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La sinestesia e l’opera d’arte #5. La parola all’immagine

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La sinestesia e l’opera d’arte. Eccoci al quinto appuntamento. Continua il viaggio nella percezione estetica impiegando i sensi come non penseremmo possibile. Superando le disabilità e aprendo nuovi portali nell’esperienza del bello. Se se qui per la prima volta e vuoi anche tu “vedere la Nascita di Venere con le mani” leggi il primo articolo, il secondo, il terzo, e il quarto.

“La parola all’immagine”

Aby Warburg

La parola che accorda

Sia per i vedenti che per i ciechi ogni immagine ha almeno tre livelli di significazione. È segno di ciò che riproduce. È segno, una seconda volta, come immagine narrativa e, infine, è segno significante di simboli e metafore. Solo il primo livello di significazione è generalmente intuitivo, essendo mimesi della realtà. Il secondo, quello della narrazione, segue leggi e codici propri che richiedono una conoscenza culturale specifica. Il terzo è quello che più si avvicina al linguaggio, perché è da forme del linguaggio, poesia o letteratura, che spesso nasce. È più complesso da cogliere e decodificare e richiede una preparazione approfondita e un livello di conoscenza verbale il più vicino possibile alla narrazione descrittiva, per non falsare l’immagine mentale che i tre livelli insieme creano e che non dovrebbe discostarsi dal senso dell’opera e dal messaggio dell’artista. Questo perché l’opera d’arte è costituita da un’unità inscindibile di forma e di contenuto, non solo perché non può esistere significante senza significato, ma perché ogni significato ha il suo significante e si modifica profondamente il senso di ogni espressione non solo se si modifica la sua forma espressiva. Del significato di tante opere, infatti, si è persa l’aura, perché nel corso del tempo i significanti mutano per le diverse modificazioni di senso che intervengono nella società.

«La parola all’immagine» è il moto che Warburg scelse per il suo Atlante[1]. La parola all’immagine perché ogni volta che s’impone il logocentrismo si perde il significato che le è proprio. Inoltre c’è il rischio di perdere le facoltà estetiche, strettamente legate a quelle sensoriali, perdendo così la capacità di sentire e pensare il mondo. Dare la parola all’immagine è restituire alla parola il suo ruolo ordinatore e razionalizzatore di ciò che le immagini producono a livello estetico, togliendole ogni possibilità creativa, con buona pace di Diderot che ricreava con le parole i quadri del Salon che non gli erano piaciuti[2].

Le immagini visive e il linguaggio verbale sono i due principali strumenti con cui gli esseri umani raccontano e trasmettono la loro storia e le loro esperienze. Il linguaggio è il più ricco tra tutti i media artistici perché si serve di tutti i richiami e modalità sensoriali, come se gli appartenessero completamente, ma le immagini mentali che crea sono quelle indirette del sentito dire, non appartengono alla realtà. Si possono definire immagini eidetiche, create dalla mente e percepite come tali.[3] L’arte visiva supera il limite della parola presentando il mondo nei suoi tratti sensoriali diretti. L’arte pittorica, o visiva in genere, è quindi la trasformazione metaforica di un fatto astratto, cioè del concetto di ciò che l’artista vuole rappresentare, in un’immagine concreta. Scrive McLuhan:

La parola parlata coinvolge drammaticamente tutti i sensi, anche se le persone più alfabete tendono a parlare il più coerentemente e il più naturalmente possibile. […] la stessa separazione tra vista, suono e significato che è proprio dell’alfabeto fonetico si estende anche ai suoi effetti sociali e psicologici. L’uomo alfabeta subisce una menomazione della sua vita fantastica, emotiva e sensoriale.[4]

Già dai primi graffiti e dai racconti dei miti si è evidenziato che il fantastico è parte fondamentale della natura umana. Si è poi differenziato nelle categorie bello e brutto. I filosofi di ogni tempo hanno poi ritenuto la bellezza come una delle più alte espressioni dello spirito, avvicinandola al buono e al vero, facendola diventare una virtù a cui l’uomo deve tendere, a prescindere dalla sua integrità sensoriale.

Il bello e l’arte non sono concetti coincidenti, ma l’opera d’arte è quanto di più vicino possa esserci a una definizione di Bellezza e di estetica, altrimenti difficilissima da dare, definitivamente, a parole, ma che la parola accorda e raccorda. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

[1] Mnemosyne: l’Atlante della Memoria di Aby Warburg  è un atlante figurativo, composto da una serie di fotografie di opere diverse. Testimonianze, soprattutto rinascimentali,  ma anche reperti archeologici dell’antichità orientale, greca e romana e testimonianze del XX secolo. È la giustapposizione delle immagini che formano una rete tematica intorno a dettagli di rilievo che crea una sorta di campo di energia che provoca un processo interpretativo aperto. Zum Bild das Wort: la parola all’immagine.

[2] Starobinski Jean (1995), Diderot e la pittura, Tea, Milano

[3] Per una trattazione completa si veda Arnheim Rudolf (1994), Per la salvezza dell’arte: ventisei saggi, Feltrinelli, Milano, pp.64-66

[4] McLuhan Marshall (1964), Gli strumenti del comunicare, Net, Milano, pp. 87-98

 

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