il ruolo sacerdotale e medianico del Femminino

Il ruolo sacerdotale e medianico del Femminino nella Tradizione Primordiale Iperborea, nei Misteri e negli Oracoli Caldaici, tra Teurgia, pratiche mantiche e scienza

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Gentili Lettori e Lettrici, pubblichiamo il terzo articolo sul Femmino sacro a firma di Gianfranco Rucco. Dopo un primo articolo sugli attributi femminili e materni della Divinità, e dopo un esame della complessa figura di Maria di Magdala, oggi l’autore ci illustra il ruolo sacerdotale e medianico del Femminino, il suo potere teurgico nella Tradizione ermetica e oracolare. Vedremo la natura del procedimento teurgico e la differenza sostanziale che lo allontana dalla Magia; ripercorreremo il senso degli antichi Misteri e della facoltà mantica del femminile; sonderemo la profondità degli Oracoli caldaici, quindi il rapporto tra Visione e Destino e constateremo come la scienza moderna, in particolare la fisica quantistica, stia dando conferma delle abilità ancestrali dell’Uomo di compiere scelte nel quadro di possibilità fornito dall’Universo. Tra storia, scienza, Tradizione Primordiale Iperborea e pratiche arcaiche, continua il viaggio nella conoscenza del Femmino sacro.

Dai massimi filosofi avevo appreso che esiste una sapienza che trascende la dimostrazione.

Michele Psello (Cronografia VI 40)

Il ruolo sacerdotale e medianico del Femminino. Gli antichi Misteri, la Tradizione Primordiale Iperborea, gli Oracoli

 “Sedeva fuori della sua dimora, la Vǫlva, quando il vecchio Yggjungr le giunse dinanzi e in lei fissò lo sguardo, senza parlare.

— Che cosa vuoi sapere? Perché mi metti alla prova? — sbottò la Vǫlva — Io so tutto, Óðinn! So dove Heimdallr ha nascosto il suo corno, sotto il sacro albero che si leva nell’aria tersa nel cielo. E so di quello scrosciare d’acque argillose alle sue radici, là dove hai pagato il tuo pegno. Io so dove hai nascosto l’occhio, Óðinn! Nella famosa sorgente di Mímisbrunnr, là dove Mímir beve mjǫðr ogni mattino! E tu, ne sai forse di più?

Óðinn riconobbe il dono profetico della Vǫlva e le donò anelli e collane; le diede saggi consigli e le conferì la verga della profezia. Gli occhi di lei vedevano oltre i confini del mondo, nel passato più profondo e nel futuro più remoto.

Non esisteva nei Nove Mondi [nío heimar] creatura che più di lei sapesse spingere il suo sguardo lontano.

Ella si levò e chiese silenzio. Poi cominciò a profetare.[1]

Questo intenso dialogo fa da cornice al Völuspá, carme con cui si apre la saga nordica LJÓÐA EDDA (lett. La profezia della veggente) nel quale una donna dotata del potere della profezia narra la storia della creazione del mondo agli Dei ed agli uomini.

È interessante notare che il Dio Odino si reca dalla donna per metterla alla prova e lei, percepito questo intento, reagisce infastidita; a quel punto Odino riconosce in lei i talenti della profezia e le dona i segni esteriori della sua dignità. Nella Tradizione nordica, che per millenni è rimasta la più vicina alla Tradizione Primordiale Iperborea, la donna ha sempre ricevuto una considerazione particolare per questa sua qualità profetica.

Un’eco di questa Tradizione si è perpetuata in tutte le Tradizioni successive “regolari”, rimaste cioè collegate alla Tradizione Primordiale Iperborea. Nell’isola di Samotracia e a Delo si celebravano i Misteri di Apollo e si cantavano le Vergini maghe iperboree Opis e Arge. Secondo Erodoto le vergini di Samotracia cantavano a queste due maghe dei ghiacci degli inni, che erano stati composti dal bardo licio Olen. Queste Veggenti rendevano gli “oracoli” che servivano a far “parlare” gli Dèi. Con questo termine si indicavano due distinte ma connesse realtà: sia il luogo in cui avveniva quella straordinaria “comunicazione”, sia il responso dato dal Dio direttamente o attraverso un intermediario. La parola deriva infatti dal latino oraculum, termine collegato al verbo orare, che significa appunto “parlare”[2].

Gli Oracoli nell’antica Gracia

Celebri santuari oracolari greci furono quelli di Apollo a Claros, di Trofonios a Lebadeia, di Amfiarao a Oropo, di Zeus a Dodona in Epiro, ma il più illustre fu quello di Delfi (DelphoiΔελφοί) collocato nella Focide, alle pendici del monte Parnaso, monte che la tradizione voleva sede di Apollo e delle Muse. Alcune testimonianze, tra le più antiche, affermano che l’oracolo di Delfi originariamente appartenne non ad Apollo ma a Ga, la Terra Madre e a Themis: il mito raccontava che Apollo vi si insediò solo dopo aver ucciso un serpente malefico, Python (Pitone).

In quel celebre santuario dava i suoi responsi in nome di Apollo una “medium”, la Pizia (Pythía) il cui nome significa appunto “la profetessa di Pytho”, l’antico nome di Delfi. Il suo procedimento mantico era vario: a volte usava la scelta delle sorti attraverso la “lettura” di pezzi legno contrassegnati e significanti (cleromanzia), altre volte osservava l’acqua posta in un bacile (lecanomanzia), ma era celebre per lo più per il suo stato d’invasamento chiaroveggente che si verificava quando Apollo entrava nel suo corpo determinandone un evidente furor.

Le Veggenti-Sacerdotesse nell’Antica Roma. La Sibilla Cumana

Anche la Tradizione di Roma conobbe il ruolo sacerdotale e medianico del Femminino, basti osservare le Veggenti-Sacerdotesse, chiamate Sibille, che svolgevano attività mantica in stato di trance. L’origine dell’appellativo é avvolto nel mistero e non sappiano con certezza quante e quali fossero le Sibille. La più nota e famosa era probabilmente la Sibilla Cumana, detta anche Amaltea, Demofila o Erofila di cui abbiamo testimonianza in Licofrone, uno scrittore greco del III secolo a.c. e in Eraclito. La Sibilla Cumana è una delle figure più misteriose della letteratura latina: personaggio semimitico ella è strettamente legata al culto di Apollo ma anche a quello di un’antica Dea Madre, come la disamina attenta di uno dei suoi nomi, Amaltea, rivela. Ella svolgeva la sua attività oracolare nei pressi di un antro comunemente conosciuto come “antro della Sibilla”; la Sacerdotessa, ispirata dal Dio, vaticinava in esametri greci, su foglie di palma. In Virgilio, nel sesto libro dell’Eneide, la Sibilla Cumana è il personaggio centrale, con la doppia funzione di Veggente e Sacerdotessa di Apollo e, contemporaneamente, di guida di Enea nell’oltretomba.

Quando la Sibilla riprende l’aspetto consueto, Enea le chiede di accompagnarlo nel mondo dei morti. La vergine gli risponde che ciò e consentito solo a pochissimi eletti. Se Enea vuole affrontare il duro viaggio, deve venire in possesso del ramo d’oro da offrire a Proserpina, seppellire un compagno morto e sacrificare pecore nere. Eseguiti gli ordini della sacerdotessa, Enea può finalmente introdursi nell’Ade dietro l’attenta guida della Sibilla che lo inizia ai misteri dell’oltretomba. L’elemento iniziatico e negromantico si fonde così con quello oracolare e furente nell’unica figura della Sibilla,[3].

Queste donne, Veggenti-Sacerdotesse, grazie al loro dono, hanno tenuto aperta per millenni all’umanità una Via di accesso e di contatto con le Altre Dimensioni, Via che è tuttora percorribile. Una risultanza storica che può destare sorpresa è che a tale tradizione del ricorso a donne veggenti non è rimasta estranea neppure la Chiesa cristiana più ortodossa, come attesta Michele Psello celebre erudito del medioevo bizantino. Infatti, in pieno XI secolo, la Veggente Dositea, protetta dal Patriarca di Costantinopoli Michele Cerulario, fa “parlare” la Trinità, la Vergine ed i Profeti in sedute di spiritismo ecclesiastico, impensabili, nella medesima epoca, nel mondo di lingua latina. La siriana Dositea sembrava ricollegarsi, negli atti e nelle parole, ad aspetti della mantica antica (non si può fare a meno di pensare all’oracolo delfico) ed a casi ben noti di trance.

Michele Psello, analizza le concezioni filosofiche e teurgiche di Dositea (che egli definisce Pitonessa), i fenomeni medianici e gli stati di trance divinatoria soprattutto femminile e si cura di farne conoscere le origini caldaiche (o “assire” per usare le sue parole).

Vi è un passo della sua cronografia (VI 40) «dai massimi filosofi avevo appreso che esiste una sapienza che trascende la dimostrazione», in cui Psello sembra fare riferimento proprio ad un campo di indagine relativo alle pratiche della visione estatica e della rivelazione oracolare e dei riti teurgici, ossia di quelle vie di conoscenza poco battute dalla meditazione filosofica classica, mediante le quali nell’età tardo-antica sembrava essere stato accolto l’invito ricolto al filosofo del Teeteto platonico (176 B), “a rendersi simile a Dio per quanto è possibile”[4].

Gli Oracoli caldaici, Giuliano e la differenza tra Teurgia e Magia

Per comprendere appieno la funzione dei fenomeni medianici delle Sacerdotesse-Veggenti, non si può prescindere dagli Oracoli caldaici (un documento che presenta molte analogie con gli scritti ermetici) opera in esametri di cui ci sono pervenuti numerosi frammenti. Da fonti antiche si ricava che l’autore degli Oracoli caldaici sia stato Giuliano soprannominato il Teurgo, figlio di Giuliano detto il Caldaico, vissuto all’epoca di Marco Aurelio, ossia nel II secolo d.C. In effetti, poiché già nel III secolo questi Oracoli sono menzionati sia da scrittori cristiani sia da filosofi pagani, e poiché, come quasi tutti gli studiosi riconoscono, il loro contenuto è espressione di una mentalità e di un clima spirituali tipici dell’età degli Antonini, non è impossibile che l’autore sia stato veramente Giuliano il Teurgo.

Questi Oracoli, anziché alla sapienza egiziana (alla quale fanno riferimento gli scritti ermetici), si collegano alla sapienza babilonese ed in effetti il culto caldaico del sole e del fuoco riveste in essi un ruolo fondamentale. Il Giuliano, che può essere verosimilmente considerato autore degli Oracoli Caldaici, è stato il primo a venire denominato (o a farsi denominare) “teurgo”.

Il teurgo differisce essenzialmente dal teologo, giacché, mentre questi si limita a parlare intorno agli Dei, quello, invece, evoca gli Dei e agisce su di loro. La pratica religiosa “teurgica” è certamente precedente all’opera di Giuliano il Teurgo, ma gli Oracoli caldaici sono la prima opera scritta giunta a noi che tratti di questo argomento.

Il termine «teurgia» sta dunque a significare “agire come un Dio”, nel senso di aiutare gli uomini a trasformare il loro status in senso divino con l’aiuto dell’unione mistica. A differenza della magia, che fa uso di nomi e formule di origine religiosa per fini profani, la teurgia adopera i procedimenti della magia per finalità mistico-religiose e questi fini sono la liberazione dell’anima dal corporeo e dalla fatalità ad esso connessa e il congiungimento col divino.

Degli Oracoli caldaici ci sono rimasti solo pochi frammenti, ma sufficienti per permetterci di delineare un grande percorso di trasformazione dell’uomo

Per comprendere il modo corretto di avvicinarci alla loro Conoscenza, leggiamone una magistrale descrizione:

Gli Oracoli caldaici sono frutto di un’esperienza mistica e misterica collettiva. Un dokeus (il nostro medium) in trance -come una sibilla nel cuore della notte- parla con la voce di un dio o di un’entità e ne rivela la sapienza, alla presenza di un sacerdote (iereus) e sotto la compulsione di un evocatore (kletor)… Lo scenario è quello di una riunione sciamanica: allo scatenamento estatico del medium si accompagna la vigilanza rituale ed assorta da parte dei depositari di una tradizione sacra…Un fuoco dunque rosseggiava nella notte…e intorno a questa fiamma, aspirandone la vampa come nutrimento dell’anima, l’estatico medium alterava il suono ed il ritmo del respiro, mentre il volto trasfigurava sotto i colpi del dio che si faceva strada dentro di lui…la voce dell’uomo risuonava, non umana, nella notte…Tutto poteva accadere in quelle notti, quando l’umano attingeva il divino dentro di sé, in piena devozione e consapevolezza, per aprirsi un varco da questa vita alla vita infinita del cosmo, quando l’interiorità dell’anima si rovesciava tra le cose del tempo ordinario sotto forma di un dio, o degli dei, e la fantasia, animata dalla volontà naturale che coincideva con i ritmi sincronici dell’accadere, creava campi di energia intensi e tesi, aprendo varchi all’impossibile[5].

Il medium con la sua estasi, dunque, era il canale della manifestazione del Dio la cui presenza, viva e soccorrevole, ed il raggiungimento “della condizione meditativa di identificazione col Principio, consentivano agli Iniziati di sovvertire la trama ordinaria degli eventi… Collocandosi al confine tra immediatezza della Sostanza Prima e sua espressione, cioè tra “tempo del tempo” (Aion) e tempo ordinario (kronos), potevano cogliere il flusso espressivo del Principio ancora in una condizione di fluidità, e influire sulla sua dislocazione nel mondo dell’apparenza sensibile attraverso un atto di volontà… E così, in bilico tra Aion e kronos, i teurghi …soprattutto potevano risalire, anima e corpo, verso la Luce Originaria e congiungersi con l’Intuibile[6]”.

L’incisione di Ramsund che ritrae brani della Saga Völsunga della Mitologia norrena | fonte: Wikipedia

Gli Oracoli caldaici riservano un ruolo preminente fra le divinità che compaiono per offrire i loro vaticini alla

Dea terribile e profonda, dispensatrice di vita e di morte, che media l’azione creatrice sia nelle regioni della Luce sorgiva sia nel mondo dell’apparenza, ma contemporaneamente è signora delle tenebre e degli spettri, delle ombre e delle vastità ctonie e presiede a incantesimi e sortilegi: Hekate, l’anima mundi.

In essa Alto e Basso vengono a coincidere per un inesauribile interscambio e per mezzo di essa è possibile ogni coesione proprio perché essa sa mantenere la distinzione e perciò impedisce la regressione verso l’Indistinto Originario.

Senza Hekate non ci sarebbe alcuna forma vivente perché la Luce non incontrerebbe alcun ostacolo in grado di scatenarne l’intensità creatrice[7]

Mi sento di avanzare l’ipotesi che questa preminenza del ruolo di Hekate sia il segno  di una continuità degli Oracoli caldaici con il culto dell’eterno-femminile iperboreo, proprio della Tradizione Primordiale nordico-polare.

Il primo frammento, nella traduzione dell’Autore citato, ci dischiude la Via per l’accesso a quella modalità di Conoscenza:

C’è un intuibile che devi cogliere con il fiore dell’intuire, perché se inclini verso di esso il tuo intuire, e lo concepisci come se intuissi qualcosa di determinato, non lo coglierai. E’ il potere di una forza irradiante, che abbaglia per fendenti intuitivi. Non si deve coglierlo con veemenza, quell’intuibile, ma con la fiamma sottile di un sottile intuire che tutto sottopone a misura, fuorché quell’intuibile, e non devi intuirlo con intensità ma -recando il puro sguardo della tua anima distolto- tendere verso l’intuibile per intenderlo, un vuoto intuire, ché al di fuori dell’intuire esso dimora[8].

L’intuibile di cui parla il frammento è il Principio inteso però come forza potenziale che dall’Assoluto si irradia verso ogni forma della manifestazione; è azione, movimento, un essere che incorpora la propria ombra e che diviene.

Nella versione che stiamo seguendo, il temine noeton viene tradotto con “intuibile” e non con “intellegibile” per conservare a tutti i termini che derivano da questa radice un riferimento all’aspetto visivo dell’esperienza conoscitiva, per l’equivalenza noein=vedere.

Questa scelta è stata operata perché tale riferimento al “vedere” è invece ormai assente in termini come «intelletto», «intellegibile», «intellettivo», «intellettuale», che così grande fortuna hanno riscontato nella tradizione filosofico-teologica dal Medioevo in poi: il termine «intelletto» ed i suoi derivati rimandano ormai ad un’esperienza conoscitiva astratta e mediata, a una funzione logica. Nous è, dunque, intuizione, conoscenza visiva che si intreccia con la conoscenza astraente e riflessa, in un nesso inscindibile il cui primo aspetto (visivo) è, per così dire, sostrato del secondo (riflettente). il Nous è sia una facoltà conoscitiva dell’uomo che il Principio, l’occhio solare, lo sguardo divino che costituisce il cosmo e si costituisce come cosmo.

Natura dell’intuire oracolare. La conoscenza secondo i teurghi e la Tradizione mistica

Il “fiore dell’intuire” è una facoltà dell’uomo che gli consente di entrare in contatto diretto con l’Intuibile: questo contatto è immediato proprio in virtù della consustanzialità esistente tra l’attività noetica del soggetto e il Principio. Non si tratta di un intuire come se si intuisse qualcosa di determinato, si tratta di tendere a “un vuoto intuire”, cioè di accostarsi all’oggetto di intuizione, che è il Principio, con la mente scevra da qualsiasi intenzionalità soggettiva, e quindi spoglia di qualsiasi funzione conoscitiva a priori.

Gli Oracoli caldaici si pongono dunque in continuità con la tradizione mistica, non solo greca, relativa al contatto con la radice segreta di ogni oggetto, al di là del principio di individuazione che governa la manifestazione ed al di là delle forme di conoscenza intellettuale-razionale.

L’atto del Conoscere, per la sapienza dei teurghi, consiste pertanto in una disposizione passiva ad accogliere la folgorazione visionaria; questa Conoscenza non è possibile attraverso il pensiero discorsivo, in cui agisce la categoria della quantità: solo attraverso l’intuizione, procedendo a ritroso dal mondo come apparenza-espressione alla sostanza prima, è possibile giungere al limite della manifestazione e avvertire il qualcosa d’altro da cui essa scaturisce.

Solamente facendosi nulla (il vuoto intuire) il soggetto conoscente, consustanziale ma non identico all’Intuibile, può farsi riempire da esso e Conoscerlo[9].

Epimenide di Creta, uno dei primi “sciamani” greci

Il nesso tra Oracoli, Legge di corrispondenza e fisica quantistica: i “punti di scelta”

A questo punto appare chiaro che gli Oracoli caldaici rivelino una chiave per usare efficacemente la Legge di corrispondenza descritta dalla formula ermetica “come in alto, così in basso”: è la nostra capacità di “concreare”, nel senso di capacità di produrre cambiamenti sul mondo circostante mediante l’abilità di mettere a fuoco qualcosa di diverso, un’altra possibilità di esistenza.

L’esistenza di molti risultati possibili per un singolo evento costituisce una delle intuizioni della fisica quantistica che sta avendo recentemente nuove conferme. Fra tutte le incertezze di un Universo fatto di molti possibili esiti futuri, una cosa è chiara: il prendere in considerazione degli esiti multipli implica necessariamente che in una forma che ancora dobbiamo riconoscere, c’è un esito che attende di essere richiamato nel raggio della nostra coscienza.

La fisica dei quanti indica che l’opportunità di ridefinire gli esiti può verificarsi solo ad intervalli specifici, dove le strade del tempo piegano il loro corso e si avvicinano ad altre strade; talvolta le strade si avvicinano a tal punto che arrivano a toccarsi: questi sono i punti di scelta.

Un punto di scelta è come un ponte che rende possibile inoltrarsi in un dato sentiero e poi cambiare corso per sperimentare il risultato di un nuovo sentiero. Un punto di scelta si presenta quando compaiono condizioni capaci di creare un varco tra il corso degli eventi in atto ed un nuovo corso che può condurre a nuovi risultati; secondo la Tradizione degli Oracoli caldaici, queste condizioni possono essere indotte teurgicamente grazie al varco aperto dal ponte medianico.

Infatti, esiste un legame tra il nostro mondo interiore ed il mondo esterno, un legame che la scienza ha cominciato a considerare solo recentemente, ma che le Antiche Tradizioni regolari -e, come si è visto, anche quella degli Oracoli caldaici- ben conoscevano.

Il problema è la comprensione del rapporto tra la coscienza umana e la trama dell’Universo, sapendo che, tuttora, per la fisica classica, un tale rapporto semplicemente non esiste. Però per le Antiche Tradizioni regolari e la corrente più avanzata della fisica contemporanea, la coscienza è molto di più di un prodotto di scarto dell’Universo: si sta affermando la consapevolezza che l’Universo sia “partecipativo” e tuttora in fase di elaborazione. In questa prospettiva la coscienza “crea”, o, per meglio dire, “concrea”. Esiste un potere che vive nello spazio di mezzo, quell’attimo fuggente durante il quale qualcosa finisce e ciò che lo segue non è ancora iniziato. Quello è l’attimo da cui traggono origine la magia ed i miracoli. Nell’istante di mezzo, tutte le possibilità sono valide e nessuna è stata ancora scelta. Tutti gli eventi scaturiscono da quell’attimo magico e potente[10].

 Gli Oracoli forniscono una “quadro di possibilità” ma l’esito finale è nella mani dell’Uomo

Una traccia di questa sapienza si può rinvenire nella celebre risposta data dalla Sibilla Cumana ad un soldato andato a consultare l’oracolo sull’esito della propria missione: “ibis redibis non morieris in bello”; la frase, come tutti i responsi oracolari, appare ambigua e offre una duplice interpretazione, a seconda della collocazione della punteggiatura (che nel responso non c’è). Se, infatti, si pone una virgola prima di “non” (ibis redibis, non morieris in bello), il significato del responso è “andrai ritornerai, non morirai in guerra” e prefigura un esito positivo della missione. Se, invece, la virgola viene spostata dopo il “non” (ibis, redibis non, morieris in bello), il senso risulta essere esattamente il contrario: “andrai non ritornerai, morirai in guerra”.

Questa apparente ambiguità del responso, che le orecchie profane non possono cogliere nel suo significato più profondo, ha dato vita al termine “sibillina” per intendere una risposta buona per tutte le evenienze, che non può mai risultare inesatta perché copre tutti gli esiti possibili, anche quelli opposti. Ma proprio in questo sta la chiave nascosta: l’antica sapienza ci dice che l’Oracolo descrive il quadro delle possibilità, ma l’esito finale è nelle mani dell’uomo perché è lui ad “attrarre” l’una o l’altra di tali  possibilità e nessuno può sapere esattamente in anticipo quale sarà perché non esiste un destino scritto ed ineluttabile ed ogni possibilità esiste nello “spazio intermedio”.

Non vi sono dubbi sull’importanza attribuita allo spazio intermedio dalle Antiche Tradizioni, che danno istruzioni su come usare quello spazio per esercitare la nostra forza attrattiva sull’insieme delle possibilità e determinare la concreazione di una di esse. Tuttavia perché ciò sia effettivamente possibile, occorre entrare in un dialogo sacro con l’Universo, trasportandoci in uno stato di coscienza che ci consenta di raggiungere quello spazio intermedio ed operare efficacemente su di esso.

Gli Oracoli caldaici, più di qualunque altro testo ermetico tradizionale, ci rivelano la medianità

Ce rivelano, nella sua espressione più alta, che la medianità è lo strumento principe perché quel dialogo si possa realizzare, consentendo al Divino di manifestarsi e di penetrare direttamente nell’umano.

Di ciò, tuttavia, si può avere consapevolezza solamente aprendosi al “vuoto intuire”, perché il procedimento conoscitivo intellettuale-razionale non è congruente al fenomeno, come aveva ben compreso l’Imperatore Flavio Claudio Giuliano, che nel raccontare l’episodio prodigioso della Vergine Claudia (accaduto nel 204 a. C. in un momento estremamente critico delle guerre puniche nel quale fu introdotto anche a Roma il culto della Dea Madre) rimprovera i suoi avversari “per la loro eccessiva sottigliezza critica, che finisce col trasformarsi in incapacità di vedere” ed accetta l’autenticità del prodigio perché è conscio della superiorità del potere divino[11]. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

[1] Bifrost.it/germani/2.cosmogonia/00voluspa.html.

[2] A. Quattrocchi, Sciamanesimo, oracoli e sapienza nell’antica Ellade. www.accademiaplatonica.com/ sciamanesimo-oracoli-e-sapienza-nellantica-ellade.

[3] La Sibilla Cumana nell’Eneide, www.latinomedia.it/sibilla/html/ver.html

[4] M. Psello, Oracoli caldaici, a cura di Silvia Lanzi, Ed. Mimesis, Abbiategrasso (MI), 2001, pp.18-19.

[5] A. Tonelli (a cura di). Oracoli caldaici, BUR, Milano, 2008, pp. 5-6.

[6] A. Tonelli, cit. p. 12

[7] A. Tonelli, cit. p. 14

[8] A. Tonelli, cit. p. 25.

[9] A. Tonelli, cit. pp. 226-231

[10] Gregg Braden, La scienza perduta della preghiera, Macro Edizioni, Cesena, 2006.

[11] Vittorio Fazzo, La giustificazione delle immagini religiose. La tarda antichità, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1977, p. 285.

 

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