fondamento etico e razionalità economica dei Cavalieri Templari
"Il sole di giustizia", Giohà Giordano, 2002, olio su tela, cm 100 x 120 | Esposto al museo nazionale del Vittoriano dal 9 al 21 settembre 2003 nell'ambito di una mostra personale | Presentazione e critica del Prof. Claudio Strinati.

L’Ordine dei Cavalieri Templari: una sintesi di fondamento etico e razionalità economica e organizzativa

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I Cavalieri Templari affascinano da sempre le anime che sono su un cammino di ricerca. Le loro gesta appaiono ora storiche, ora leggendarie, dimostrando di avere un carattere mitopoietico costante ed efficace in ogni epoca, al di là o a dispetto dei problemi posti dall’attualità. Storici, antropologi, filosofi, sociologi, teologi si interessano al fenomeno templare per le ragioni più diverse. Le società iniziatiche di tutto il mondo detengono il primato di interesse formale verso i valori e le vicende di cui i Cavalieri templari furono protagonisti, tanto da integrarli nei loro Percorsi interni e negli insegnamenti. Spesso, tuttavia, proprio il fascino che si prova nei loro confronti fa sì che storia e leggenda vengano accettati insieme, confondendole, mancando un discernimento che, se viene compiuto, non solo fa crescere in noi quello stesso fascino e lo giustifica, ma ci permette di comprendere meglio le radici di alcuni processi che caratterizzano il nostro tempo. Peculiarità dell’articolo che oggi proponiamo in lettura è il fondamento etico e razionalità economica dei Cavalieri Templari. La “cristianizzazione” dell’economia che seppero pensare e operare, infatti, unitamente alla riorganizzazione sociale che ne conseguì sulla base di modelli filosofici innovativi per il loro tempo, gettano nuova luce sulla finanza di oggi, sulla globalizzazione, sull’antropologia cosmopolita, fornisce nuove e più sottili prospettive per una reinterpretazione dell’evoluzione storica della Cristianità e ci permette di comprendere, con la rapidità di un brivido, il grado di pericolosità che i Templari rappresentavano per il potere costituito dell’epoca. Con una attenta concatenazione di citazioni puntuali, l’Autore ci dona una riflessione che buca la semplice ricostruzione storica permettendoci di intravedere la realtà ultima di uno dei più complessi fenomeni umani tra filosofia e religione. Utilizzando come perno il prezioso documento ritrovato circa il rapporto tra Vaticano e Jacques de Moley – ultimo Gran Maestro dell’Ordine Templare – si avvita una spirale di considerazioni seguendo la quale vediamo elevarsi la nostra consapevolezza e la ragione stessa per cui continuiamo a studiare.


I Templari, dopo la perdita della Terra Santa, accarezzavano l’idea di un riassetto politico e socio-economico dell’Europa?

La risposta a questa domanda può avere una importanza fondamentale non solo per comprendere meglio la persecuzione di cui furono oggetto, ma anche gli eventuali elementi di attualità della loro esperienza.

Il colpo vibrato da Filippo il Bello aveva uno scopo preciso:

…demolendo l’Ordine militare più prestigioso della cristianità, si abbassava l’autorità della Santa Sede. Nessun pontefice ormai avrebbe potuto pretendere di giocare il ruolo di arbitro tra gli Stati, né di deporre i re alla maniera di Innocenzo III. La soppressione del Tempio segna la fine di un’epoca: i nazionalismi prendono il posto del vecchio ideale cristiano; impressiona la lucidità con la quale Filippo il Bello perseguiva la sua visione di totale autonomia dall’influenza del Papa. Il venerdì 13 ottobre 1307 la storia voltò pagina; l’avvenimento, pur drammatico, andava oltre e di molto le persone dei Templari, era il dominio temporale che trionfava definitivamente sul dominio spirituale. Questo per la volontà di un principe le cui motivazioni furono e sono oggetto di supposizioni più o meno ardite, ma il cui inflessibile accanimento non  finisce di stupire; mai in seguito l’assolutismo regio -che non conosceva ancora questo nome­ raggiunse un simile grado di arbitrarietà e di crudeltà (1).

Una recente nuova interpretazione storica del processo subito in Francia dai Templari, anche alla luce di documenti relativi ad analoghi processi intentati contro di loro altrove ed in particolare quelli concernenti il processo di Cipro, dimostra che tutto il castello di accuse inventato da Filippo il Bello e dai suoi legulei crolla pietra dopo pietra e lascia il posto a un’unica certezza: tutto fu artificio, una mossa astuta per liberarsi di un Ordine divenuto troppo potente, una moltitudine disseminata in città e campagne, uno Stato nello Stato. Per un re assolutista come quello francese era più di quanto potesse sopportare. Però, distruggendo il Tempio, il Re ed il Papa distrussero anche la forza calmieratrice dell’Occidente e predisposero il terreno per le lunghe e rovinose guerre che poco tempo dopo insanguinarono ed impoverirono l’Europa”(2).

Un mondo intero

sprofondava bruscamente, per la perfidia ostinata di un principe, in una notte oscura e pericolosa. E i signori, che per prudenza o lusinghe avevano abbandonato i Templari, non si rendevano conto certamente che la fine dell’Ordine suonava la loro campana a morto, annunciava la loro prossima abolizione, che questa cavalleria, che essi avevano conosciuto o pensato di conoscere, nella quale erano cresciuti, non era più che un ricordo e che il mondo in gestazione li respingeva in anticipo. L a guerra dei Cento Anni, la Riforma, la scomparsa della feudalità, la costituzione di un’armata nazionale e del potere assoluto, ecco ciò che la caduta del Tempio precedeva.(3).

Nel Tempio confluivano gran parte dei cadetti delle nobili famiglie, addestrati alle armi nella necessità di dover, eventualmente, succedere ad un primogenito in caso di morte prematura  ma più spesso abbandonati a se stessi senza mezzi di sostentamento per non dover dividere le terre e i patrimoni ereditari. L’Ordine era divenuto la loro famiglia,  dava loro protezione, disciplina, prosperità e  incanalava il loro ardore guerriero verso una causa ritenuta giusta e nobile: la lotta contro l’infedele. Sparito il Tempio, tutti costoro si sparsero per l’Europa, offrendo la spada al miglior offerente. combattendo per il giusto per l’ingiusto e nella precarietà del domani, non più assicurato dall’appartenenza ad un Ordine militare, divennero saccheggiatori ed assassini nel tentativo di ammassare beni di fortuna che garantissero loro una sicura vecchiaia. Le campagne divennero ricetto di briganti e, senza il controllo ferreo dei Templari, impoverirono, cosicché, quando le carestie si fecero più frequenti, la gente denutrita e malata fu facile preda della peste che spopolò l’Europa(4).

In Europa, infatti, i Templari costituivano

una vera e propria polizia della strada e le loro Precettorie, che punteggiavano a distanze regolari gli itinerari più usati (circa ad una giornata di marcia tenendo conto del passo dei più deboli, vecchi, bambini e donne) erano considerate punti di sosta privilegiati e rifugi sicuri ed inviolabili(5).

Che la dissoluzione dell’Ordine del Tempio non fosse conseguente ad un legittimo accertamento giudiziario delle responsabilità dei suoi appartenenti in ordine alle accuse loro rivolte dal Re di Francia, è attestato senza possibilità di equivoco dalla stessa Bolla Vox Clamantis, emanata il 3 aprile 1312, con la quale il Papa Clemente V decretò lo scioglimento “non in virtù di una sentenza giudiziaria, ma secondo una decisione di ordinanza apostolica”, concetto ribadito, con preoccupazione quasi ossessiva, dalla Bolla Ad Providam Christi Vicarii, del successivo 2 maggio, nella quale il Papa conferma che

[…] questa estinzione dello statuto dell’Ordine, del suo abito, del suo stesso nome, noi l’ abbiamo decretata con la approvazione del Sacro Concilio, non certo sotto forma di una sentenza definitiva, perché secondo i processi e le inchieste intentati su questo affare noi non eravamo giuridicamente in grado di pronunciarla, ma in via provvisoria, cioè con ordinanza apostolica […]. Questo “equivaleva a riconoscere che ciò si era deciso per opportunità, sotto una pressione esterna, senza rapporto con i fondamenti della vera fede(6).

Jacques de Moley, il documento ritrovato: la Storia fa oggi pienamente giustizia chiarendo pienamente quanto realmente è accaduto

“Dov’è, morte, la tua vittoria?”, © Giohà Giordano, 2002 olio su tela, cm 100 x 120 | Esposto al museo nazionale del Vittoriano dal 9 al 21 settembre 2003 nell’ambito di una mostra personale.
| Presentazione e critica del Prof. Claudio Strinati.

Nel settembre 2001 è stato ritrovato presso il fondo di Castel Sant’Angelo dell’Archivio Segreto Vaticano un documento originale che la comunità scientifica credeva perduto da molto tempo: si tratta di una pergamena contenente l’assoluzione concessa per autorità di papa Clemente V a Jacques de Molay e ai maggiori dignitari del Tempio detenuti dal Re di Francia nelle segrete del suo fortilizio di Chinon. Il documento è parte integrante dell’inchiesta pontificia avvenuta a Poitiers nell’estate del 1308, della quale costituisce una sorta di sessione speciale istituita in separata sede per cause di forza maggiore(7).

Ma cosa spaventava così tanto il Re di Francia nei Bianchi Mantelli? Perché non ebbe pace sino a quando non li ebbe praticamente sterminati? Leggiamo ancora cosa ipotizza al riguardo Georges Bordonove. Dal momento in cui i Templari, caduta S. Giovanni d’Acri e irrimediabilmente perduta la Terra Santa, rientrarono in Europa stabilendosi prevalentemente in Francia,

ci si accorse che l’Ordine poteva mettere in campo quindicimila lance, forza considerevole, sottomessa agli ordini del Maestro e che era accresciuta dagli aiutami, dai fratelli di mestiere, dai donati, dai fedeli nobili e borghesi, dalla moltitudine dei compagni del Santo Lavoro, filiazione dell’Ordine. Quale principe d’Europa avrebbe potuto opporsi vittoriosamente ad esso? Dove volevano arrivare gli uomini bianchi? Qual era la reale missione che si erano proposti dopo aver rinunciato al Santo Sepolcro? Si mormorava -e questo deve essere vero- che, approfittando delle svalutazioni monetarie di Filippo il Bello, essi avessero realizzato degli enormi profitti. A quale sogno funesto si abbandonavano? E’ difficile, in mancanza di documenti, affermare qualsiasi cosa al riguardo. Tuttavia si distingue, nell’atteggiamento dei Templari e perfino in quei difetti di avarizia ed orgoglio che loro si rimproveravano così fortemente e frequentemente, una linea  di condotta, un itinerario costantemente osservato. Non era in verità per ammucchiare oro che essi si erano fatti banchieri; avevano uno scopo ben preciso. Ed anche nel conservare intatta questa imponente forza militare, apparentemente senza utilità. Essi sapevano, meglio dei loro contemporanei, che la riconquista di Gerusalemme era impossibile, almeno per il momento. Allora verso cosa tendevano questa fermezza e questi sforzi? Ci si ricordi del sogno di Innocenzo III, della concezione che egli si faceva del Vicario di Cristo su questa terra e degli incoraggiamenti che prodigò ai Cavalieri del Tempio, suoi diletti figli. Questa grandiosa idea di un Papa armato che dominava i principi nel campo spirituale come in quello temporale, per la più grande gloria di Dio e la felicità dei popoli, dobbiamo pensare che continuasse nelle Capitanerie. Vi sono tutte le ragioni per credere, perché ciò è logico ed è anche la sola spiegazione possibile, che i Templari sognassero di mettere uno di loro sul trono di S. Pietro. Questo Papa sarebbe stato mosso dai loro principi, essi sarebbero stati la sua milizia, la sua spada e così avrebbero costituito in Europa una specie di teocrazia, di repubblica mistica. Assottigliando l’oro dei ricchi, impoverendo i principi, togliendo loro i mezzi per resistere a questo progetto. Sogno di dominazione forse, ma non a loro profitto, animato soltanto da una intenzione di carità, di fraternità  umana. Questi cadetti della piccola nobiltà furono i primi democratici ma anche, per il rispetto che avevano verso la persona  umana,  i primi umanisti. […] E, per condurre le cose sul nostro piano, pensiamo che il progetto dei Templari non era altro che quello di fondare, nel XIII secolo, una Società delle Nazioni, la nostra moderna O.N.U., con il suo Consiglio di Sicurezza e la sua forza di intervento cosmopolita. Questa Società delle Nazioni essi la concepivano secondo i principi del loro tempo, cioè sottomessa all’autorità religiosa di un capo condotto sul trono dai meriti e non soltanto dalla nascita(8).

fondamento etico e razionalità economico dei Cavalieri Templari
“E così sia”, Giohà Giordano, olio su tela, 2002, cm 100 x 120 | Esposto al museo nazionale del Vittoriano dal 9 al 21 settembre 2003 nell’ambito di una mostra personale | Presentazione e critica del Prof. Claudio Strinati.

I Templari ambivano al soglio pontificio? Non sete di potere ma nuova filosofia politica

Non vi sono attualmente risultanze storiche accertate che consentano di considerare scientificamente realistica l’ipotesi di Bordonove su una volontà dei Templari di porre uno di loro sul soglio di Pietro, tuttavia non è del tutto irrealistico ipotizzare che i Templari volessero effettivamente instaurare un nuovo ordine politico in Europa. Nella loro visione gerosolimocentrica della storia è, infatti, realistico immaginare che i Templari pensassero che l’Europa necessitasse di una nuova cristianizzazione; lo stato decadente della Chiesa ed il tramonto dello spirito di crociata debbono averli convinti che solamente con una rivivificazione dell’impulso cristico e con una profonda innovazione dell’assetto politico, sociale ed economico sarebbe stato possibile creare le condizioni per mobilitare le coscienze e disporre delle strutture e delle risorse necessarie per riconquistare e difendere stabilmente la Terra Santa, ragione ultima, non lo si dimentichi mai, dell’esistenza dell’Ordine ed unico motivo di vita per i suoi appartenenti. Tutto questo sarebbe stato realizzabile senza il consenso del Papa? I Bianchi Mantelli avrebbero intrapreso un’opera di simile portata senza alcuna verifica della volontà di chi per loro era non solo il Capo della Chiesa ma “nostro padre, l’Apostolo”? Occorre avere ben presente che non era la sete di potere a muovere i Templari: la storia dei processi consente di dare per acquisito che l’Ordine, a prescindere dalle disposizioni soggettive eventualmente diverse di alcuni dei suoi appartenenti, si conservò sempre fedele allo spirito di umiltà e di abnegazione che era scolpito nel suo motto: Non nobis, Domine, non nobis, sed Nomini Tuo da gloriam; i Cavalieri di Cristo si donavano completamente, dimentichi di se stessi, in vita ed in morte, alla loro missione. È sufficiente ascoltare le parole con le quali il postulante Cavaliere veniva accolto nell’Ordine, per capire quale fosse la disposizione d’animo che la Cavalleria dell’Amore richiedeva ai suoi uomini:

Mio buon fratello, voi non dovete chiedere l’ammissione alla casa per avere signorie o ricchezze, né agi per il vostro corpo, né onori. Ma voi dovete chiederla per tre cose: una, per evitare ed abbandonare il peccato di questo mondo; l’altra per essere al servizio di Nostro Signore; e la terza per essere povero e fare penitenza in questo secolo, al fine di salvare la vostra anima; e tale deve essere l’intenzione per la quale dovete chiederla.

Quando, alla fine dell’intenso interrogatorio sulla sua condizione e sul grado di consapevolezza circa l’impegno che la richiesta di ammissione comportava, il postulante veniva accolto nel Tempio, il Capitano concludeva con le seguenti eloquenti parole: “Noi, in Nome di Dio e di Nostra Signora Santa Maria e di nostro padre l’Apostolo e di tutti i fratelli del Tempio… vi promettiamo del pane e dell’acqua, la povera roba della casa e sofferenza e lavoro a sufficienza”; e non era affatto un modo di dire, se si pensa che l’Ordine perse in combattimento più di ventimila uomini, senza contare il tributo di sofferenze che pagarono i feriti rimasti invalidi, i malati cronici e i prigionieri dei musulmani e che sui suoi ventitré Gran Maestri tredici morirono con le armi in pugno.

Fondamento etico e razionalità economica dei Cavalieri Templari: un nuovo modello di organizzazione

Per tentare di comprendere quale visione i Templari potessero avere delle istituzioni del potere politico, sembra logico ipotizzare che essi si ispirassero ai fondamenti della loro poderosa ed efficiente organizzazione; il Tempio costituiva, infatti, un mondo complesso e cosmopolita; un’organizzazione, contemporaneamente, continentale e localistica, fortemente specializzata al suo interno e, si direbbe oggi, orientata al risultato; un sistema di comando, al contempo, gerarchico e fondato sul consenso. È noto che in filosofia politica il potere viene, prevalentemente, analizzato secondo tre distinti approcci: il problema del miglior governo che si svolge lungo la riflessione sul governo uno o plurale; il problema dell’acquisizione legittima del potere, prospettiva che ha interessato il pensiero politico occidentale attraverso venticinque secoli e che ha dato origine alla potente sintesi tra autorità e libertà che va sotto il nome di democrazia; il problema della funzione del potere, che in ambito cristiano, nel solco della filosofia dell’azione libera, ha esitato il principio di sussidiarietà quale grande regolatore del rapporto tra autorità ed autonomia.

Sotto il secondo ricordato profilo, il potere viene, in particolare, analizzato nelle sue due dinamiche, ascendente e discendente; nelle fondamenta del pensiero politico occidentale il potere ha una dinamica ascendente che trova il suo referente ultimo nei principi del consenso (quale espressione della libertà ed eguaglianza dei cives) e del trasferimento all’autorità di una prerogativa che risiede nel populus (inteso nell’accezione ciceroniana), principi molto risalenti e che hanno trovato la loro più limpida giuridicizzazione nella lex regia de imperio cui, persino alla fine dell’età classica dell’Impero si continuava a far riferimento nell’investitura dell’Imperatore.

La successione dinastica, espressione della dinamica discendente che regolava nel Medioevo la trasmissione del potere regale, appare, in realtà, frutto di una contaminazione non conforme alla tradizione latina e risalente al periodo della piena orientalizzazione dell’Impero romano: solamente negli Statuti degli Ordini religiosi il principio del consenso, sia pure con forme proprie della cultura della società olistica medioevale, continuava ad echeggiare quale fondamento del rapporto di autorità.

Se si analizzano da questo punto di vista i Retraits, redatti attorno al 1165, probabilmente sotto il comando di Bertrando di Blanquefort e che costituiscono un adattamento della Regola originaria del 1128, ci si rende immediatamente conto, dalla configurazione del sistema di elezione e dei poteri del Gran Maestro, della rilevanza che aveva per i Templari il principio del consenso.

Il Maestro veniva eletto, in secondo grado, da un corpo di elettori costituito da tredici membri designati in seno al Capitolo generale, che costituiva un’assemblea molto larga, perché si estendeva ai probiviri della casa e agli aiutanti. Il giorno stabilito per l’elezione, il Capitolo generale eleggeva il Capitano dell’elezione ed il suo aggiunto, i quali sceglievano altri due fratelli;i quattro ne eleggevano altri due e così via, sempre con l’aggiunta di una coppia di fratelli, sino al raggiungimento del numero di dodici; i dodici eleggevano il fratello cappellano che avrebbe fatto parte del corpo elettorale che, oltre a quegli, risultava costituito da otto cavalieri e quattro aiutanti. A quel punto aveva luogo l’elezione del Maestro in seduta segreta.

Il Maestro

appare come un sovrano dagli estesi poteri, tutta­via non assoluti, piuttosto simile ad un monarca semi-laico e semi­ religioso, più precisamente come un prefetto di altissimo rango e come capo spirituale, ma controllato dal Capitolo generale. In ogni parte dei Retraits si riscontra la costante preoccupazione di conservare una fondamentale uguaglianza tra i cavalieri, costretti tuttavia alla più rigorosa delle discipline e sottomessi ad una gerarchia imperativa. Preoccupazione di concedere ai fratelli, agli scudieri e agli aiutanti, così numerosi, una effettiva partecipazione alle decisioni più importanti, senza dubbio per far sì che fossero più liberamente accettate. Così accade che ci si mette a pensare o, se lo si preferisce, a constatare che il mondo templare costituiva una repubblica ante litteram, dinamica e forte perché ignorava gli intrighi subdoli e i vincoli delle campagne elettorali(9).

Altra caratteristica della configurazione della più alta autorità templare era la sua rappresentatività della struttura localistica e continentale dell’Ordine che si rinviene nella regola, secondo la quale i membri del corpo elettorale eletto dal Capitolo generale dovevano appartenere, nei limiti del possibile, a province diverse.

Semplificando molto, per ragioni di economia del presente lavoro, l’analisi della organizzazione territoriale dell’Ordine, si consideri che l’unità organizzativa di base era costituita dalla Commenda, sia rurale che cittadina; le Commende erano “raggruppate m Baliati. Parecchi Baliati formavano una Provincia sotto la responsabilità di un Precettore. L’insieme era posto sotto l’autorità di un Maestro, a sua volta subordinato al Sovran Maestro e al suo rappresentante, che portava il titolo di Visitatore ed era una sorta di ispettore generale”(10).

Il modello organizzativo dell’Ordine coniugava in modo semplice ma efficace una stringente gerarchia nelle linee di comando e controllo, inevitabile per un corpo militare di élite e costante mente operativo, ed una totale autonomia delle Commende, che erano obbligate ad una gestione rigorosamente economica del loro patrimonio.

Il Precettore di una casa non riceveva nulla dai suoi superiori, doveva produrre tutto nella precettoria, che perciò doveva essere non solo autosufficiente, per mantenere decorosamente chi vi risiedeva, ma produrre in sovrappiù per stornare introiti da tenere di riserva nella casa per i momenti di difficoltà ed altri da inviare in Terra Santa per il sostegno dei fratelli combattenti(11).

Strategie finanziare modernissime, l’imprenditoria e il management 

Le enormi necessità economiche della conservazione in condizioni di efficienza della loro consistente forza militare e dei suoi apparati bellici terrestri e navali costrinse i Templari a perseguire strategie finanziarie che oggi definiremmo imprenditoriali e a dedicare una particolare attenzione alla selezione del management:

Bisognava far fruttare quanto ricevuto in dono, investire i capitali e per far ciò c’era un solo mezzo: lavoro e controllo accurato e capillare: coloro che entrarono nel Tempio dopo il 1140, abbandonarono la vecchia mentalità feudale, appresero che possedere case vuote non era utile, che i commerci e le attività artigianali erano redditizi. E la ricchezza era potere. Si guardarono intorno e si giudicarono, ogni uomo del Tempio aveva particolari doti che potevano essere sfruttate al meglio, applicarono così una filosofia; l’uomo giusto al posto giusto.

Ogni Templare venne impiegato nel ruolo più congeniale alle sue capacità innate e dove poteva dare il meglio di sé. Gli spostamenti da una precettoria ad un’altra servivano ad aumentare l’esperienza dei singoli, mettendoli in grado di assolvere, con competenza, più compiti. Il Templare si era ormai svincolato dalla vecchia mentalità feudale in cui la prosperità del singolo dipende va sempre dal favore di qualcuno. In qualsiasi incarico egli doveva dare il massimo, perché i rigidi controlli operati dall’Ordine impedivano negligenza ed inefficienza. Pene severe venivano inflitte a chi danneggiava i beni dell’Ordine o non li amministrava convenientemente(12).

L’Ordine dovette questa “modernizzazione” alla notevole intelligenza del suo secondo Maestro, Robert de Craon, che prima di entrare nel Tempio, peraltro in età matura ed avendo vissuto l’esperienza del matrimonio, aveva governato con abilità ed accortezza il suo importante feudo. Alla perspicacia di Robert de Craon il Tempio dovette la Bolla Omne datum optimum, con la quale, nel 1139, Innocenzo II sancì l’autonomia dell’Ordine da ogni autorità civile e religiosa e lo vincolò esclusivamente all’autorità pontificia.

Ciò che è interessante notare è la straordinaria modernità di un pensiero che, in pieno Medioevo,

aveva compreso che il continuo sovrapporsi di autorità, tipiche del mondo feudale, creava disordine e cattiva amministrazione e che l’impoverimento di tanti strati della popolazione era dovuto all’imposizione di tasse di tutti i generi: tasse del Re, della Chiesa, del signore del luogo, degli amministratori e di chiunque fosse un gradino più in su nella scala sociale(13).

Proprio per questa efficienza economica e fiscale, l’Ordine divenne attraente per moltissimi che gli si donavano, i quali non pronunciavano voti, ma assumevano il dovere di servirlo sino alla loro morte, avendone in cambio sicurezza e protezione per sé e per la propria famiglia, il cui mantenimento, alla morte del donato, passava a carico dell’Ordine stesso.

Per i più poveri la dipendenza dall’Ordine era una garanzia: lavorare per il Tempio significava che se una parte dei loro profitti andava all’Ordine, essi erano comunque completamente svincolati da qualsiasi altra autorità civile ed ecclesiastica e da eventuali altre tasse o servitù manuali di qualsiasi genere(14).

I princìpi su cui si fondava l’Ordine Templare, la «cristianizzazione dell’economia» e una nuova idea di libertà

Si evince chiaramente già dai pur  sintetici riferimenti sin qui ricordati, che l’Ordine costituiva un ordinamento sovrano fondato sui principi di responsabilità, autonomia, efficienza e solidarietà, perseguiva anche politiche di sicurezza sociale ed il suo sistema fiscale era improntato alla moderazione, equità e razionalità dell’imposizione.

Si è visto come l’Ordine avesse ottenuto e costantemente rivendicasse una posizione di libertà e di autonomia da tutte le autorità costituite dell’epoca, atteggiamento da molti confuso come la ricerca di un privilegio; questo elemento caratteristico è molto rilevante ai fini della nostra ricerca, perché la libertà che i Templari concepivano non era una libertà nel senso moderno del termine, secondo il portato dell’individualismo filosofico; non era solamente la libertà negativa (libertà da) e neppure una generica libertà positiva (libertà di): era una libertà per realizzare gli scopi ultimi della loro missione.

Questo dato finalistico costituiva l’anima della loro organizzazione che, pertanto, non era autoreferenziale. Con ogni probabilità, è su questo piano ed in questa prospettiva che comprendiamo il fondamento etico e la razionalità economica dei Cavalieri Templari, con cui posero mano al loro progetto di cristianizzazione dell’Europa, il che equivaleva alla necessità di cristianizzare l’economia e, in fondo, significava che essi dovevano preparare il terreno per la riforma in senso cristiano della vita economica.

Con i Templari l’economia e la vita sociale cambiarono volto.

Questo compito richiedeva, in effetti, l’intera riorganizzazione della vita sociale; attraverso l’opera dei Templari la società feudale gradualmente si trasformò in una simbiosi tra cultura urbana e rurale, passando da un’economia prettamente agraria ad un’economia caratterizzata dalla polarità fra lavoro agricolo e lavoro artigianale; successivamente si inserì anche l’attività industriale così l’economia fondata sul baratto si trasformò in un’economia basata su denaro e il credito. Ciò comportò un cambiamento nell’organizzazione sociale da una struttura verticale ad una orizzontale da un modello ordinato gerarchicamente, in cui le linee spirituali e amministrative si uniscono per convergere in un centro gerarchico, a una società caratterizzata da una rete orizzontale di relazioni fra una moltitudine di organi, interdipendenti nei più svariati modi.

Da una prospettiva di sviluppo più ampia. Il XII ed il XIII secolo si presentano come un periodo di cerniera tra due forme sociali fondamentalmente polari. Nella prima la vita spirituale comprendeva tutto, mentre la vita economica era frammentata in un numero infinito di unità autosufficienti. Nella seconda, invece, la vita spirituale era sempre più radicata nelle forze e competenze della persona singola, mentre la vita economica si trasformava gradualmente in un’economia mondiale, verso un’interdipendenza globale che pervadeva ogni  settore.

Da quanto si è andato considerando, affiora una indiscutibile connotazione moderna dell’organizzazione dell’Ordine; i principi e i criteri cui essa si ispiravano appaiono singolarmente assonanti con quelli posti a base di molti processi di riforma dei sistemi pubblici e produttivi anche contemporanei; in realtà, la società del tardo Medioevo presentava caratteristiche di inefficienza sotto molti aspetti sia sociali che economici, oltreché istituzionali, e quindi le traiettorie dall’inefficienza all’efficienza e dalla irrazionalità alla razionalità presentano aspetti costanti e ricorrenti, in ragione della costanza della struttura ontologica della natura umana.

Ma è proprio l’elemento finalistico della loro organizzazione, orientata ad alterum, che evidenzia una differenza ontologica tra la modernità dei Templari e quella dell’individualismo filosofico; il personalismo comunitario sotteso allo spirito del Tempio era incompatibile con ogni deriva individualista o collettivista e gli strumenti moderni della razionalità restavano strumenti, non si sostituivano ai valori per l’attuazione dei quali essi erano preordinati e tali valori erano radicati in un fondamento posto al di là dell’orizzonte della realtà storica; l’Ordine non avrebbe mai concepito l’utile economico o il potere politico per se stessi.

L’individualismo filosofico ha ricercato una giustificazione al suo ordine sociale ed economico anche in una rispondenza del suo modello ad una presunta caratteristica strutturale della natura: la lotta per la vita intesa come meccanismo selettivo che permette solo all’organismo più adatto di sopravvivere; il darwinismo sociale consente di giustificare la competizione e l’assenza di valori che non siano quelli della sopravvivenza e della ottimizzazione dell’utile individuale o delle collettività di interesse. Al contrario, si può constatare, anche senza alcuna connotazione etica, che in natura possono essere osservati esempi straordinari di mutuo soccorso; esiste in natura una gigantesca rete di reciproche dipendenze, fra cui, ad esempio, le catene alimentari, la cooperazione tra fiori ed insetti, fra ammali che si scambiano avvisi di pericolo e così via: la natura è, in realtà, una enorme rete ecologica; pertanto la visione darwinista della società non è affatto l’unica rispondente all’assetto della realtà naturale, ma ve ne può essere un’altra fondata sul concetto di ecologia sociale e improntata anch’essa a criteri di efficienza e di razionalità.

A sette secoli di distanza dallo sterminio dell’Ordine, l’Europa si trova, singolarmente, a vivere una situazione analoga anche se in una dinamica opposta: allora l’idea millenaria di unità europea si andava disgregando negli Stati nazionali, oggi gli Stati nazionali si vanno dissolvendo e si sta ricomponendo una nuova e per certi versi ancora non ben definita idea di unità europea e contemporaneamente, il pensiero occidentale si confronta con il problema del superamento della modernità ed in particolare, in ragione della poderosa spinta della globalizzazione, con la questione della riunificazione della tecnica all’etica.

Probabilmente è proprio rispetto a questo nodo cruciale che andrebbero ricercati, nel pensiero e nello spirito del Tempio, elementi che, in quanto rispondenti alla struttura ontologica costante della natura umana, possano conservare un valore attuale.

È infatti indubbio che sia la modernità per come si è storicamente dispiegata, che l’esperienza templare richiedessero, a fondamento della capacità di attuare con successo il modello di razionalità che ciascuna perseguiva, un potente elemènto motivazionale: la differenza radicale sta nel fatto che l’individualismo filosofico ha trovato questo elemento in un sistema di valori che aveva il suo focus nell’individuo, mentre i Templari lo rinvenivano nel servizio verso la persona e la sua ontologica struttura relazionale e comunitaria e su questo hanno tentato, senza che gli sia stato dato il tempo di riuscirvi, di costruire un coerente ordine economico-sociale. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Note Bibliografiche.

1   G. Bordonove, La tragedia dei Templari, Rusconi, Milano 1998, p. 10.

2   L. Imperio, Il tramonto dei Templari, Penne e Papiri, Latina 1996, p. 140.

3   G. Bordonove, I Templari, Sugarco, Varese 1994, p. 283.

4   L. Imperio, Il tramonto dei Templari, cit., p. 140.

5   L. Imperio, Il Templare: uomo del medioevo, Penne e Papiri, Latina l 996 p. 7.

6   G. Bordonove, I Templari, cit., p. 275.

7   B. Frale,  Il Papato e il processo ai Templari, ed. Viella, Roma, 2003.

8   G. Bordonove, I Templari, cit., pp. 227-228.

9   Ibidem, cit., p. 92.

10  G. Bordonove, La tragedia dei Templari, cit., p. 42.

11  L. Imperio, Il Templare: uomo del medioevo, cit., p. 11.

12  Ibidem, cit., pp. 10 e 11.

13  Ibidem, cit., pp. 9 e 1O.

14  Ibidem, cit., p. 15.

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