Una volta ho lavorato in un’osteria per vedere com’è. Un racconto

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Nota della redazione. Abbiamo già pubblicato alcuni racconti di Dianella Bardelli (Il capoStoria della ragazza sola e Per cena una mela). Continuiamo pubblicando questo inedito per ragioni in parte già esposte che si rinnovano leggendo i suoi scritti.

Il panorama letterario italiano sta procedendo, a tentoni, in molte direzioni, non sempre autenticamente diverse. Anzi rintracciamo nella maggior parte dei casi una diffusa omologazione dei pensieri e delle forme, con qualche piacevole e rara eccezione. Tutte queste direzioni hanno in comune la scrittura spesso sopra le righe, vedono adoperati stili che ammiccano ai lettori, virano al distopico perché è rifugio per l’avventatezza o la mancanza di controllo dello stile, o perché gli autori di oggi sono incapaci di pensare l’utopico, oppure tentano morali che si reggono con lo sputo. Una di queste cose o loro combinazioni. Ebbene, in tutto questo scenario chiassoso, talvolta assordante, Dianella Bardelli va nella direzione contraria. È del tutto sola in Italia a fare questa cosa. Se ne frega completamente di piacere. Addirittura si direbbe che neppure racconti. Quasi si limita a dire, ma questo dire, una volta scritto, abbatte aspettative nel lettore che si rende subito conto di averle nutrite con una speranza che rasenta la stupidità. È una scrittrice che non si assegna compiti, né alti né bassi. Non solo non si preoccupa di sfoggiare cultura ma si direbbe che questo demone non l’abbia neanche mai avuto. Leggendo, ci si sente liberati dalle belle catene che ci legano alla brutta produzione letteraria di oggi. Finalmente siamo davanti a un testo che ci toglie ogni speranza per la narrativa. Ci riconduce alla realtà. La voce narrante di questo testo è spaventosamente sé stessa, senza specchi o artifici. Fa quasi schifo nella sua nudità. Nudità di concetti, nudità di pensieri sempre già pensati. Non c’è catarsi, vera o presunta. C’è la vita com’è. La storia non c’è, viva dio. C’è una scena, una situazione, che diventa stato mentale. Questo dovrebbe fare la scrittura, introdurci in stati mentali e null’altro. Di storie sono piene le strade e i tribunali, diceva Celine. Ne sono piene anche le nostre tasche. Quando nella chiusura ascoltiamo le parole di un tale che la osserva lavare i piatti, anneghiamo, come “quando le voci umane ci svegliano” dell’insegnamento di T. S. Eliot.

Una volta ho lavorato in un’osteria per vedere com’è. Un racconto di Dianella Bardelli

Allora stavo con un uomo che aveva un’osteria. Ci lasciavamo spesso, litigavamo; ci lasciavamo, ci riprendevamo. Alla fine poi ci lasciammo davvero. Comunque una volta ci eravamo lasciati perché lui si era messo con un’altra, gli dissi: almeno trovami un passatempo per la sera, mi sento sola. Allora lui disse ad una sua amica che aveva un’osteria di prendermi a darle una mano dalle nove della sera in poi. Durò solo una settimana, poi mi stufai e non ci andai più. Fu un’esperienza interessante. L’osteria per quella donna era “il suo posto”. Di comando. Di potere. Me lo sono sudato, ci sguazzo e ci guadagno tutti i soldi che riesco a guadagnarci, sembrava continuamente far capire con il suo modo di fare. Si chiamava Rita, era bassina di statura ma con un viso carino e un bel personale. Faceva la sua figura anche per il modo deciso, imperativo di parlare. Io non avevo mai lavorato in un locale ma ero molto curiosa di farlo. Me la cavai fin dalla prima sera. Bisognava apparecchiare e poi sparecchiare portando via tonnellate di gusci di arachidi e semi di zucca, montagne di piatti di salmone e burro con pane tostato, altre montagne di tagliatelle al ragù, oltre a bottiglie di birra e vino, bicchieri di tutti i tipi, per acqua, vino, liquori. Parte del tempo lo passavo accanto a Rita dietro il bancone dove lei mi istruiva sul da farsi e intanto si versava un po’ di vino per tirarsi  su e portare avanti la serata. Cominciai anche io a versarmene un goccio ogni tanto, magari mentre lavavo i bicchieri. Poi andavo avanti e indietro dalla cucina che era piccola e per niente di livello professionale. Tutto si faceva su una cucina economica normalissima e su un tavolo di formica. Poi c’era un tavolo più piccolo per l’affettatrice dei salumi. Per preparare le portate di salmone si sprecava un sacco di burro, anche per preparare i tagliolini al salmone, ma allora le osterie non erano ancora attrezzate come ristoranti e tutto era un po’ raffazzonato. Ma almeno nell’osteria di Rita di soldi se ne facevano, anzi ne faceva lei a palate. L’ultima sera stavo lavando dei bicchieri dietro il bancone. Uno che stava lì davanti e mi guardava disse: da come lavi i bicchieri si capisce che sei timida e insicura e che stai male per qualcosa. Io non risposi niente. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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