Racconto inedito
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“Percosìdire”. Un racconto di Alice Pavanati

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Piccina.”, mi dicesti una sera, mentre ti aggiustavi il colletto della camicia; si era stropicciato perché l’avevi messa storta nell’armadio, stipata tra altre camicie tutte uguali.
Piccina”, dicesti dunque, senza guardarmi, “devi ancora imparare due o tre cose dalla vita e da te stessa.”
Io che potevo fare? Ti diedi ragione, quieta e obbediente come non lo ero con nessun altro, e ti osservai litigare serenamente col colletto, rannicchiata nella tua poltrona di pelle e fumando una sigaretta con il timore che, tornata a casa, la mamma avrebbe potuto sentire l’odore di fumo e di uomo sui miei vestiti, sui miei capelli, sulla mia pelle. Il timore mi avvolgeva come uno scialle; mi avvolge tutt’ora, se devo proprio essere onesta, perché io sono una che si è fatta una vita a misura di timore. La mia vita, la mia persona, la mia libreria: tutto un’enorme coperta di patchwork di vari tipi di timore diversi, alcuni piccoli, altri grandi, colorati, fantasia, tinta unita. Scarti di paure infantili e scampoli di ansie future.
Eppure quando ero con te sentivo che tutto ciò era stupido. Tu lo dipingevi così. Non mi dicevi che era immotivato, semplicemente mi facevi notare silenziosamente quanto poco le cose stupide c’entrassero con me. Con noi.  Tu guardavi a tutte le cose come se fossero stupide, però non le disprezzavi. Le guardavi con curiosità, o con compassione, a seconda di come ti girava la giornata, e fu infatti quella la sfumatura che assunsero i tuoi occhi incontrando i miei nello specchio.
Firmasti un armistizio temporaneo con il colletto della camicia e ti girasti verso di me, e capisti subito che io della vita non ne sapevo proprio niente, ma che l’unica cosa che sapevo era che volevo solo che mi prendessi su quella poltrona, forte, senza nemmeno spogliarmi o spogliarti; e quando te ne rendesti conto non facesti che abbassare gli occhi e tendere un sorriso, avvicinarti a me, passarmi un pollice sulle labbra e posarmi un bacio sulla fronte, guardandomi come una delle tue tante piccole stupide cose, con compassione, probabilmente chiedendoti con sincero interesse antropologico a che cosa stessi pensando in quel momento.
Avrei dovuto capire in quel momento che non cercavi proprio nessuna da ammaestrare, ma io avevo così bisogno di essere ammaestrata.

E sono proprio questi pensieri che mi offuscano la vista per un po’, mentre Lui sventola un tovagliolo di carta davanti ai miei occhi – sono quei tovaglioli un po’ stupidi che si trovano sempre al bar, non lo so di che diavolo siano fatti, ma non asciugano mai nulla. Completamente inutili.
Lui pronuncia il mio nome come un padre che chiama una bambina che si attarda sulle altalene, con stanchezza e senza l’ombra di affetto negli occhi chiari.
Sbatto un paio di volte le ciglia appesantite dal mascara e lo vedo materializzarsi improvvisamente dall’altra parte del tavolo.
Incrocia le braccia al petto e distoglie un secondo lo sguardo, con il suo solito modo vagamente infantile per cercare di attirare la mia attenzione, quando capisce che non sto pensando a lui.
“Scusa.”, dico, appoggiando i gomiti al tavolo. Sua sorella sta parlando da un po’ riguardo dei bambini, credo, oppure dei cani. Mi distraggo facilmente e questo non piace, di solito. Lui, immancabilmente, mi scocca uno sguardo carico di disappunto che però non mi scalfisce – e questo lo fa innervosire, lo so.
Lo vedo.
Prendo un grande sospiro e un sorso di cappuccino ormai freddo. Sua Sorella parla; cerca continuamente di rubargli un commento, un sorriso, se solo non fosse così terribilmente inappropriato gli prenderebbe il viso tra le mani e lo reindirizzerebbe verso di sè: ma Lui guarda me, e solo me, che sostengo il suo sguardo.
Gli sorrido.
Questo lo manda in bestia ancora di più, ma essendo una creatura discreta si limita a stornare gli occhi sulla Sorella, che finalmente si bea dell’attenzione che il fratellino ha deciso di dedicarle. Io abbasso gli occhi sul tavolo: inizio a raccogliere granelli di zucchero col polpastrello e me li porto alle labbra. Indugio troppo, forse. Lui si volta ancora e gli leggo negli occhi una confusione indispettita.
Com’è garbato, l’odio con cui mi ama.
Non sopporta di non riuscire a prevedermi.
Sono un’anguilla, Zucchero, e questo tu lo sai bene. Lui ancora no. Per Lui sono una bambina che piange spesso e si distrae facilmente, abbastanza incasinata da permettergli di pensare che è suo compito e dovere sistemarmi, ma non abbastanza da fargli alzare le mani e abbandonare il tavolo.
Gli sorrido, dunque, e lui si offende.
Crede che il mio unico scopo nella vita sia prenderlo per il culo, e questo pensiero è di una tenerezza tale che mi allarga ancora di più il sorriso.
Ma non è niente di tutto questo, Zucchero. Tu mi conosci, lo sai come sono; Lui invece non lo sa, non si è mai preso la briga di capire: altrimenti capirebbe.
(Io sono una bambolina di Zucchero e Lui, poveretto, non ne ha idea.)
Mi metto la giacca e lascio una banconota da cinque euro sul tavolo.
“Devo andare a studiare, scusate.”, annuncio.
Mi infilo la tracolla e faccio il periplo del tavolino per andare a baciare Lui con le labbra che sanno ancora di zucchero – sono un essere spregevole.
La Sorella mi squadra neanche avessi annunciato che andavo a farmi un bambino arrosto. Lui ricambia il bacio e mi tocca il viso, leggero, delicato come non lo è mai, ma che si sforza di essere con me. Forse preferirei che mi tirasse uno schiaffo; sicuramente sarebbe più sincero.
Spregevole. Sei un essere spregevole.
I suoi occhi sono due pozzi di riprovazione per qualcosa che non capisce e teme che non capirà mai. Sono il suo fallimento più grande.
Ma intanto sono anche fuori dal bar, per strada.
Sono fuori da quel bar nel momento esatto in cui vi ho messo piede.
Il vento è freddissimo e mi dà tutti gli schiaffi che forse mi merito; le mie papille gustative stanno macerando nell’ultimo sentore lasciato dallo zucchero, e io penso che potrei impazzire.

*

È solo da te che amo farmi vedere piccola, perché so che è il modo in cui mi vedi tu, e io mi fido ciecamente del tuo modo di vedere le cose.
Piccina, mi dici con quel tono compassionevole. Mi guardi di sottecchi perché è questo che sono quando mi incastro tra le tue braccia: piccina.
Cosa mi sto facendo? penso mentre faccio saltare un paio di bottoni della tua camicia. Tu sorridi e ti mordi lievemente un labbro, sei intenerito dalla mia foga, perché sono piccina anche mentre cerco di sbottonarti i pantaloni – c’è una Bolgia infernale dedicata al genio che ha pensato fosse un’ottima idea sostituire la lampo dei jeans con il dannato tris di bottoni, ma Dante non l’ha messo perché mi sa che aveva paura di risultare troppo futuristico.
Dicevo, sei intenerito: e questo probabilmente mi farebbe incazzare, se tu non fossi tu.
Ma a te perdono tutto. Spesso, anzi, sono io a chiederti per favore di perdonarmi per aver anche solo pensato di incolparti di qualcosa.
“Mi metti su un piedistallo.”, dici, dopo che ti ho detto precisamente queste cose. “Non è sano.”
“Non è sano, no. Ma io voglio esattamente questo: il malsano. Voglio che tu mi faccia male, in tutti i sensi.”
Tu non ti mostri particolarmente preoccupato da queste affermazioni, perché la verità è che non ti preoccupo, e penso sia proprio questa la ragione per cui continui a volermi e non sei ancora andato via. Non sono nulla di importante, di serio, sono una ragazzina che ha appena ventun anni – quasi ventidue – che si è presa un’enorme sbandata. Sono quel punto grigio pericolosissimo in cui l’innocenza sfuma in innocuità: e sai meglio di me quanto è irresistibile.
Non temi di doverti costruire una vita, un futuro con me. Sai che non ti porterò mai a conoscere mia madre, mia nonna, il mio prozio che vive in Piemonte; non ti chiederò di portarmi a fare la spesa la domenica pomeriggio, né che ti obbligherò un giorno a scegliere una tonalità tra quindici uguali di pittura grigia per il muro della camera da letto.
Tutto ciò che ti chiedo è che mi ascolti quando mi lamento (cioè sempre), e che mi scopi quando ne hai voglia (cioè spesso).
“Sei una piccoletta tutta fuori posto.”, mi dici con un sorriso che poi stampi sulle mie labbra, e non posso fare a meno di sentirmi piccoletta, tra le tue braccia, e sorridere a mia volta.

Sono ingarbugliata nelle tue lenzuola, e la città, che è come noi, non vuole proprio andarsene a dormire. Fa un casino infernale, ma dalle tue finestre è un casino composto da Gershwin.
Stai leggendo uno dei tuoi soliti libri complicati; ti chiederò di spiegarmelo, più tardi.
Sto fumando una sigaretta mentre tu leggi, di fianco a me.
Mi sto autoconvincendo che la nostra percosìdire relazione funzioni proprio perché ognuno fa quello che vuole, quando vuole, senza preoccuparsi di quello che sta facendo l’altro. Siamo l’opposto della co-dipendenza: siamo il suo estremo, pericolosissimo rovescio. E siamo assuefatti da tutta questa libertà, così tanto che non possiamo più farne a meno.
Stanotte sei stato formidabile, a letto. Penso che il cervello mi sia uscito dalla bocca, mentre venivo, e sia andato a farsi una passeggiata intorno all’isolato, giusto perché sul momento si sentiva decisamente di troppo. Non è mai stato così riguardoso nei miei confronti.
Comunque sei stato formidabile, e io non sono riuscita a esprimerlo a parole. Forse è meglio così.
Mi guardi sempre con un’espressione di contenuto stupore, quando ti dico che sei formidabile a letto.
Come se stessi pensando: Gesù, bambina, è la normalità. È così che scopano gli adulti.
Quando faccio sesso con Lui, più si eccita e più vuole farmi del male. Io non me ne lamento, perché mi piace da matti soffrire, ma Lui sembra vergognarsene come un ladro, cosa che non fa che eccitarlo sempre di più.
Me lo sussurra in un orecchio, e lo sento quasi fremere dalla voglia che avrebbe di farmi davvero male. E sento che si trattiene. Si sente in colpa perché sa che forse non è una questione di passione incontenibile; forse sente che mi sta perdendo, a poco a poco, come se fossi un mazzo di chiavi incastrata tra i buchi di un tombino: sa che deve agire con una certa prudenza, perché alla minima vibrazione potrei cadere tra le maglie, e lui si ritroverebbe chiuso fuori di casa.
Tu mi fai male. Mi fai molto, molto male.
Ma non lo fai perché vuoi che io senta dolore.
Lo fai perché sei talmente preso, in quel momento, che sembri uscire dalla tua testa (quanto sono educati e pudichi, i nostri cervelli), dai tuoi soliti modi contenuti; non hai più controllo su nulla. Non lo vuoi più, forse?
Non lo so.
Zucchero, io posso solo avanzare delle ipotesi: i tuoi occhi a volte diventano imperscrutabili, e io non posso fare altro che ipotizzare.
Abbassi il libro, ad un certo punto.
Hai sentito qualcosa.
Forse un mobile che si è assestato.
Forse il vicino dirimpetto che ha fatto scattare il chiavistello.
Mi guardi e cerchi di capire che ore sono, come se la mia faccia fosse un gigantesco orologio su cui puoi vedere lo scorrere del tempo – non so se il mio, il tuo, quello di tutti.
Sei spaesato.
Io, invece, ho mal di testa.
Ti accendo una sigaretta e te la infilo tra le labbra.
“Sono le nove.”, ti informo, coprendomi un po’ col lenzuolo. Pudicizia infantile, ma che te lo dico a fare: già lo sai. “Tra tre quarti d’ora ho il treno per tornare a casa.”
I tuoi occhi mi squadrano sommariamente.
Annuisci.
Aspiri dalla sigaretta. “Ti accompagno alla stazione.”
“Grazie.”
“Prego.”
Mi fissi ancora, nel silenzio. “E’ troppo tardi.”, dici subito dopo, meditando.
“Non posso rimanere a dormire.”, dico io, e mi sento così orgogliosa e donna per questa fermezza d’animo.
“Non intendevo quello.”, rispondi tu, e io sento che si è aperto un buco a forma di me nel materasso, e che vi sto precipitando. Una fitta più forte delle altre mi notifica che il cervello ha rincasato. Si rimbocca le meningi fino al naso e mi fa provare un imbarazzo assoluto, vergognoso.
Che scema.
Non intendeva quello.
Tu arricci le labbra. “Faccio il viaggio con te. Chi ti viene a prendere alla fermata?”
Ti rispondo che viene Lui.
“Okay. Vestiti.”
Io obbedisco, pur con il cuore che è sprofondato così tanto che mi si è spostato il baricentro, e infatti barcollo appena poggio i piedi sul parquet.
Tu mi prendi per un braccio, e mi sorreggi.
“Ci sono.”, dico, cercando di non sembrare una bambina che fa i capricci mentre mi sfilo delicatamente dalla tua presa.
Mi prendi il mento tra due dita.
Mi baci.
Chiudo gli occhi.
Pesche caramellate.
Riapro gli occhi.
Stai sorridendo.
“Potresti essere un pochino geloso?”, ti dico sottovoce. “Almeno provarci.”
“Geloso per cosa?”
Sbuffo, ma sorrido. Ti guardo in modo eloquente.
“Ahh… per il fidanzatino?”, mi chiedi con un’aria di sufficienza che davvero ti sta da dio.
“Ha ventisei anni.”, dico, in sua difesa. Davvero? Davvero lo sto difendendo solo ed unicamente per farti provare un po’ di gelosia?
Mi guardi come mi guardi sempre, e cioè come se potessi leggere senza sforzi quello che penso.
“Poco più di un ragazzino. Vatti a preparare, su.”, dici tu, dandomi una pacca sul sedere.

*

Ti piaceva da morire quando ti chiamavo Zucchero, anche se eri bravissimo a non mostrarlo.
Te l’ho detto la prima volta quando avevamo appena finito di fare l’amore – come ti piace l’espressione fare l’amore –, quando tu avevi i capelli spettinati e le guance arrossate e fumavi una sigaretta rivolto verso il soffitto, cercando qualcosa tra le righe che la luce creava infiltrandosi tra le fughe delle tapparelle: io avevo il mento appoggiato sul tuo sterno e ti osservavo, e nonostante odorassi di me e di sudore, tutto quello che riuscivo a percepire era un profumo intenso di pesche fatte caramellare sulla griglia in una sera d’estate. Ci sono certi ricordi di cui rimangono solo gli odori.
Ti fissavo così intensamente che ad un certo punto mi sono dovuta costringere a distogliere lo sguardo – sei sempre stato troppo da assimilare, e io non ho mai imparato a prenderti a piccole dosi, tale era la mia dipendenza di te.
“Zucchero.”, dissi solamente, e tu mi piantasti quegli occhi addosso in una maniera così fulminea che l’aria fischiò come se fessa da una lama immaginaria. Quegli occhi come biglie lucenti nella sabbia, quegli occhi che ci impiegavano sempre un po’ per mettere a fuoco quello che stava loro davanti, tanto erano abituati ad essere nient’altro che le saracinesche della tua sottile e misteriosa attività cerebrale.
Ti dissi Zucchero, e appoggiai la guancia sul tuo petto nudo, il tuo petto pallido ed elegante, minuto, il petto su cui avrei sempre appoggiato il capo come se stessi aspettando la calata di un’ascia da un momento all’altro, un’ascia che avrebbe definitivamente interrotto tutte le comunicazioni tra mente e cuore (non che ce ne siano mai state granché, a dirti il vero, Zucchero.)
Tu invece dicesti semplicemente il mio nome, perché tu mi chiamavi così e basta, eri un uomo adulto e non avevi bisogno di questi giochetti; però lo dicevi sempre con la lettera maiuscola – e sì, si sentiva che la pensavi, la maiuscola, la vedevo lampeggiare nei tuoi occhi per una frazione di secondo, e mi provocava una serie di terremoti tra il cuore e l’ombelico il cui pensiero, quando mi colpisce ancora oggi, mi costringe a sedermi per un attimo.
Zucchero.
Quanto ti piacevano, le pesche caramellate.
Il fantasma del tuo sapore ogni volta mi buca i denti, mi fa sentire improvvisamente il bisogno di prendere dell’acqua da un rubinetto e berla, pur sapendo che niente potrà darmi il sollievo della tua presenza. Mi ricopri l’interno della bocca di una patina malsana. Non mi fai bene. Non mi hai mai fatto bene.
Poi va giù, mi arriva al cuore come una zolletta che tocca il fondo di una tazza di Earl Grey, e inizia a sciogliersi, ed è allora che inizio a stare così bene, ma così bene, che quando non ci sei è una morte, per me.

Ma tutto ciò non ha importanza, amore mio.
Non hanno importanza le pesche, le sere d’estate, i rumori della città che suona sempre una melodia diversa, se ascoltata dalle tue finestre. Non hanno importanza i tuoi libri complicati – non complessi, piccola – e non ha nemmeno importanza il profumo delle tue lenzuola che era sempre la prima cosa che mi svegliava, seguito a ruota da un tuo bacio sul mio collo, deposto a labbra umide esattamente tra l’orecchio e la nuca, un bacio su cui bisognerebbe riempire trattati interi e organizzare comizi lunghi intere settimane, e che li traduce tutti in una sottile pioggia di brividi sulla mia pelle.
Non hanno importanza i tuoi sguardi sbiechi quando ti dicevo una cosa che non condividevi assolutamente, ma che eri troppo stanco per discutere. Non hanno importanza i tuoi sguardi intrisi di tenerezza quando ti raccontavo cose che mi infiammavano gli occhi, e non hanno importanza le passeggiate e le allergie stagionali, e men che meno ha importanza la sensazione delle tue mani intorno al mio volto, e il modo in cui lo reggevano come se le avessi appena tuffate in un ruscello alpino per dissetarti.
Tutto ciò non ha importanza, per il semplice fatto che non ha alcuna influenza sul presente. O comunque, non nel modo in cui lo vorrei io.

Perché io da Lui ci sono tornata, alla fine.
Sono tornata con la testa bassa e un mucchietto di frammenti affilati nelle tasche, e lui non ha capito, perché non capirà mai, e mi ha preso per pentita, e ha fatto una fatica incredibile per trattenersi dal mostrarsi troppo soddisfatto.
Mi sono trascinata nel suo letto, Zucchero, e abbiamo fatto l’amore, e Lui come sempre mi ha sussurrato che avrebbe voluto farmi male, da quanto mi voleva, e io mi sono lasciata ferire, ancora una volta, con la rassegnazione dei martiri che osservano chi scaglia la prima pietra.
Dicevi sempre che ti piaceva l’espressione facciamo l’amore, ma io con te non l’ho mai fatto: c’era già, in mezzo a noi, fatto e finito, e non bastava far altro che allungare una mano oltre il mare di lenzuola e afferrarlo, magari insistere un po’ perché doveva finire di leggere una frase e ridacchiava, dicendo adesso, adesso, un secondo.
Era lì, come dovrebbe essere.
Non ho mai pensato che fosse qualcosa da rincorrere, e tu hai impiegato giusto il tempo di farmi innamorare di te per darmene la prova inconfutabile.
E come chi ha visto Dio taccio, e me ne porto la testimonianza marchiata a fuoco sui palmi, perfettamente visibile per chi la cerca, introvabile per chi non la vuole davvero.
L’amore eri tu, chino sul tavolo con la testa appoggiata al pugno, davanti ad una tazza di caffè freddo, ed ero io, minuscola dentro una tua camicia, che mi avvicinavo in punta di piedi per preparartene un altro. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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