Intervista a Sandro Sbarbaro
nella foto: Sandro Sbarbaro, poeta, storico e memoria vivente della Val D'Aveto | © 2024 Sbarbaro - L'Altro

Sandro Sbarbaro, poeta, storico e memoria vivente della Val d’Aveto. L’intervista

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Il sito web valdaveto.net, aperto dall’ottobre 2005, è nato da un’idea di Sandro Sbarbaro e Mario Senoglosso con l’intento di divulgare attraverso le varie pubblicazioni di ricerche storiche e genealogiche il territorio della Val d’Aveto (in particolare i comuni di Rezzoaglio e Santo Stefano d’Aveto). Sandro Sbarbaro che prima di tutto è un poeta, quindi al centro della sua formazione umana ha radice solida la poesia, ha poi esteso naturalmente i suoi interessi alla narrativa, sino ad approdare alla storia. La ricerca storica, dunque, volta allo svelamento delle origine e intesa come un lasciare materiale di approfondimento ai posteri, è il campo culturale nel quale da parecchi anni si sta distinguendo. Solitamente schivo e attento a non comparire, lo abbiamo raggiunto per un’intervista che è occasione per approfondire quella che è per lui una vera e propria missione a favore della Val d’Aveto e di chiunque abbia il desiderio di approfondirne la conoscenza.


Intervista a Sandro Sbarbaro, poeta e storico

Quando hai scelto di occuparti di ricerca storica e perché?

La storia mi è sempre piaciuta e a scuola avevo bei voti, ma studiavo a pappagallo; imparavo le pagine a memoria snocciolando date ed avvenimenti senza badare al contenuto, che a dire il vero all’epoca si limitava ad un “acquerello” storico. La storia dovrebbe essere soprattutto “contenuto”! Senza il contenuto, cioè la ricerca di documenti, l’indagine degli avvenimenti, il calarsi nell’epoca, che danno un senso alla storia ed “appassionano”, non si fa storia.

Iniziai ad occuparmi di “ricerca storica” quando rintracciai i documenti che riguardavano i miei avi e che mia bisnonna aveva salvato facendone un plico. Gli atti notarili erano infine giunti a mia madre. La notte di Capodanno di venticinque anni fa – quella del grande gelo che trasformò la Liguria in una pista di cristallo -, dovendo rinunciare ad un viaggio in montagna, ebbi modo di ritrovare quei documenti e di consultarli. Ricordo quanto mi arrabattai per cercare di svelarne il contenuto: il modo di esporre le questioni tipico degli atti notarili e gli svolazzi degli scritturali non ne facilitavano la comprensione. Fu l’inizio di un “nuovo percorso”.

Data la difficoltà, mi intestardii a decifrarne la scrittura ed il contenuto. Chiesi a mia madre lumi sui confini e le terre che all’epoca appartenevano a mio trisnonno materno e a suo padre, e se le delimitazioni dei confini erano rimaste le stesse. In seguito, durante l’estate, chiesi informazioni sulle “parentele” ai miei zii, indi a vari valligiani. Infatti, trovavo strano quel sovrapporsi ed intrecciarsi di cognomi, vicende, e storie di contratti non saldati probabilmente a causa dell’indigenza. Infine passai a consultare gli archivi della parrocchia di Priosa d’Aveto, grazie alla gentilezza di don Emilio (Coari), e poi mi recai all’Archivio di Stato di Genova ad indagare le tracce dei “banditi” che si diceva avessero fondato alcuni villaggi della parrocchia di S. Giobatta di Priosa. Furono i primi passi, e mi intrigarono al punto che mi dedicai con passione ed abnegazione al recupero della storia e delle tradizioni dell’alta val d’Aveto e delle valli contermini.

Il progetto net è online dall’ottobre 2005. Come è nata l’idea?

Il mio amico webmaster Mario Senoglosso all’epoca si stava interessando alle nuove opportunità del web. Sapendo che avevo parecchio materiale da editare, ma non disponevo delle conoscenze e dei denari per poterlo fare, mi propose di “editare” un blog che trattasse di storia e cultura, incentrato in specie sulle mie ricerche, ma aperto ad altri contributi. Io, sebbene terrorizzato all’idea, dopo aver tergiversato un po’ dissi di sì. Le remore dipendevano dalla mia visione del mondo: se ci si impegna in un’attività occorre poi soddisfare le richieste di chi ti segue, ed io all’epoca avevo un lavoro grazie al quale traevo sostentamento, indi non potevo dedicare troppo tempo al blog. Intanto: avevo prodotto alcuni “libretti” a carattere storico, curati dall’amico Giovanni Ferrero; mi ero iscritto all’Istituto Internazionale di Studi Liguri sezione di Genova; ero entrato a far parte della Pro Loco di Rezzoaglio – con l’obiettivo di “instillare Cultura” mirando ad un pubblico più vasto -; con la collaborazione di Paolo Giovagnoli avevo inaugurato la mostra “Matteo Vinzoni e la Val d’Aveto”, grazie al presidente della Pro Loco Graziano Fontana; in seguito con Daniele Calcagno avevamo creato un evento culturale in Rezzoaglio per illustrare il medioevo in Val d’Aveto – da quel Convegno di storici fu prodotto il libro degli atti sotto l’egida della Pro Loco -;  successivamente con Daniele Calcagno e Marina Cavana, grazie alla Pro Loco di Rezzoaglio e ai Comuni di Rezzoaglio e S. Stefano d’Aveto, fu prodotto un secondo libro di itinerari storici che ricalcando la falsariga del primo, cioè le “scoperte” del sottoscritto in materia di castelli e manufatti, cercava di promuovere alcune realtà architettoniche presenti in Valle. Il libro, suddiviso in brevi itinerari ad uso delle scuole, era corredato con testi e citazioni storiche, attinte in parte da atti notarili dell’Archivio di Stato a Genova. Il titolo era indicativo “Canto di un patrimonio silente – Pietre disposte a suggerir cammino”. Il blog suddetto, crescendo i contenuti e le collaborazioni, divenne poi un sito a tutti gli effetti, ossia www.valdaveto.net. Detto sito e la sua versione Facebook mettono a disposizione, gratuitamente, “scampoli di Cultura”.

Prima di essere uno storico, sei un poeta appartato. Distante anni luce dall’attuale editoria e dal “mondo dei poeti” contemporanei. Lo so, ma te lo chiedo comunque: perché?

Perché il mondo della Poesia così come altri mondi che frequentai è un mondo “fittizio”, ove la “rappresentazione di se stessi” è il massimo a cui ambiscono i “poeti moderni”. Non fa parte del “mio essere” il “leccare” qualche “critico” paludato – generalmente “poeta mancato” – che sa di poesia così come i critici cinematografici o letterari conoscono il loro “mestiere”, che in quanto “mestiere” poco ha a che fare con l’Arte. Anni fa, partecipando ad un Concorso, ho avuto modo di assistere a scene avvilenti, che si potrebbero definire di “circonvenzione d’incapace”. Indi, ne ho avuto abbastanza. Il “premio” a cui dovrebbe ambire un poeta è “l’anonimato”, bilanciato dalla “buona considerazione” presso un gruppo ristretto di “lettori” che si “ritrovano” nei suoi “versi”, sempre che non siano “ragli”. Pare ovvio che “non si scrive per se stessi”! Ma “spingere il lettore a “leggerti”, con “mezzucci vari”, credo sia sconfortante.

Che cos’è la Val d’Aveto per te?

La Val d’Aveto è il mio “cordone ombelicale col passato”. A volte, quando cammino per “usati sentieri” su verso qualche cima, mi ritrovo a pensare che “altre genti” in altre epoche li abbiano percorsi, e mi piace immaginare che sto “calcando le loro orme”. Noi veniamo da quel mondo!, fatto di fatiche, preghiere, e bestemmie lanciate verso cieli apatici che le “rendono” fra pioggia e temporali.

Negli anni è cambiata in peggio o in meglio?

Nel tempo la Val d’Aveto credo si sia “ripiegata su se stessa”, così come “altre realtà di Liguria”. Ci pare di essere “quelli di una volta”; andiamo decantando il “nostro passato”, ma non abbiamo più un “presente” e presto dato il continuo calo delle presenze non avremo “futuro”. D’altro canto, se si rimane immobili, pensando che “qualcosa accadrà” o che “u Segnù u n’aggiutterà”, abbiamo sbagliato epoca! I nostri vecchi dicevano “Aiutati che Dio ti aiuta”.

Sei stato anche una guardia per la raccolta funghi. Una bella esperienza?

Sì! Era un periodo nero. Avevo perso il lavoro e data la mia età era difficile il reinserimento. Erano i tempi in cui il governo Berlusconi proponeva alle aziende di assumere almeno tre giovani, i contratti parevano vantaggiosi. Perdurando la crisi di liquidità, le Aziende abboccarono inserendo nell’organigramma giovani inesperti, e gradualmente eliminarono gli “anziani cinquantenni” che fiscalmente costavano “un botto”. La crisi in Italia iniziò lì!

In seguito, grazie alla presidente del Consorzio dei Funghi di Rezzoaglio, signora Gabriella Biggio, ottenni un lavoro stagionale di Guardia del Consorzio e mi sentii “nuovamente utile”. Il contatto col pubblico dei cercatori di funghi ed altri impegni che subentrarono – svolgevo pure funzioni da segretario – mi hanno reso un po’ meno timido. Indossare una divisa non è il massimo della vita, visto che si ricevono “insulti equamente distribuiti” sia da parte di coloro che devi tutelare – i soci del Consorzio dei funghi -, sia da parte dei “Cercatori di funghi”, che ritengono vessatoria la presenza delle Guardie del Consorzio su strade e boschi del comprensorio. Ma alla fine, anche se “obtorto collo”, si viene accettati. Occorre però svolgere onestamente il proprio lavoro, spiegando le ragioni del proprio operato sia agli uni che agli altri, cercando di interloquire con chi per legge deve sottostare alle regole stabilite dalla Comunità onde rispettare il bosco e chi lo “mette a disposizione” – ossia i soci del Consorzio in qualità di proprietari -.

Come si comportavano le varie tipologie di persone nei boschi?

Secondo lo schema dell’italiano medio! I funghi, come dicevano i vecchi contadini, “portano gelosia”. Pertanto il cercatore, anche il più onesto, se potesse “svuoterebbe il bosco” per dimostrare ai vicini che è un “fenomeno”. Ma, in base alla Legge della Regione Liguria, si possono asportare solo tre chili di funghi al giorno. Indi, si assiste “al toreare” fra le Guardie preposte alla vigilanza ed i cercatori di funghi che cercano di “schivarle”. La casistica è varia, ed i casi assumono una logica a se stante, pertanto è assai difficile inquadrare appieno le strategie e le contro strategie messe in atto dagli “uni” e dagli “altri”.

Cercherò di illustrare brevemente alcune tipologie di trasgressori:

  1. I “trasgressori incalliti” – in genere sono persone che si dice lucrino sulla “vendita” del prodotto asportato “impunemente”, recapitandolo poi a ristoranti o ad esercizi commerciali compiacenti. Il ricavato di una stagione può anche essere di parecchie migliaia di euro. Visto che conoscono il territorio, agiscono in “bande”, e talvolta godono dell’appoggio di villici compiacenti che “coprono” il loro operare sviando sospetti ed avvertendoli al sopraggiungere delle Guardie. Il loro intendimento è asportare dal bosco la maggior quantità di funghi possibile, talvolta facendo levatacce notturne ed usando pile o quant’altro per illuminare il percorso.
  2. I “trasgressori per ingordigia” – come detto, il cercatore di funghi “s’innamora del fungo”. Pertanto, conscio di aver superato la quantità dei tre chili consentiti dalla legge, più ne trova e più ne vorrebbe riporre nel cesto. È un moto innato. Come l’occhio “vede il fungo” il cercatore lo ripone meccanicamente nel carniere e già pensa al successivo. Così a volte si “prende il rischio”, ben conscio del pericolo che correrebbe incontrando le Guardie. Se si accorge del tutore della legge, o perché avvertito da altri fungaioli o per altre circostanze, cerca di aggirarlo adottando varie strategie.
  3. I “trasgressori per ignoranza” – talvolta, coloro che attraversano il bosco per tutt’altra ragione: caccia, pesca, trekking, gita, ecc., non resistono alla tentazione di cogliere i “graziosi funghetti”, ignorando che stanno commettendo un “abuso”. Pertanto, fermati dalle Guardie per un controllo ed invitati a mostrare il “raccolto”, si trovano a dover inventare mille scuse onde non incorrere nella sanzione prevista. Talvolta in buona fede, spesso millantando credito.

Scompaiono gli anziani, scompaiono certi mestieri, scompare la memoria. E i giovani cosa fanno?

I giovani fanno i “giovani”! Esiste un tempo per ogni cosa, ma non esiste un “determinato tempo”! Ognuno di noi è “unico”, pertanto è difficile indicare il “cammino” che dovrà percorrere una persona. C’è chi è già “vecchio” da giovane, e chi da “vecchio” diventa “giovane”. Io fino a quarantacinque/cinquant’anni giravo per discoteche. E mi sentivo bene così! Ad interessarmi di Cultura e Storia ho iniziato tardi. È pur vero che qualcosa avevo già dentro, aveva solo bisogno “d’esplodere” attraverso una causa scatenante. Per me fu il Part-time. Data la crisi dell’azienda, essendo stato posto in una condizione di “tempo non tempo”, mi “presi il tempo” per far cose che mi sarebbero piaciute “se avessi avuto tempo”. Indi, visto che già avevo iniziato il mio “strano percorso  verso  cose storiche”, ho approfondito e mi sono reso conto che “era la mia vita”. Sebbene molti giovani paiono “insensibili al grido di dolore che si leva da ogni parte d’Italia” (cit.), io non sarei così pessimista. Può essere che debbano ancora “trovare il tempo”. I giovani, grazie a “predecessori” che hanno operato con passione, proseguiranno un giorno sul cammino di tramandare ai posteri la “Storia delle nostre genti”, ovviamente se lo riterranno opportuno. La strada del “recupero” della storia e delle tradizioni della nostra “gente” illustrerà la loro crescita e  quella della “Comunità” a cui appartengono.

Che speranze hai per il futuro della valle?

Se dovessi ragionare da vecchio, qual sono, sarei portato ad essere poco fiducioso. Ma i “vecchi” sono ancorati al passato e portati a credere che “il mondo finisca con loro”. In realtà, “Mortu in pappà se ne fa’ in’atru”. E dato che la teoria dei papi è stata ed è in fieri, spero che i “giovani” prendano a cuore “quel lembo di terra” ascoso fra i monti che fan corona alla Riviera di Levante. Visto che il “passato” lo si “canta” ma non lo si “ricrea”, si dovranno destreggiare fra molti problemi irrisolti, fra tutti una viabilità decente che metta in contatto la Val d’Aveto con la Riviera e la Padania. Dovranno altresì intraprendere il cammino verso una “contaminazione” fra mondo moderno e antico, rilanciando una modernità che rispetti il passato creando posti di lavoro part-time nel campo della Cultura.

A cosa stai lavorando adesso?

Sto lavorando ad una “storia infinita” di settecento pagine, un’opera non certo esaustiva che riguarderà i rapporti fra “banditi”, nobili, “mercanti” e contadini fra le Valli Aveto, Sturla e Fontanabuona, incentrata su parentele ed aggregazioni di cognomi. Un lavoro importante, che darà un input a chi un giorno si interesserà dell’Appennino di Levante.

Cosa vorresti che rimanesse del tuo impegno e lavoro?

Visto che il termine “volere” richiama “imposizioni”, “gradirei” che di ciò che ho fatto rimanesse il “metodo di lavoro”: ossia la costanza nel ricercare documenti, incrociare dati, fare riflessioni talvolta “un poco ardite”, insomma “usare la testa” fintanto che funziona.

Chi sono gli autori che preferisci e che consiglieresti?

Io amo “i pazzi”, ossia coloro che “vanno oltre” o a me pare “vadano oltre”. Siccome però ogni cosa è soggettiva, so bene che il mio dire non è “la verità” ma un “ritaglio di verità”. Io ho amato Celine, Bugalkov, Musil, Jack Kerouac. Ma non sono “autori per tutti”, nel senso che bisogna “essere attrezzati” avendo fatto prima altre letture. Più semplici, ma per nulla semplici nell’esposizione, direi Steinbeck, Fenoglio, Pavese, Revelli, Fallaci, Manzoni, Leopardi, ecc.

Facendo un passo indietro. Quanto di tutto questo ha cambiato la tua vita?

Esser stato catapultato nel mondo della Cultura, io figlio di contadino fatto operaio per amore e per sopravvivenza, mi ha reso più consapevole di me stesso. Io, che per usare un’espressione di mia madre, “avevo paura anche della mia ombra”, ho dovuto lottare per impormi ed imporre la “mia visione del mondo”, ossia che “la Cultura è di tutti” e che là ove è possibile “va elargita gratuitamente”. Grazie poi alla Pro Loco di Rezzoaglio ho avuto la possibilità di educare alcuni giovani all’amore verso “le cose del passato” – in specie gli edifici storici – realtà che non sono “piovute dal cielo”. Dette “sentinelle del passato” nei secoli hanno subito trasformazioni nella struttura originaria, per la stabilità dell’edifico. Le opere di consolidamento furono eseguite spesso in economia ed accortezza e talvolta nel “rispetto dei canoni costruttivi”, cosa impensabile oggidì. Oggi, in virtù della “fretta” e del “risparmio” – su merce e mano d’opera -, si assiste allo stravolgimento dei caratteri salienti della “cultura dei monti”.

Oggi, Sandro Sbarbaro, come si sente?

Mah! Mi sento come chi annaspa in un mare in burrasca. Dopo poderose bracciate mi pare di “vedere la riva”, ma giunto nei pressi vengo risucchiato al largo. Il mio peregrinare fra un saggio e l’altro, che rimasti incompiuti non vedranno mai la luce, mi crea uno stato d’ansia simile a quello del “naufrago” che non “approda”. Spero che un giorno qualcuno “aprirà il mio computer” e “riesumerà” i saggi ivi contenuti, portandoli alla “luce”. Un poco com’io faccio, trascrivendo documenti che da centinaia di anni giacciono nei vari archivi e nessuno si era dato la pena di riesumare e trascrivere. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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