Gigi Riva e la parola «campione»

Gigi Riva e la parola «campione»

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Se ne va Gigi Riva e con lui le immagini della nostra vita

Ha ragione, di fondo, Paolo Fresu: di Gigi Riva si dovrebbe solo parlare, come si è sempre fatto per un mito, ci si affida alla tradizione orale. E poi scrivere di Riva è al tempo stesso facile e difficilissimo. Facile, poiché le storie che lo riguardano sono talmente poetiche che verrebbero bene anche al più modesto degli scrittori, difficilissimo perché aggiungere qualcosa di realmente sensato, a quelle stesse storie, corre il rischio della sgualcitura.

Eppure scrivere di Riva mi pare quasi obbligatorio, con rischio annesso. Per lui, semmai, proverò a servirmi di immagini, cercando di non permettere alle parole di deviarne la profondità, per lui, poi, che più di ogni altra cosa forse credeva nel silenzio. La prima che mi viene in mente, mi perdonerete la breve deviazione personale, riguarda mia madre, che sin da quando ero bambino mi ripeteva sempre che amava Gigi Riva. Lo amava, perché «era bello» suscitando in me ancestrali reazioni di gelosia che solo il tempo ha saputo limare correttamente. Perché col tempo, poi, ho capito cosa volesse dire. Un’altra, più che un’immagine, è quasi una fantasticheria.

Gigi Riva e quella notte a Genova con De André. L’amore per la Sardegna, ovvero per il silenzio arcaico delle solitudini

Qualche tempo fa qualcuno mi chiese a quale “momento” della storia mi sarebbe piaciuto partecipare, non necessariamente grandi eventi, ma attimi che sfiorano, nel sottobosco della memoria, i fatti che finiscono sui libri. Ne dissi un paio: Raffaello che visita notturnamente, di nascosto a Michelangelo e per concessione di Bramante, la cappella Sistina ancora in costruzione e una notte qualunque, a Genova, con Fabrizio de Andrè. A pensarci bene però, la seconda risposta è stata incompleta. Forse non una notte qualunque, ma quella notte in cui De Andrè ospitò a casa sua Gigi Riva, in trasferta a Genova col suo Cagliari. Non si sa molto di cosa accadde, nonostante siano passati molti anni, dal buco della serratura si sono intravisti soltanto bottiglie di whisky e fumo di sigaretta. A poggiare l’orecchio sulla porta, poi, poco o nulla. Grandi silenzi, dei quali entrambi erano maestri. Eppure c’è da giurarlo, è stata una notte speciale, visti i protagonisti. Riva, del resto, era un grande ammiratore di De Andrè, sin dai tempi in cui gli era capitata una foto di una pagina di giornale in cui si parlava del funerale di Tenco, in cui Fabrizio, a differenza di molti altri “colleghi e amici”, aveva partecipato in disparte, funerale dal quale, sarebbe poi nata “Preghiera in Gennaio”, una delle sue canzoni più amate. I punti in comune tra i due sono talmente evidenti da risultare quasi banali, uno su tutti: l’amore viscerale per la Sardegna, un amore violento e tenero, radicale, senza compromessi. Del resto, la Sardegna, che non era ancora quella modaiola di Briatore o della bandana di Berlusconi, poteva conquistarti solo in quel modo, con violenza e senza compromessi. Le terre, come le persone, ti scelgono. E per farlo c’è bisogno di una naturale complicità. Fabrizio e Luigi dalla Sardegna, quella vera, fatta di sabbia e sassi, di natura brulla e selvaggia, come la sua lingua, così dannatamente arcaica, si sono fatti rapire, in tutti i sensi. Ostaggi volontari di un istinto di sopravvivenza, che diventa scelta consapevole. Si sono fatti banditi e pastori, pescatori silenziosi e malinconici di luoghi che sanno anche pretendere la solitudine, accompagnata semmai, solo dal fumo di una sigaretta, altra grande compagna della vita di entrambi. Per Fabrizio quell’amore è durato poco, per Luigi, tutta la vita, fino a quando il cuore consumato (e cosa poteva essere, se non il cuore?) ha detto basta. Ne è passato di tempo da quella notte, a Genova. Ma è come se mentre tutto intorno fuori cambiava, quei due là dentro, siano rimasti uguali. Come il mare, lento e granitico, come un nuraghe. E se già De André, guardandolo oggi, in un mondo fatto di cantanti di plastica confezionata, appare un gigante, per l’altro, il paragone col mondo contemporaneo, suscita quasi imbarazzo, e un po’ di tristezza.

Non tutti sono come voi e i vostri soldi. Gigi Riva e la parola «campione»

E mi viene in mente un’altra immagine, stavolta più recente. I fischi nel minuto di silenzio della finale di Supercoppa italiana di Ryad, lunedì scorso, liquidati con un semplicistico problema di differenza di cultura. Gli arabi è stato detto, non amano il silenzio per ricordare i morti. Non mi importa discutere su questo, adesso. Mi importa semmai far notare come il vero problema, a mio avviso, è stato un altro. È stato che, semmai, a quelli in campo, dei fischi a Riva non è importato nulla, del loro passato, fatti salvi i soldi che si sono messi in tasca, non è importato nulla. E vuol dire soprattutto che quella lezione, di spessore umano, è stata pressoché inutile. Sì, Riva non era come voi, Riva sarebbe uscito, fregandosene dei soldi e di tutto quanto. Perché lo ha sempre fatto, per scelta consapevole, per istinto naturale. Come un’anomalia, attenzione. Lo ha sempre fatto non come strumento di popolarità, a Riva non serviva essere popolare, lo era per talento e qualità. Lo ha fatto per non apparire diverso da ciò che era sempre stato, lo ha fatto per restare ciò che voleva essere, sin dalle fatiche di quell’infanzia sciagurata e felice a Liggiuno. Lo ha fatto, perché prima di ogni altra cosa, Riva voleva essere un uomo. Ecco, più che altro allora si scriva questo. Che la parola «campione», nel significato più profondo e al tempo stesso più letterale del termine, gli venga accostata per sempre. Perché è stato soprattutto questo. Un campione, un esempio da seguire e da imitare ogni giorno. Sarà sempre più raro, temo, veder nascere dei Gigi Riva, in un mondo come questo. Ma se il mito ha una caratteristica è quella di perdurare nel tempo, immobile. Del resto, nonostante le barche lussuose e imbecilli, nonostante le discoteche e gli aperitivi, quel mare e quegli scogli sono rimasti gli stessi. E se si fa un po’ di silenzio, magari si distinguerà meglio, in lontananza, il rombo del tuono. Lascia che sia fiorito, Signore, il suo sentiero.

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