Mani Pulite vista con gli occhi di oggi

Mani Pulite col senno di poi. Cos’è se la osserviamo oggi? Intervista a Antonio Foccillo

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Antonio Foccillo, se possiamo darci del Tu, vorrei farti alcune domande su Mani Pulite vista con gli occhi di oggi. In qualità di Segretario confederale UIL, e autore di molti libri di analisi e di critica, hai avuto un ruolo importante nei processi politici e sociali del nostro Paese e continui a essere un punto di riferimento. La tua esperienza e le tue conoscenze possono aiutarmi a dirimere alcuni dubbi. Credo che a distanza di tempo valga la pena osservare di nuovo i fatti di Mani Pulite perché col senno di poi sembra essere cominciata, immediatamente dopo quel processo, una degenerazione della qualità degli attori politici in Italia, nonché la crescita incontrastata del populismo. Inoltre, rispetto ai fenomeni di corruzione a cui abbiamo assistito negli ultimi trent’anni, la valenza morale dei fatti di allora appare assai ridimensionata. Riguardando oggi le immagini di quel processo, sembra di assistere a una rappresentazione, una narrazione che presenta fatti moralmente disdicevoli ma scritta da un’anima candida. Forse esagero?

Sono stati anni amari e difficili che hanno determinato la crisi della “prima Repubblica”, per l’inquisizione dei magistrati nei confronti dei partiti della maggioranza di governo e dei partiti laici e, in particolare, del partito socialista. È utile, come dici, riparlarne oggi fuori da quel periodo in cui folle esultanti, offendevano, umiliavano e colpirono in primis Craxi, perché il “potente” era in difficoltà e tutti si esaltavano. Mentre la piazza era il luogo dove si svolgevano i processi con i mass media che amplificavano le notizie e sostenevano i magistrati. Sono prevalsi bassi istinti ed una sorta di lavacro sacro delle coscienze, che portò ad esasperare più gli errori che le virtù di quella classe dirigente. Si aprì una campagna mediatica, processuale, giudiziale che portò alla cancellazione dei partiti, che pur fra qualche errore, avevano assicurato all’Italia, democrazia, benessere, civiltà giuridica e sociale, e soprattutto, avevano collocato il nostro Paese nell’alveo atlantico e occidentale, garantendogli prosperità e pace. La grande tradizione socialista, riformista, socialdemocratica, repubblicana, liberale e democristiana fu eliminata. Cominciò un processo di rinnegazione delle proprie radici e di camuffamenti, cambiando i nomi dei partiti ed il proprio passato. Questo avvenne in particolare nel Pci.  Si affermò la Lega, che impose la sua linea di divisione, che intrise una parte del Nord, con la sua filosofia di autonomia secessionista, puntando su una contro cultura, a volte oscurantista. Le sue manifestazioni sono sempre state intolleranti nei confronti dello Stato centrale, di Roma, del Parlamento, delle istituzioni e del sud. Nacque Forza Italia, un partito virtuale, senza storia né tradizioni, che avviò, anche nel nostro Paese, una politica liberista e si batté contro tutte le forme organizzate di partecipazione. Vinse le elezioni e portò al governo, per la prima volta, dopo 50 anni, le forze della destra, Msi, e la Lega. Questo nuovo governo avviò una serie di modifiche delle regole preesistenti, provocando un riflusso dalla politica e dal sistema dei partiti che ha danneggiato l’intero tessuto partecipativo e democratico. Lo stesso sindacato ne fu colpito, ma alla fine riuscì a sopravvivere e a dimostrare di essere un soggetto ancora importante di rappresentanza.

Quello che determinò un ulteriore forma di preoccupazione fu l’inserimento della criminalità organizzata nel vuoto di potere. Il 23 maggio 1992, alle 17.58, sull’autostrada Palermo – Punta Raisi vengono uccisi il giudice Falcone, la moglie Morvillo, e tre agenti della scorta, per mezzo di un’esplosione di una carica di tritolo. È un’altra pagina nera della Repubblica Italiana. Il 19 luglio 1992, alle ore 16,59, in via D’Amelio, la mafia, con un auto bomba uccide Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta. Ma ci furono anche altri vari attentati con meno morti.

Da lì iniziò il lungo processo che ha prodotto l’impoverimento della politica e dei gruppi dirigenti di questo Paese dai politici, amministratori, agli imprenditori con un blocco di tutte le attività economiche con gravi danni alle infrastrutture e all’economia di questo Paese. Ma anche i fenomeni di corruzione che si sostenne erano, in particolare, dei socialisti e democristiani, che con quella campagna avrebbero dovuto finire, invece, da quel momento si amplificarono tanto da coinvolgere, sempre più, tutto il ceto politico fino all’esplosione del “Qatargate” di oggi, che ha toccato il parlamento europeo. L’unica differenza al di là della maggiore dimensione dei soggetti coinvolti è che prima si commettevano reati per i costi della democrazia e i costi dei partiti, oggi si commettono fenomeni degenerativi e di corruzione per sé stessi ed in modo generalizzato, coinvolgendo tantissimi esponenti di tutti i partiti.

Ci sarebbe voluto un po’ di lucidità nelle classi dirigenti di allora, perché non riuscirono a cogliere che questa destabilizzazione della politica e dell’economia, avrebbe portato a situazioni peggiori nel sistema politico italiano, che perse di credibilità da quel momento fino ad oggi sempre di più. Quando si destabilizza, si crea un vuoto e prevale, soltanto, tutta la peggiore demagogia. La politica da quel momento sempre più perse di credibilità, e da pool di mani pulite furono lasciate solo macerie. Sono stati distrutti strumenti di democrazia partecipata, facendo nascere movimenti  demagogici e privi di storia e di ideali, fino a farsi sostituire dai tecnici (Monti, Draghi). Non a caso ci sono stati molti governi non votati dai cittadini.

Al centro dell’intera inchiesta erano i finanziamenti illeciti ai partiti. Finanziamenti che ci sono sempre stati, anche dopo, in varie forme. È pensabile che il problema, alla fin fine, fosse la mancanza di una norma che regolasse i finanziamenti, e non, come fu percepito, un danno vero e proprio verso lo Stato e la popolazione?

Non credo che fosse la mancanza di norme, perché le norme c’erano, ma i finanziamenti illeciti ai partiti furono usati come pretesto per compiere uno stravolgimento della politica ed una eliminazione di molti politici che avrebbero potuto mettere in discussione le scelte contro l’Italia, quelle che in seguito produssero  privatizzazioni e svendite delle aziende pubbliche all’estero. Eravamo la quinta potenza mondiale all’epoca del Governo Craxi. Dopo di che in un piroscafo, al largo di Malta, il Britannia, dove erano presenti molti interessati ai beni italiani, finanzieri in particolare e anche qualche italiano: banchieri e un dirigente dell’Iri che poi diventò Presidente del Consiglio, decisero l’accaparramento dei nostri gioielli di famiglia.

Altrettanto centrale nelle indagini e nell’istruire il processo fu la concatenazione di corruzione che via via venne allo scoperto a partire dal caso di Mario Chiesa, all’epoca presidente del Pio Albergo Trivulzio, quando fu colto in flagranza di reato per una tangente di 14 milioni di lire versata dall’imprenditore Luca Magni. Il gesto di Chiesa, che andò a chiudersi in bagno per tentare di far sparire le banconote nel water oggi fa quasi tenerezza. Rivela in lui il timore delle autorità, e temendole le riconosceva. Era un timorato dello Stato. Oggi, chi si macchiasse di un reato simile, si farebbe arrestare senza problemi. Chiamerebbe il suo avvocato e comincerebbe a organizzare la propria difesa. A volte si ha l’impressione che il popolo condanni più facilmente chi sa di essere in difetto, e non chi ha la faccia tosta di passare per impunito. È un’idea peregrina che anche la Giustizia possa aver agito così, a volte?

Cominciano da quel fatto le richieste di procedere agli arresti dei vari personaggi politici e imprenditori nell’inchiesta denominata “mani pulite”. Inizia uno dei periodi più bui della Repubblica. Una vera e propria “rivoluzione” con processi mediatici. Continuarono arresti e avvisi di garanzia che coinvolsero tutti. Singolare il caso di Stefanini, Fredda e Greganti del Pds che fu affrontato con differenze di valutazioni, se procedere o no, fra procure e all’interno della stessa procura. Il Pool di Milano archivia le accuse contro Stefanini e il Gip respinge la decisione. Il Tribunale della libertà scarcera Fredda e Greganti. Ma vengono richieste dal Gip, Ghitti, nuove indagini sia per Stefanini che per Greganti. Mentre per Stefanini è chiesta l’autorizzazione a procedere. Il magistrato Parenti, infatti, chiese indagini più approfondite sul Pds e dato che la sua richiesta non fu condivisa, abbandona la procura. Successivamente comincia lo scontro Berlusconi/giudici, i quali debordarono dal loro ruolo istituzionale, creando un vero e proprio vulnus. Il Consiglio dei ministri approvò un decreto, preparato dal ministro Biondi, che limitava fortemente il potere dei giudici di arrestare e mise in libertà gli imputati di mani pulite in attesa del processo. I giudici del Pool si opposero e minacciarono, immediatamente di andarsene, trovando un alleato in Bossi. Tutto questo perché aveva il consenso della maggioranza del popolo italiano, indottrinato dai mass media. Maroni, invece, difese il decreto Biondi. La Camera non lo approvò. Quindi, un’altra volta i giudici vinsero sulla politica. Questo avvenne spesso con la Anm che si oppose alle riforme sulla giustizia proposte del Parlamento.

I magistrati venivano visti come gli Angeli vendicatori dal popolo. E questi convinti di svolgere una missione abbatterono la loro scure sui politici. Addirittura mandarono un avviso di garanzia al Presidente del Consiglio Berlusconi, nel corso del G-7, il vertice dei paesi più industrializzati, a Napoli, quando il Presidente stava per inaugurare la prima seduta. Inaudito sul piano delle relazioni internazionali, ma anche nei rapporti istituzionali. Si poteva trovare un altro momento. Qui l’opera di intoccabilità dei giudici raggiunse apici mai visti in democrazia. Successivamente il più in vista del Pool, Di Pietro, dopo un’inchiesta aperta nei suoi confronti dalla procura di Brescia, si dimise dalla magistratura senza dare motivazioni. Il Pd lo candidò nelle sue liste, nel collegio sicuro al Mugello. Come diceva Andreotti: “A pensare male si fa peccato, ma a volte si indovina”.  In seguito fondò un partito che non ebbe molta fortuna.

In quegli anni bastava un avviso di garanzia per essere accusati e messi al bando. Solo dopo molti anni, passata la sbornia giustizialista, si è acclarato che molti di quei processi e accuse erano privi di fondamento, ma intanto si sono distrutte carriere politiche, dignità e famiglie. La verità è, che si è liquidata un’intera classe dirigente dei partiti del cosiddetto pentapartito. Il Pds è stato risparmiato, salvo qualche migliorista.

Sono d’accordo con la tua affermazione da allora si è creata una condizione impropria che ha ritenuto giustificabile chi ha rubato senza vergogna, perché lo si è ritenuto furbo, rispetto a chi, invece, si vergognava di averlo fatto.

Conosciamo le indiscutibili capacità politiche di Craxi. Quale che sia l’opinione nei suoi confronti possiamo dire che non era certo uno sprovveduto, per usare un eufemismo. Secondo te, perché fu l’unico a prendere di petto il problema, tanto da apparire come una confessione la sua semplice esposizione dei fatti? Quale credi che fosse il suo vero intento?

Craxi è stato uno dei pochi statisti di questo Paese. Pensiamo alle tante battaglie che ha fatto, ad esempio, sul piano economico, come quello sulla scala mobile, con i provvedimenti di “San Valentino”; sul piano istituzionale con il concordato con la Chiesa di Roma e la proposta della “Grande riforma” dell’Istituzioni; ma ha anche difeso la sovranità del nostro Paese a Sigonella e al Senato Americano. Mai nessun leader Italiano lo aveva fatto e non è mai più successo fino ad oggi.

Sulla questione del finanziamento ai partiti, Craxi fa un discorso alla Camera che si può dire senza, enfasi, di grande statura politica, nel quale si assume le sue responsabilità e invita ad alzarsi e parlare chi non aveva mai avuto un finanziamento illecito. Gran silenzio e nessuno si alza. Alla fine, la Camera rifiuta l’autorizzazione a procedere per i quattro capi di accusa e autorizza solo la violazione della legge sul finanziamento ai partiti. Il Pds comincia la damnatio memorie nei confronti di Craxi, con le dimissioni dei suoi ministri dal governo per protesta, e, successivamente, con il lancio delle monetine, insieme a fascisti e altri facinorosi davanti al Raphael di Roma. Un’altra pagina nera della Repubblica. Da lì inizia la sua persecuzione dalle monetine lanciate al Midas, fino all’esilio e alla sua morte a Hammamet, perché non vollero che si curasse in Italia, dove poteva salvarsi.

Certamente non era uno sprovveduto. De Michelis mi spiegò qualche anno dopo che, pur avendo tutte le leve del governo, con i ministri più importanti, sottovalutarono la questione, tanto è vero che Craxi la liquidò con la famosa frase rivolta a Chiesa: “È solo un mariuolo”.

È pensabile che tra le spinte che portarono al processo ci fosse una più o meno cosciente volontà di capovolgere la classe politica del tempo per fare spazio ad altri gruppi di interessi? Penso ad esempio all’accelerazione che si è voluto dare a un certo tipo di Europa. Craxi insisteva perché fossero rivisti i parametri di Maastricht, mentre l’Europa si sarebbe invece poi fondata accettandoli così com’erano. Oggi quella di Craxi appare come una profezia verificata. La convergenza degli Stati verso Bruxelles sembra più che altro un asservimento volontario talvolta contro gli interessi nazionali. Questa affermazione ti trova d’accordo?

Ho già risposto, a mio parere, su quello che c’era dietro.  È ovvio che è stato un processo complesso e che ha favorito chi voleva far passare un disegno strategico di un’Europa asservita alla finanza. Tanto è vero che l’Unione Europea e il Mercato Comune nel ’92 dovevano avvenire sui contenuti di un confronto in due conferenze intergovernative: una economica e una politica. Della seconda non si è mai più parlato. La conseguenza è stata che le politiche di austerity e della finanziarizzazione dell’economia, ha prodotto il superamento della sovranità degli Stati, la distruzione dei partiti e degli statisti, e ha fatto ritirare il perimetro dello Stato dall’economia e dal welfare, con le conseguenti privatizzazione, esternalizzazioni, tagli drastici e draconiani dei servizi pubblici, che hanno accentuato la sperequazione fra cittadini sempre più evidenti. Un processo che si è amplificato a punto tale, da toccare tutti i campi dei diritti tutelati dalla Costituzione. Prima la crisi economica mondiale, dovuta alla finanziarizzazione dell’economia, poi la crisi dell’U.E., che non è riuscita vincente ed autonoma, per rispondere con misure alternative, in grado di difendere alcuni principi contenuti nei valori europei dello stato sociale, hanno dimostrato, come sono state influenzate le politiche economiche dei singoli Stati. È diventato assolutamente prioritario per gli Stati il pagamento del debito e il mantenimento della credibilità davanti ai mercati, perciò i politici non hanno potuto più fingere di agire nell’ “interesse generale” e si sono rivelati essere prigionieri del capitale finanziario. Le norme e le tematiche riguardanti il diritto del lavoro e le relazioni industriali, in quasi tutti gli Stati occidentali, sono state modificate in peggio, grazie alla trasformazione liberista della società, iniziata dopo la caduta del muro di Berlino e accelerata con la trasformazione dell’economia reale in economia finanziaria. Da quel momento, ne è derivata l’affermazione del c.d. “neoliberismo”, diventato, quindi un dogma, che ha imposto al mondo la sua idea di società, non finalizzando l’azione economica ai fini sociali, come avveniva in passato. Tutto ciò ha evidenziato una divaricazione creatasi tra andamento dell’economia e i processi politico economico-sociali, che ha prodotto la concentrazione della ricchezza, in un numero sempre minore di soggetti, l’aumento delle aree di povertà e l’emarginazione e nello stesso tempo, un incremento delle attività contrarie all’utilità sociale ed una perdita di competitività dell’economia.  Anche in Italia questo è avvenuto, aggravando la situazione economica, già difficile per le problematiche interne, con la crisi importata. Ciò ha determinato un aumento costante del debito pubblico, nonostante le tante manovre che sono state fatte. È aumentata, inoltre, la tassazione “incassata” e la povertà e sono accresciute anche le sperequazioni e le differenze.

Purtroppo, l’opinione pubblica e quindi la coscienza civile, presa da una sofferenza economica, ha guardato con indifferenza e insofferenza a queste tematiche, considerate estranee alla sua sfera di interessi individuali. I valori cardine, espressione del popolo sovrano, ovvero il principio di libertà, di indipendenza e il principio di uguaglianza (posta a difesa della sua pari dignità) sono diventati privi di interesse.

A tuo parere, il processo di Mani Pulite possedeva vizi giuridici?

Certamente sì. Altra pagina buia per il Paese sul piano della Giustizia. Bastava un avviso di garanzia per subire carcerazione preventiva, accusati e messi al bando. Si capovolse il principio del giusto processo. Si mandava in prigione, anche senza prove. Gli arresti vennero utilizzati per far parlare, mentre la Costituzione prevede che non si può essere condannati in via definitiva prima del terzo grado di giudizio, perché fino a prova contraria si è innocenti. Infine, l’onere della prova della colpevolezza spetta al magistrato inquirente e non all’imputato e la reclusione può avvenire dopo la condanna. Tutte norme capovolte nella fase di “Mani Pulite”. Solo dopo molti anni si è acclarato che moltissimi processi e accuse erano prive di fondamento. Pensate anche il ministro di Grazia e Giustizia, in carica, ricevette il suo avviso di Garanzia. È la testimonianza di quello che avvenne in quel periodo. Il ministro si dimise sia da ministro che dal Psi. Purtroppo, non sarà il solo che, senza un processo, fu costretto farlo. Nel 1994 Cgil, Cisl Uil organizzarono un convegno insieme all’Associazione Nazionale Magistrati e il Sindacato di Polizia, nel quale presentarono un documento elaborato in comune. È una stagione molto proficua di collaborazione con Anm che ricreò un clima di serenità fra società, sindacati e magistrati. La relazione di Foccillo fu molto coraggiosa in alcune parti, soprattutto per la richiesta di riequilibrio dei poteri di tutti i soggetti in causa e la tutela effettiva dei poteri della difesa. Al convegno partecipò anche il giudice di mani pulite, Gherardo Colombo, che apprezzò la relazione anche nelle parti un po’ più critiche come quelle sul rispristino della funzione della difesa.

Possiamo certamente dire che alcune vite furono distrutte da quel processo. Suicidi, allontanamenti, totale perdita di credibilità di individui ricaduta per altro sui familiari e persino sulle loro successive generazioni, quella che al tempo a molti sembrò la fuga di Craxi e che oggi possiamo concepire come un esilio. Effetti sulle persone che oggi paiono veramente sproporzionati rispetto ai reati contestati. La percezione che ho di questa sproporzione notevole dipende dal fatto che ci siamo abituati ad atteggiamenti molto più sfrontati di personaggi a noi coevi colpevoli di reati, dal solo fatto che all’epoca molte più persone erano timorate dello Stato, o effettivamente quei fatti non erano poi tanto clamorosi quanto sembravano all’epoca?

Furono distrutte carriere politiche, dignità e famiglie. Ci sono stati anche suicidi di vari esponenti che non hanno resistito all’onta di accuse infamanti, come Gardini e Cagliari che si suicidò addirittura in carcere. Uno di questi fu l’on. Sergio Moroni, che si suicidò per essere stato accusato di aver incassato tangenti. Ritenne quella gogna e quel metodo di accusa inaccettabile e che privava anche la possibilità di difendersi. Scrisse una lettera di grande dignità, sia umana che politica, al Presidente della Camera, Napolitano. Una lettera che a distanza di anni, dopo le tante assoluzioni, è da considerarsi profetica e andrebbe riletta ogni giorno per capire cosa è stato quel momento, dove la barbarie giuridica ha prevalso sul diritto alla difesa, per evitare che si possano ripetere le stesse violenze allo stato di diritto. Ma anche tanti meno noti rispetto a loro si suicidarono. Ci furono anche parlamentari e politici che si ammalarono, dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia, con conseguenze mortali.

Fu risparmiato solo il Pds, salvo qualche migliorista, La gogna continuò contro tutti gli esponenti del pentapartito. Come in un libro dell’orrore si susseguirono pagine nere nel Paese, senza che nessuno poté mettere la fine a quel periodo. Dopo il segretario del Pri che si dimise, perché anche lui colpito da Tangentopoli, fu arrestato anche il tesoriere del Pds. Quest’ultimo l’unico del Pds che si farà il carcere senza mai parlare. Quindi, il teorema che valeva per tutti gli altri segretari di partito: “non poteva non sapere” per i dirigenti dell’ex partito comunista non valse.

Per dimostrare quello che avvenne in modo sproporzionato rispetto alla reale gravità dei fatti potrei raccontare mille episodi che dimostrano le gravissime forzature nei confronti dei politici. Ne cito solo due: il primo, alcuni politici furono portati in tribunale con i ceppi ai gomiti, in modo da metterli al pubblico ludibrio. Il secondo, riguarda un assessore alla sanità a Milano, che fu portato in tribunale in barella perché aveva avuto un infarto a seguito del suo avviso di garanzia. La motivazione fu che poteva sparire! Poi dopo molti anni è stato assolto. Quindi, certamente quei fatti, non avevano una tale gravità per ridurre così i diritti della persona, previsti dalla Costituzione.

All’epoca dei fatti io entravo nell’adolescenza. Nel mio immaginario si installarono immagini simboliche decisamente potenti. Penso al momento del lancio delle monete all’hotel Raphael. Immagine simboliche che in quanto tali rischiano di fermarsi nel vissuto con una vita propria, che siano fondate o meno hanno il potere di “ diventare realtà”, “diventare giustizia” con l’ausilio dell’opinione pubblica, che sappiamo essere quanto mai volatile e umorale. Possiamo dire che negli ultimi trent’anni altri personaggi si sono macchiati di reati ben più gravi che meritano un trattamento simile, se non peggiore. Cosa ha impedito alla popolazione di protestare? La caduta di una educazione, il fatto che nessuno abbia cavalcato stavolta il moralismo delle masse, o entrambe le cose?

La storia la scrivono i vincitori. In quel momento sono stati violati anche i più elementari principi di uno stato di diritto e della certezza della pena. Lo hanno denunciato soprattutto gli avvocati di quegli imputati che non hanno potuto svolgere la loro funzione di difesa. Tutto veniva inquinato dalla esplosione di quel clima di giustizialismo. Addirittura sui libri di storia Craxi fu messo in una foto insieme a Reina, per enfatizzare la sua figura, quale criminale, pari a quella del capo mafioso che si era macchiato di enormi delitti. Tanti ragazzi che non hanno vissuto quei momenti e non hanno conosciuto Craxi, i socialisti, e i partiti di allora per quello che hanno fatto di buono nel nostro Paese sono stati fuorviati. Bisognerebbe informare su quello che avvenuto realmente e sulle nefandezze che essi subirono. Si fanno inchieste parlamentari su tutto, mai su Tangentopoli. Chiediamoci come mai?

Si sono susseguiti arresti, avvisi di garanzia a politici ed imprenditori. Si è determina anche un blocco dell’economia, sia per i tanti imprenditori indagati e sia perché i sindaci, per precauzione o per paura, non autorizzavano più gli appalti e, ovviamente, anche tutte le opere pubbliche si fermarono.

Con quel clima è andata riducendosi la forza di un’opera che immetteva nella società un ampio progetto di costruzione dei valori, delle idee e delle culture. Le battaglie laiche e riformiste delle forze politiche della prima Repubblica hanno prodotto risultati positivi, ma poi le impalcature strutturali sono rimaste inalterate con tutte le loro ingiustizie e ambiguità. Quindi è sorta la convinzione che in questo Paese proprio la cultura laica e riformista non sempre è stata vincente, perché troppo più forti sono apparse la conservazione e le lobbies che detengono ancora tanti poteri. La stagione di mani pulite, guarda caso, ha colpito proprio quelle forze, abbattendole con una forza distruttrice. Eppure, nonostante quello che è successo, vi è ancora un bisogno molto ampio di quella cultura e della loro politica, che le rifaccia diventare parte insostituibile di una società che ha bisogno di nuovi valori e proprio, di una nuova cultura. Diventa indispensabile riattivare questa presenza, rinnovandola con quelle che oggi si presentano come condizioni possibili di militanza, di aggregazione attiva e impegnata. In realtà credo che sia vitale, per questo Paese, rilanciare queste forze che si proiettino come soggetto di aggregazione laico e riformista, perché se lo spazio politico deve ridursi a quello spettacolo, che oggi è la politica, a sola pratica del quotidiano, verrebbe meno la possibilità di individuare un progetto sociale più complessivo.

Il populismo e la degenerazione della qualità della classe politica a cui faccio riferimento nella prima domanda credo sia evidente se condividiamo l’idea che per governare un Paese si debba essere molto preparati, sia personalmente che come individui inseriti nella pratica politica. Spesso ci si ritrova a rimpiangere la Prima Repubblica pur sapendo che molti personaggi di allora erano nel migliore dei casi “eminenze grigie”. Il populismo, il pressappochismo, l’improvvisazione e la mancanza di capacità oggettive di oggi rendono imbarazzante la visione a cui siamo costretti della ribalta di personaggi che non avremmo mai voluto al governo nemmeno nel peggiore degli incubi. Secondo te il rimpianto nasce da un fare tipicamente italiano di guardarsi sempre indietro o è legittimo? I diritti dei lavoratori erano ancora integri all’epoca, l’economia vinceva ancora sulla finanziarizzazione, la svendita del patrimonio collettivo era vista come un oltraggio al senso dello Stato e della democrazia. Che cosa è successo nel frattempo?

Oggi viviamo in una società che rapidamente brucia le tappe. Quello che avveniva, nell’epoca passata, in cento anni oggi avviene in pochi attimi. La tecnologia ha velocizzato tutti i processi, compreso quelli di apprendere, contemporaneamente c’è stata la finanziarizzazione dell’economia e la globalizzazione, l’erosione dei ceti intermedi, il declino della militanza politica, la perentoria rivendicazione di corporazioni socioeconomiche e tutto ciò delinea la condizione di dover attualizzare la politica strategica, senza avere le condizioni sociali, economiche, e politiche della prima Repubblica. Nella società, proprio per la mancanza di soggetti politici di rappresentanza di quel livello, avanzano esigenze corporative individuali. Si assiste al generalizzarsi di una concorrenzialità polverizzata tra soggetti diversamente collocati nel tessuto socio economico. Ma ciò che determina l’attuale difficoltà è anche l’affievolirsi di uno spirito di idealità solidaristica, che costituiva la spinta profonda della forza dei partiti politici e del sindacato. Viviamo in una società in cui bisogna rafforzare una reale democrazia, che ha ancora bisogno di un confronto dove siano chiare le regole del gioco, i ruoli di chi governa e di chi controlla, e dove vi siano nuove forze politiche. Per fare questo, vi è bisogno anche della necessità che metta insieme i diritti individuali con quelli collettivi. Quello che manca oggi è la progettualità ideale che sostiene l’intervento singolo e limitato delle diverse azioni. Viviamo in una società nella quale esigenze giustificate, motivate e irrimandabili, anche di riforme sociali (quello che una volta era chiamato in termine spregiativo, “riformismo spicciolo”: cioè, le pensioni, la casa, l’assistenza, la sanità, la scuola, i trasporti hanno raggiunto un tale livello di bisogno che per soddisfarle ci vogliono volontà e mezzi incompatibili con l’attuale politica. Se questa è la realtà, allora le cose non debbono restare come prima, perché se vengono meno gli ideali laici e la carica riformista, vi è non solo un vuoto di partecipazione, ma anche di democrazia. Nonostante il processo di erosione ideale e politico che è in corso, vi è bisogno che queste forze ridiventino nuovamente un’ancóra, un ammaraggio, un approdo anche per le nuove generazioni che così si rivedano nella lotta politica. In questa prospettiva legare l’anima laica con quella riformista e socialista, può diventare il filo conduttore della nuova azione politica, legando il passato con il presente ed un avvenire che si dovrà concretizzare.

Pietro Nenni sosteneva: “ Senza democrazia e senza libertà tutto si avvilisce, tutto si corrompe anche le istituzioni […] ma nell’etica socialista […], il fine è la liberazione dell’uomo da ogni forma di oppressione e di sfruttamento […]”. Questi erano gli uomini della prima Repubblica. In questo pensiero si racchiude la forza e la determinazione verso un modello di società in cui le persone si sentano cittadini della comunità, in quanto i loro diritti essenziali vengono garantiti dalla stessa comunità. Ecco perché si sente molta la mancanza di quel ceto politico, culturalmente adeguato e professionalmente preparato, che affermava la centralità dell’uomo e dei suoi bisogni. Non c’è nessuna forza politica oggi, al di là dei bla, bla che si affannano a ripetere, che ha questo spessore, questa forza morale, questa visione della società.

Come sindacalista, eri molto attivo nei primi anni Novanta, quando furono introdotti i primi contratti atipici – che oggi sono una delle piaghe più gravi del Paese. Come fu possibile la loro introduzione e quale connessione trovi tra i contratti atipici e il sentimento di giustizia che la società aveva in quegli anni – sentimento di giustizia che proprio Mani Pulite contribuì a riformulare se non addirittura a instaurare ex novo?

Sono stato sempre contrario a queste forme che tutti chiamavano flessibilità, ma per me erano forme di sfruttamento. Quei lavoratori non avevano regole, non avevano tutele e non ha caso i loro contratti di lavoro furono chiamati contratti atipici. Che successivamente furono tipizzati con leggi che l’introdussero nell’ordinamento Italiano. Basta leggere le miei dichiarazioni fatte ai giornali in quel periodo. Nel 97 fu approvato il disegno di legge Treu che rese più flessibile il mercato del lavoro e legalizza quello che fino a quel momento era stato atipico. Da qui comincia l’opera di destabilizzazione dei contratti a tempo indeterminato, che tanti misfatti hanno creato nel mondo del lavoro. Si passa dalla flessibilizzazione al precariato. Voglio ricordare che a un Congresso della Confederazione Europea dei sindacati, io insieme alla Cgil, facemmo una battaglia per far sì che il contratto di riferimento, a livello europeo, fosse il contratto a tempo indeterminato, ma perdemmo, anche per colpa di qualche sindacato nostro amico. Successivamente molte regole codificate dal diritto del lavoro sono state cambiate non certo per colpa o merito dei giudici di mani puliti ma per la ventata di neo liberismo che ha ritenuto che le garanzie e le tutele per i lavoratori fossero un freno alla libertà del mercato. Purtroppo si comincio anche a mettere in discussione il posto fisso e fra le tutele del lavoro, l’art 18 dello Statuto dei lavoratori e si destrutturò il mercato del lavoro. Il cui colpo di grazia fu dato dalla presidenza Renzi, con il Jobs Act.

Oggi i contratti atipici vengono giustificati con l’alibi della finanza globale, della globalizzazione, del mercato unico o mercato libero a seconda dei casi, per cui il precariato viene abbellito dal più plastico concetto di flessibilità. Verrebbe allora da obiettare che i Mercati non erano nei primi anni Novanta quelli che sono oggi e che dunque retrospettivamente non vale come ragione per avere introdotto i contratti atipici. Non sarà invece vero il contrario? E cioè che indebolire il lavoro permette alla speculazione di instaurarsi nelle maglie della vita e dell’economia reali? Per certi aspetti Craxi ci mise in guardia anche su questo.

Purtroppo fu un processo lungo, che parte da spinte iniziate dall’affermarsi di molteplici teorie economiche neoliberiste prima in Usa, con Milton Friedman e ancor prima dall’elaborazione di Hayek. Poi espresse nel Regno Unito con il sostegno di Margareth Thatcher, affermando politiche fiscali ed economiche sempre più atte alla deregolazione e al libero mercato, senza prendere in considerazione le sue asimmetrie  e i suoi fallimenti, tralasciando la lezione di Keynes e più tardi di Stiglitz. Non dimenticando la Presidenza Usa di Ronald Reagan, altro importante fautore di questa filosofia economico politica.

In questo quadro cosi asfittico per le idee progressiste, vi fu un tentativo anche culturale da parte di una classe dirigente di cambiare rotta in Europa e in Italia negli anni 90, riuscendovi solo in parte. Questa classe dirigente era in gran parte di matrice socialista, ed era composta in Europa da Jacques Delors, che cercò di modernizzare il sistema europeo, coniugando crescita sviluppo sociale e economico, in Spagna con Gonzales, in Portogallo con Soares, in Francia con Mitterand e in Italia con Craxi.

L’obiettivo delle politiche neo liberiste fu proprio quello di abbattere tutti gli steccati politici, economici ed istituzionali per imporre le loro condizioni e i loro dogmi, attraverso il pensiero unico. Chi non si adeguava veniva messo da parte. Craxi aveva previsto molte cose che si sono avverate e anche per questo fu fatto morire. © RIPRODUZIONE RISERVATA

per l'immagine in alto: ©Antonio Foccillo

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