imposti come la panacea per il rilancio produttivo ed economico e che oggi, con la crisi economica, saranno i primi a pagare.

La quinta rilanciare una riforma sanitaria che esca dalle restrizioni e ritorni ad essere un fiore all’occhiello di questo Paese e che riconosca su tutto il territorio il diritto a curarsi.

La sesta abbandonare la proposta dell’Autonomia differenziata che alimenterebbe ancora di più la divisione del Paese e rilanciare tutti i servi pubblici per dare a tutti i cittadini e su tutto il territorio la possibilità di essere considerati cittadini con il loro diritti.

Tutto questo deve far parte di un disegno complessivo in cui si precisi i contenuti di una società più giusta e più equa dove si salvaguardi la persona e i diritti di cittadinanza in tutti i suoi aspetti: dal diritto al lavoro, alla vita; dalla sicurezza sociale e personale; dal ripristino del potere di acquisto ad un fisco che recuperi la sua funzione di ridistribuzione della ricchezza e della solidarietà.

Scriveva Luciano Gallino, citando Keynes in Le conseguenze economiche della Pace, in merito alle drastiche misure imposte ai tedeschi nel dopo guerra: «Keynes era rimasto colpito durante le trattative, cui aveva partecipato, dall’ottusa incapacità dei governanti delle potenze vincitrici di ragionare sulle conseguenze di misure che strappavano la sovranità economica a intere nazioni. I governanti di oggi non sembrano mostrare una maggiore lungimiranza di quelli di ieri».

La necessità di una nuova classe dirigente

Servirebbe una nuova classe dirigente per un progetto più ampio di libertà non solo economica ma anche del lavoro, nell’ottica di crescita e non di difesa della sola inflazione. Ripristinando una mediazione politica vera che si contrapponga agli interessi economici assicurando le garanzie della democrazia partecipata e condivisa.

Quindi concludo con la necessità che la politica ritorni a svolgere la sua funzione per una “Nuova Era”, esca dalla nefasta influenza che la governa e riparta con scelte che ripristino il bene comune in un processo di sviluppo condiviso per il bene di tutti e non di pochi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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